LetteraturaMusicaPrimo PianoGli ottant’anni di Bob Dylan: l’artista che contiene moltitudini

Lucia Cambria Lucia Cambria24 Maggio 2021
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Il Premio Nobel Bob Dylan compie 80 anni. Inglobare in poche righe la sua attività musicale e letteraria sarebbe impresa titanica. Ma nell’ultimo suo album, pubblicato nel 2020, una canzone in particolare funge da sunto per una vita artistica impossibile da categorizzare e da contenere nei confini di una mera esplicazione o delineazione.

My Rough and Roudy Ways (Modi rozzi e rumorosi) include infatti un brano dal titolo I Contain Multitudes (Contengo moltitudini), il cui titolo rimanda a una delle poesie più celebri di quello che può essere definito, a buona ragione, il più grande poeta statunitense: si parla, naturalmente, di Walt Whitman.

Nella lunga poesia Song of Myself, Whitman celebra sé stesso, canta di sé stesso (“I celebrate myself, and sing myself”) tramite una potente nota trascendentalista, ad esempio esprime il desiderio di “vivere tra gli animali” e di trovare il divino nel piccolo universo degli insetti. Il poeta enfatizza l’io onnipotente che funge da narratore e da versificatore: egli non deve essere confuso con Whitman l’autore. Questo io poetico, l’io lirico all’ennesima potenza, ha valicato i confini convenzionali del sé e ciò è evidente nel verso che Dylan ha scelto come titolo del brano: “I am large, I contain multitudes” (“sono vasto, contengo moltitudini”).

Dylan allora, così come ha fatto uno dei simboli della terra che per anni ha celebrato e cantato, sente di contenere anche lui delle moltitudini e di essere talmente “vasto” da non poter essere circoscritto in qualcosa che più che “individualismo” potremmo ben definire – servendoci di un neologismo – “singolarismo”: Dylan è sì individuo, ma lo è nella multiforme dimensione cosmica che ha edificato attorno al proprio sé e le parole di Whitman servono a esprimere questo sentimento così complicato e intimo.

Così come Whitman ha voluto catturare il lettore in questo “io” che s’interfaccia col cosmico, allo stesso modo Dylan, giunto al suo stato di consapevolezza e di “non contenimento” vuole includere i propri ascoltatori – e, si dovrebbe aggiungere, lettori – in questo universo di moltitudini. Whitman e Dylan, ognuno a proprio modo, anelano a fare di questo “io” l’archetipo dell’uomo comune: non servono più eroi nel senso epico del termine, ma è necessario che in ogni uomo comune si trovi traccia di questo eroe del “singolare” e del “cosmico” che si compenetrano in armonia.

La canzone è imbevuta di riferimenti letterari: di quelle “moltitudini” che Dylan contiene. Nella seconda strofa si legge infatti:

 

Ho un cuore rivelatore, come Mr. Poe,
ho scheletri nei muri di gente che conosci anche tu. […]
Dipingo paesaggi, dipingo dei nudi… Contengo moltitudini.

 

In questi versi il “cuore rivelatore” si riferisce al celebre racconto di Edgar Allan Poe, The Tell-Tale Heart (Il cuore rivelatore), in cui un uomo confessa un omicidio perché sente battere il cuore della vittima che ha celato sotto le assi del pavimento. Probabilmente, il riferimento che Dylan qui vuole fare, è legato all’affinità che egli sente con tutti gli altri uomini, con tutte le moltitudini che contiene. Ecco anche perché i suoi scheletri sono di “gente che conosci anche tu”: le paure e le angosce sono comuni a tutti e anche se le celiamo, sono note a tutti.

Due strofe dopo, il terzo riferimento letterario riguarda il poeta romantico William Blake:

 

Come William Blake canto i canti d’esperienza,
non mi devo scusare di un bel niente.
Tutto scorre, tutto allo stesso momento.

 

Qui Dylan si riferisce alla raccolta poetica di Blake intitolata Songs of Innocence and of Experience (1794), in cui vengono messi in contrasto i mondi dell’innocenza e del peccato. In Songs of Experience, in particolare, Blake pone in risalto i modi attraverso i quali le esperienze della vita distruggano l’innocenza: l’esperienza pone un velo nero sull’innocenza e ne annebbia la visione speranzosa.

“Tutto scorre”, il celebre “pantha rei” di Eraclito trova qui spazio per indicare il processo del divenire: il contenere moltitudini significa anche subire l’eterno mutare di ogni singola particella che contribuisce a formare il “sé”. La legge del mutamento vale per ogni essere.

Di queste citazioni letterarie – Whitman, Poe, Blake ed Eraclito – Dylan si serve per delineare i confini/non confini del proprio sé in questi ottanta anni di vita: tra multiformità, rivelazioni, esperienze e divenire.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.