LetteraturaPrimo PianoGiuseppe Baretti e la “frusta letteraria” di Aristarco Scannabue

Lucia Cambria Lucia Cambria10 Febbraio 2020
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«Quel flagello di cattivi libri che si vanno da molti e molti anni quotidianamente stampando in tutte le parti della nostra Italia, e il mal gusto di cui l’empiono, e il perfido costume che in essa propagano, hanno alla fin fine mossa tanto la bile ad uno studioso e contemplativo galantuomo, che s’è pur risoluto di fare nella sua ormai troppo avanzata età quello che non ebbe mai voglia di fare negli anni suoi giovaneschi e virili, cioè si è risoluto di provvedersi d’una buona metaforica Frusta, e di menarla rabbiosamente addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione che non hanno in se il minimo sugo, la minima sostanza, la minimissima qualità da renderle o dilettose o giovevoli ai leggitori ed alla patria».

Naturale è chiedersi se tali affermazioni siano rivolte ai giorni nostri, ma incredibilmente il passo appena citato risale al 1763. Una vera e propria altisonante dichiarazione di guerra è questa “Introduzione ai leggitori” scritta da Aristarco Scannabue sul primo numero di Frusta Letteraria, periodico pubblicato a Venezia tra il 1763 e il 1765 e diretto da colui che utilizzò questo pseudonimo: Giuseppe Baretti.

Critico letterario, traduttore, scrittore e insegnante di lingua e letteratura italiana, Baretti funse da ponte culturale tra il nostro paese e l’Inghilterra. Nato a Torino nel 1719, si trasferì a Londra nel 1751. Come si evince dalle righe che hanno aperto questo articolo, egli non fu un semplice insegnante, ma un intellettuale dedito alle problematiche del suo tempo. Negli anni precedenti fece parte dell’Accademia dei Trasformati di Milano, ma il suo temperamento lo condusse a numerose controversie in seguito alla composizione di pezzi satirici, come Primo Cicalamento, in cui ridicolizzò il professore Giuseppe Bartoli, docente di letteratura italiana all’Università di Torino. Le cessate speranze di trovare un pubblico impiego e la sopravvenuta possibilità di lavorare presso l’Italian Opera House di Londra, lo condussero oltremanica.

Qui si dedicò alla scrittura di opere dedicate alla lingua e alla cultura italiane: Introduction to the Italian Language, The Italian Library, una raccolta delle biografie e delle opere dei più influenti poeti italiani del suo tempo e del passato, e, soprattutto, Italian and English Dictionary, che lo consacrò come studioso.

Un vero e proprio apostolo della cultura italiana che si fregiò anche della profonda stima da parte della società inglese, che lo considerò come intellettuale degno di nota; Thompson Cooper gli dedicherà infatti, negli anni Venti del Novecento, una voce nel Dictionary of National Biography, il più importante registro biografico inglese.

Strinse un rapporto d’amicizia con Samuel Johnson, del quale tradusse in francese il romanzo The History of Rasselas, Prince of Abyssinia (1759).

«D’alta statura, vivace, allegro, frequentatore delle festevoli brigate, altiero, millantatore, impetuoso, collerico, vendicativo, di un coraggio pronto e risoluto, onest’uomo fino alla fierezza, di severi costumi, lavoratore indefesso, costante nelle amicizie, compassionevole, benefico al di là de’ suoi mezzi e religioso senza superstizione»: così nelle Memorie della vita di Giuseppe Baretti Pietro Custodi lo descrive. La sua Frusta Letteraria diventa uno strumento per criticare la poesia del tempo. In essa va contro personaggi come Pietro Verri, del quale ne contesta l’utilizzo della lingua italiana e la mancanza di morale, e Carlo Goldoni, contro il quale si scaglia per la sua riforma teatrale. Della sua opera da linguista, traduttore, scrittore, ciò che maggiormente resta come testimonianza della sua personalità è questo forte senso di rivalsa nei confronti di ciò che, dal suo punto di vista, tradisce l’arte. Per tal motivo, nel 1924, Gobetti fonderà una rivista di critica letteraria proprio dal titolo Il Baretti.

Sulla Frusta Letteraria scriveva servendosi dell’alter ego Scannabue, descritto nell’Introduzione citata: un soldato che nonostante avesse dedicato la sua vita al combattimento non aveva mai trascurato la lettura dei libri. Ora, mutilato e ritiratosi in un ambiente agreste, «dà addosso ai moderni italiani autori».

Il titolo della rivista, la Frusta, come prevedibile, si riferisce all’intento di Baretti di “frustare” metaforicamente, attraverso critiche feroci, tutti coloro che col loro malo modo di scrivere e per il fatto di esercitare in maniera impropria la difficile arte dello scrittore, provocano la sua ira: «lo scrivere questi fogli gioverà […] a sfogare l’innata bizzarria, a fargli purgare un po’ di quella stizza che la letture d’un cattivo libro naturalmente gli muove».

Ovvio è che la pubblicazione del periodico fu impedita per le «querele frequenti che giungevano d’ogni parte, ed anche dalla corte di Napoli, per li modi irriverenti e maledici dei suoi scritti”. La rivista venne soppressa dal governo veneto dopo il venticinquesimo numero, su richiesta di padre Appiano Buonafede. Ma ciò che oggi ce ne rimane è la sua capacità di esprimere il suo forte senso critico in maniera anche piuttosto grottesca, per esempio quando promette ai lettori che sferzerà la sue frustate «sul deretano a qualche dozzina di questi scrittoracci moderni», ai quali farà «rosseggiare le carni» e «alzare le grida pel dolore».

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.