In Italia, a partire dall’VIII secolo a.C., si nota l’utilizzo di forme di scrittura acquisite probabilmente grazie all’influsso delle genti greche che colonizzavano le coste della penisola e rielaborate dalle diverse popolazioni per adattarlo alle decine di lingue presenti. I reperti rinvenuti dal VII secolo a.C., prevalentemente nell’Italia centrale, documentano una varietà di linguaggi o dialetti che finiranno per scomparire in seguito all’espansione romana e alla conseguente unificazione linguistica.

Di alcune lingue non abbiamo altro che la citazione di autori antichi, l’onomastica, i toponimi o le glosse, cioè le spiegazioni di termini estranei alla lingua di chi scriveva. La rapida diffusione di un sistema alfabetico testimonia l’intensità degli scambi e la vivacità culturale nel nostro territorio. I processi di adattamento sono molto evidenti nel diverso uso di alcuni simboli per differenti suoni, nella creazione o nell’eliminazione di segni rispetto al modello originale.

Nell’Italia settentrionale erano presenti culture indoeuropee e non indoeuropee. I Liguri, che secondo Plutarco si definivano “Ambrones” (nome di una tribù germanica alleata dei “Teutones”), ci hanno lasciato una trentina di iscrizioni dalla Lunigiana (valle compresa tra Genova e La Spezia), databili al V secolo a.C., che mostrano un alfabeto di tipo etrusco meridionale. Nelle iscrizioni latine sono presenti alcune glosse, tra cui il nome “Bodincus” riferito al fiume Po, e altri riferimenti onomastici che sembrano portare tratti celtici. Le fonti storiche però non menzionano i Celti nella zona a quel tempo e i dati fonetici e lessicali non mostrano celticismi: si pensa quindi che il ligure non fosse una lingua celtica, anche se aveva tratti in comune con essa.

I laghi lombardi e la Val d’Ossola erano frequentati dai Leponzi, cultura di lingua celtica, che utilizzava nelle iscrizioni (diffuse in Lombardia, Veneto, Piemonte e nel sud della Svizzera) l’alfabeto nord etrusco (detto di Lugano) con adattamenti e aggiunte (come la vocale o). Le iscrizioni ritrovate sono datate VI-V secolo a.C. e precedono di diversi secoli la cultura di La Tene. Il fatto che il leponzio fosse già celtico quando comparve in Italia, darebbe la conferma al modello di graduale penetrazione dei celti nel nostro Paese.

Il venetico, diffuso dal Veneto all’area alpina fino all’Austria, compare in una moltitudine di iscrizioni votive o funerarie e in alcuni testi come la tavoletta da Este, una lamina in bronzo del III-II secolo a.C. ritrovata nei pressi del santuario della dea Reitia insieme a numerose tavolette per l’insegnamento e l’apprendimento della scrittura mediante la costruzione di sillabe. Le fonti antiche tramandano scarse notizie in riferimento a questo popolo; le informazioni riguardano soprattutto l’ambiente geografico, alcune tradizioni culturali e aspetti legati all’economia e alla produzione, in particolare l’eccellenza nell’allevamento dei cavalli. La scrittura trasmessa nelle iscrizioni mostra tratti fondamentali di unitarietà e caratteri generali comuni: il testo è dato come sequenza continua, senza divisione tra le parole, si può leggere da sinistra o da destra e ha la puntuazione sillabica.

L’alfabeto deriva da modelli etruschi e, in relazione all’insegnamento della scrittura, il Veneto offre una documentazione unica: dall’Etruria provengono alfabetari e liste sillabiche, ma solo nel Veneto si è conservata la riproduzione dello schema-base per gli esercizi di apprendimento. Le tavolette alfabetiche sono lamine di bronzo iscritte, di forma rettangolare, talora con ansa. Le tavolette riproducono i prontuari-guida, che dovevano essere realizzati in materiale deperibile, usati per l’insegnamento della scrittura, con però l’aggiunta di una sezione contenente l’iscrizione votiva. La posizione linguistica del venetico è ancora un argomento dibattuto ma si concorda che sia appartenente alla famiglia indoeuropea.

La lingua diffusa in Trentino e alto veronese era il retico, come provano le numerose iscrizioni datate tra il VI e il II secolo a.C.: non indoeuropea, utilizzava un alfabeto derivato dall’Etrusco. Le fonti ricordano i Reti come un “ethnos” etrusco, ma non ci sono prove a supporto della parentela tra le due lingue, se non una generica somiglianza dovuta al fatto di non appartenere a gruppi indoeuropei. Nonostante i tentativi di interpretazione, la disomogeneità del corpus rende complicato comprenderla.

Alice Massarenti
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.