Nel susseguirsi degli appuntamenti della rassegna Osare Perdere curata da Gino d’Ugo presso lo spazio Fourteen ArTellaro, l’opera 6 agosto, mon amour di Silvia Giambrone succede al progetto Lotto di Matteo Attruia.
Una tragica ricorrenza, una data che ha bloccato il naturale proseguimento di destini e vite, subentra all’ordine e alle dinamiche di una combinazione fortuita che si muove nello svago, in un giro di roulette che sovverte una routine.
Lotto, inaugurato il 18 luglio, innesca una sfida con la sorte, nella scommessa ludica del Superenalotto, dove i numeri generati casualmente in successione sono giocati in un’operazione serialmente ripetuta, e ciclicamente esposta, nell’arco di settimane.

Il progetto riflette su illusioni e desideri affidati al caso e all’attesa, alle suggestioni di credenze che si rimettono alla decisione incerta della fortuna, che può protrarre lo scorrere delle trame di vita nella loro continuità o apportare un improvviso cambio di volta, nella totale disfatta o nel compimento più anelato.
Gli elementi reciproci e inversi di vittoria e perdita, non scaturiti dall’agon, bensì dall’alea – nelle famose definizioni cailloisiane – sono esperiti dal soggetto senza senso di responsabilità e dominio sull’ottenimento dell’oggetto di valore, il cui desiderio nasce da una volontà e dal piacere di sfidare e al contempo cedere ai dettami della sorte.
La stessa contezza della perdita, ripetuta incessantemente, avvia l’osservanza abituale alla scommessa, vincolata ad un calcolo probabilistico, che non concede benevolenze dietro ritualità o devozioni.
Lotto è un ripetersi e sovrapporsi di coordinate numeriche nella cornice di una lotteria definita nel suo contenuto comunicativo, semiotico polisemico, nella simbolizzazione inconscia mediata da un ambito comunitario e culturale.

Dall’incidenza del caso, il destino si veste di numeri, di date, determinato da concatenazioni di cause ed effetti, non tutte scevre dal controllo e dalla volontà umana. L’ostinata perdita, subita e ricercata nella singola diatriba e competizione con il destino, si contrappone alla volontà di infliggerla al nemico e al subirla come vittime dello stesso genere umano.
In 6 agosto, mon amour – per la prima volta esposto nella data della ricorrenza – Silvia Giambrone presenta all’osservatore il crudele e istantaneo arresto del tempo, del suo scorrere vigoroso e vitale, anche dopo la sopravvivenza alla catastrofe, un continuo e perpetuo rimando a un’ora e a un evento che ha segnato per sempre il percorso dell’umano e della storia.

L’immagine dell’orologio di Hiroshima fermato alle 8:16, ora dell’esplosione, viene elaborato dall’artista a seguito dell’incontro con i sopravvissuti Shoso e Keiko, nell’ascolto delle loro speranze disattese, degli amori interrotti, degli ostacoli e delle strade precluse da un’eterna detonazione, che ritorna a ogni istante nella memoria. Nella fissità di un tempo che sopravvive solo nella reiterazione e nel ritorno all’istante precedente la rovina, l’immagine simbolo dell’opera di Silvia Giambrone si lega al percorso di un’intera umanità, impreparata ad affrontare il sommerso e l’invisibile, eppure immutabile di fronte al pericolo, al dolore, ai danni insinuati fin dentro le radici, identica nei desideri, nelle aspirazioni, nelle percezioni, nella volontà di sopravvivere.

Nicoletta Provenzano
Nata a Roma, storica dell’arte e curatrice. Affascinata dalle ricerche multidisciplinari e dal dialogo creativo con gli artisti, ha scritto e curato cataloghi e mostre, in collaborazione con professionisti del settore nell’ambito dell’arte contemporanea, del connubio arte-impresa e arte-scienza.