Primo PianoTeatro e DanzaFortuna dell’arte teatrale italiana all’estero

Giada Oliva Giada Oliva28 Settembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/09/scdadc.jpg

Paola è un’attrice italiana in fuga all’estero che, intervistata da un noto quotidiano, descrive la difficoltà di vivere in Italia facendo teatro: «Che lavoro fai veramente?», le chiedono ancora. A Mosca invece con facilità le si sono aperte le porte di un’accademia che l’ha resa una stimata regista, mentre il circuito italiano è chiuso e inserirsi è sempre più difficile. Si stupiscono i moscoviti della contorta capacità di noi italiani di ostacolare la valorizzazione delle eccellenze. «Cosa è rimasto dell’arte teatrale in Italia?», le domandano.

Capovolgiamo la prospettiva e cerchiamo di capire cosa sia rimasto all’estero dell’arte teatrale italiana affinché un punto di vista distante possa illuminarci sulla nostra situazione attuale.

Lo stigma sociale gli attori in Italia se lo portano dietro da tempo, fin da quando i comici della Commedia dell’Arte hanno dovuto lottare per la sopravvivenza e per la legittimazione della loro arte. Da sempre considerati dei reietti e abituati al nomadismo per impossibilità di prolungare le repliche in una stessa città, venne loro naturale tra il 1580 e il 1630 emigrare oltralpe, quando le corti italiane entrarono in crisi. All’estero trovarono prestigio e lauti guadagni tali da garantirsi una vecchiaia serena. A Parigi si costituì il Teatro stabile degli Italiani, direttamente sotto la protezione del re, in Germania numerosi principi furono entusiasti di accogliere questi attori esotici. Erano affascinati dalla presenza scenica, dall’abile tecnica improvvisativa, dall’attitudine al gioco e alla buffoneria. Per farsi comprendere da un pubblico straniero, infatti, i comici dell’arte accentuavano la gestualità, l’espressività mimica e prolungavano i momenti di danza e musica.

Ancora oggi all’estero apprezzano l’uso del corpo degli attori italiani: pensiamo al successo di Roberto Benigni e di Dario Fo. Fo ha tra l’altro recuperato il Grammelot, un linguaggio molto ritmico di versi e suoni che in Italia i teatranti usarono per aggirare la censura della Controriforma e a cui poi ricorsero per comunicare all’estero.

Resi scaltri dalla giungla della piazza italiana, fu per i comici dell’arte semplice conquistare un pubblico ingenuo, abituato a una realtà teatrale meno evoluta. Geniali e dissoluti, trovarono consacrazione nei dipinti fiamminghi laddove i pittori italiani li snobbavano, a riprova della scarsa considerazione in terra natia.

Degni eredi della tradizione della commedia dell’arte sono i Grandi Attori che nel 1800 con eguale intuizione, intelligenza e talento ammaliarono il pubblico di mezzo mondo, influenzandone lo sviluppo teatrale. L’intensità della loro recitazione ispirerà la rivoluzione teatrale di Stanislavskij. Fra tutti spicca un’immensa Eleonora Duse che infiammò le platee in Russia, in Africa, negli Stati Uniti e nei paesi scandinavi; lunghe tournée che realizzò grazie alla sua abilità di capocomica e abile organizzatrice. Un mercato straniero rappresentava per lei la possibilità di mettere in scena testi inediti, inammissibili in Italia. Aveva un repertorio variegato che recitava rigorosamente in italiano: Goldoni, Sardou, Ibsen, Dumas figlio, Pirandello. Ancora una volta fu l’uso di una mimica dettagliata, una febbrile presenza scenica e una vibrante vocalità a far breccia nel pubblico estero. La Duse rimane ancora oggi un mito tanto che Maryl Streep le ha dedicato un premio alla Festa del Cinema di Roma.

Nel 1925 ci fu il debutto a Berlino di Sei personaggi in cerca d’autore con la regia di Luigi Pirandello. Il pubblico tedesco rimase incantato dall’interpretazione così umana degli attori italiani, distante dalla versione nordica assai mistica e simbolica. I critici increduli non riuscirono a spiegare la magia degli attori italiani che affondava nella sapienza di chi conosce bene la polvere del palcoscenico. Pirandello, insieme a Eduardo De Filippo, rimarrà sempre un drammaturgo rappresentato all’estero anche nei periodi di maggior declino e grazie alla presenza delle comunità italiane emigrate. Nel Novecento, infatti, il successo del teatro italiano subisce un arresto per diversi fattori come lo sviluppo di una innovativa regia europea e il conseguente cambiamento di modelli produttivi e organizzativi. Al Grande Attore che somma in sé diverse figure tra cui quella di organizzatore, si sostituisce un apparato più complesso e frammentato. Solo negli anni Sessanta ci sarà una ripresa con l’esperienza delle avanguardie, ma in seguito a essere gradito all’estero sarà solo Giorgio Strehler insieme a pochi altri.

Ad oggi le lunghe tournée internazionali non sono più efficaci, più funzionali risultano le coproduzioni, i progetti europei e la partecipazione ai Festival. A muovere le fila dei mercati internazionali ci sono ora funzionari e intellettuali che selezionano e invitano gli spettacoli stranieri agli eventi da loro organizzati. La presenza italiana ai Festival è scarsa, quasi assente. Unica eccezione per La merda di Cristian Ceresoli che nel 2012 riuscì a trionfare al Festival di Edimburgo. Sul palco vediamo una Silvia Gallerano nuda che “vomita” le nefandezze in cui l’Italia affoga. La mimica e l’uso straziato del corpo ci fanno credere che sia impensabile che quel testo possa essere recitato da un’altra attrice.

Il successo che l’ Opera italiana continua ad avere ci fa comprendere come gli stranieri siano legati a un’immagine nostalgica e stereotipata di un’ arte italiana giocosa, musicale e dedita alla leggerezza. Poco aggiornati e un po’ sprovveduti, non sembrano consapevoli dei risvolti odierni del panorama teatrale italiano. È rimasta invariata anche la difficoltà tutta italiana di trovare riconoscimento sociale e un mercato accogliente in cui svolgere il proprio lavoro di attore. Significativo, invece, è aver smarrito il filo della nostra tradizione attoriale, l’unica prettamente italiana.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.