LetteraturaPrimo Piano“Frankenstein” di Mary Shelley: il confine tra la vita e la morte

Lucia Cambria18 Ottobre 2021
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Quando si parla di Frankenstein, si parla di uno di quei classici intramontabili, immancabili nella lista di libri da leggere di ogni buon lettore o, almeno, di ogni appassionato di letteratura inglese. La storia, ben o male, la conoscono tutti, anche grazie alla trasposizioni cinematografiche che ne sono state tratte e per via dell’impatto che ha avuto sui vari media. Frankenstein è quel mito immortale culturale, non soltanto letterario, che da secoli incanta l’immaginazione.

Scritto nel 1816, il famoso “anno senza estate”, e pubblicato due anni dopo, il romanzo nacque da una serata in cui gli Shelley, Lord Byron, Claire Clairmont (la sorellastra di Mary) e John Polidori, un medico, si trovavano nella Villa Diodati di Ginevra a leggere storie di fantasmi. Le discussioni vertono anche su temi scientifici, in particolare sul galvanismo e sulla possibilità che si possa dare vita a una creatura creata dall’assemblaggio di vari pezzi. Da questa fantasiosa idea sorge in Mary Shelley la scintilla – ed è proprio il caso di dirlo – che ha poi dato luce a Frankenstein, or the Modern Prometheus.

Mary Shelley, moglie del poeta romantico Percy Bysshe Shelley, era figlia di due eminenti intellettuali del tempo: William Godwin e Mary Wollstonecraft, morta poco dopo la nascita della figlia. Il marito, devastato da questa perdita, piantò due salici piangenti ai lati della tomba della moglie ed era solito recarvisi insieme a Mary. Proprio questo, il giaciglio eterno della madre era stato scelto dalla scrittrice e da Percy come luogo abituale dei loro primi furtivi incontri.

La morte aveva quindi governato la vita di Mary fin dalla nascita: il suo venire al mondo aveva provocato il decesso della madre e, particolare non trascurabile soprattutto se si parla di Frankenstein, era cresciuta nel periodo dei celebri bodysnatchers, ovvero “ladri di cadaveri”, che rubavano le salme dai cimiteri per venderle poi alle scuole di medicina. Per secoli il governo aveva utilizzato come pena mortale lo smembramento di coloro che commettevano reati più gravi. Ma con l’aumento degli studenti di medicina, soprattutto durante le guerre napoleoniche, la domanda di cadaveri da dissezionare e studiare crebbe. Gli anatomisti iniziarono quindi a offrire del denaro agli bodysnatchers, anche detti resurrectionists, per ottenere corpi freschi appena seppelliti.

Saint Pancras, il cimitero in cui era sepolta la madre di Mary Shelley, era stato soggetto delle incursioni di questi malviventi e la scrittrice ne deve essere stata sicuramente al corrente, dato che viveva nelle immediate vicinanze. Il pensiero di questi atti, insieme alla costante e invasiva presenza della morte, devono aver contribuito in misura importante nell’approccio col quale la scrittrice si pose nel comporre l’opera che l’ha resa celebre.

Ciò che è stato infatti notato, nell’analizzare il romanzo, è questo forte attaccamento alla realtà e alle passioni del tempo: tra queste, vi era sicuramente la ricerca scientifica orientata sull’investigare gli stati di vita e di morte. Frankenstein dice infatti, al quarto capitolo: «La vita e la morte mi apparivano dei legami ideali».

Le vite di Mary e Percy Shelley sono state attraversate da una serie di tragici lutti, tra i quali quello del figlioletto William. Il poeta scrisse addirittura che dopo che il bambino ebbe spirato, un medico lo rianimò con l’elettricità e riuscì a vivere per altri quattro giorni. La speranza accendeva nei loro cuori questa macabra convinzione.

Come si è visto, Frankenstein è un romanzo figlio di molti dettagli scientifici, o fantascientifici, e fatti dolorosi: le morti in famiglia unite alle ricerche mediche di quel tempo avevano instillato nella mente della giovane scrittrice non solo l’idea, ma un vero e proprio desiderio che potesse davvero esistere un modo di riportare alla vita i morti. Un modo per confondere quel confine tra l’essere e il non essere, per assottigliare ancora di più quel labile confine che accomuna tutti.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.