CinemaPrimo Piano“Frances Ha” di Noah Baumbach e l’orgoglio di non appartenenza

Nadia Pannone Nadia Pannone22 Marzo 2020
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Dopo il grande successo di Storia di un matrimonio (Marriage Story, 2019) – tra le pellicole protagoniste della stagione dei premi che si è da poco conclusa – Noah Baumbach si è posizionato, senza dubbio, tra gli autori americani più celebrati dell’attuale panorama cinematografico.

Eppure, lo sceneggiatore, regista e produttore newyorkese cavalca l’onda del cinema indipendente americano ormai da anni, per l’esattezza dal momento in cui ha preso vita il sodalizio con un altro grande autore del panorama indie, Wes Anderson. A partire dalla scrittura a quattro mani di Le avventure acquatiche di Steve Zissou (The Life Aquatic with Steve Zissou) nel 2004, infatti, il nostro si è distinto per la produzione di alcune delle pellicole indipendenti più interessanti degli ultimi quindici anni, suscitando l’approvazione del pubblico e della critica.

A differenza del più illustre regista di Grand Budapest Hotel (2014), sempre alla ricerca di mondi immaginari e figure surreali, Baumbach rimane con i piedi ben saldati a terra e prova – con leggerezza e umorismo – a raccontare la verità. Le sue sono storie di fallimenti e desideri disattesi, di insicurezze e incapacità di adattamento; i suoi personaggi sono alla ricerca continua di un posto nel mondo, sempre fuori tempo, a metà tra due gruppi, due categorie: assolutamente non classificabili.

In questo senso, una delle opere più interessanti dell’autore è Frances Ha (2012), storia di formazione di una ballerina ventisettenne newyorkese (interpretata da Greta Gerwig, co-sceneggiatrice del film, musa e compagna di Baumbach), alle prese con il periodo turbolento del passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Per alcuni, il transito sembra avvenire in maniera fluida e automatica: gli anni dell’università, fatti di bevute e amori occasionali diventano solo un bel ricordo da sfoggiare durante una cena tra colleghi, mentre si è alle prese con la vita vera, che si traduce nella stabilità economica e sentimentale.

Frances, tuttavia, non sta alle regole del gioco. Neppure quando la sua migliore amica Sophie – nonché persona più importante della sua vita – segue, con sorprendente noncuranza, il flusso dell’omologazione. Senza la sua amica a fare da cardine, Frances inizia a muoversi come una scheggia impazzita, lungo un viaggio fisico e mentale che la porterà da una casa all’altra e da un luogo all’altro, fino a ritrovarsi a Parigi durante un weekend patetico e solitario, con la Tour Eiffel in lontananza a illuminare la sua vita vuota e mai all’altezza delle aspettative.

Frances scappa costantemente, in senso letterale e non. Molteplici sono le sequenze in cui la vediamo correre da un posto all’altro, con un andamento goffo e spontaneo, sotto le note di Modern Love di David Bowie. Ogni tappa è un paragrafo dell'(apparentemente) lunghissimo capitolo che sta vivendo; le persone che incontra lungo il cammino riflettono, in qualche modo, parti nascoste o non ancora esplorate di se stessa ma in cui non riesce a riconoscersi davvero. Non adolescente, non adulta; non intellettuale, non pragmatica; Frances dovrà correre a lungo prima di riuscire ad accettare qualche piccolo compromesso che le possa finalmente permettere di fissare il suo nome sulla buca delle lettere seppur non per intero, a simboleggiare la parte di lei che rimarrà per sempre indomabile.

Frances Ha può senz’altro ergersi a manifesto della poetica di Baumbach poiché, più di altre sue opere, riesce a fondere tutte le tematiche e gli stilemi cari all’autore nella figura della sua iconica protagonista. In Frances c’è lo sconvolgimento della crescita e, in generale, del cambiamento de Il calamaro e la balena (The Squid and the Whale, 2005); c’è la voglia – e la difficoltà – di trovare la propria voce e la critica allo snobismo radical chic di Giovani si diventa (While We’re Young, 2014); e c’è il senso di inadeguatezza paralizzante de Lo stravagante mondo di Greenberg (Greenberg, 2010).

La pellicola, inoltre, trasuda cinema – e amore per lo stesso – da ogni fotogramma. Questo non vuol dire che la sua opera si riduca a una collezione di citazioni colte bensì, al contrario, indica la capacità di interiorizzare una passione, trasformandola in concetto e riconsegnandola con un’inedita consapevolezza e individualità. A tal proposito, molte sono le allusioni alla Nouvelle vague: i riferimenti a Jean-Luc Godard, l’utilizzo delle musiche di Georges Delerue – dal celebre Jules et Jim di François Truffaut – e la recitazione della stessa Gerwig che dona alla sua Frances ingenuità e irrequietezza, alla stregua di una moderna Anna Karina. Consistenti, allo stesso modo, i cenni al cinema di Woody Allen; a partire dall’amore viscerale per New York – enfatizzato dal magnifico bianco e nero di Sam Levy che tanto ricorda quello di Manhattan – alla riflessione sulla figura dell’intellettuale, fino all’utilizzo sapiente del genere commedia, quando l’ironia e la leggerezza non sono nient’altro che un criterio elegante per narrare problematiche esistenziali.

Il capolavoro di Woody Allen, Io e Annie (Annie Hall, 1977), si apriva con una citazione di Groucho Marx – o forse di Freud – che recitava: «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me»; e in effetti i protagonisti di Baumbach, così come quelli alleniani prima di loro, condividono lo stesso senso di non appartenenza che li costringe a rimanere indietro lungo la corsa verso il compromesso tra il sogno e la convenzione sociale.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".