LetteraturaPrimo PianoFantasmi e mondo soprannaturale in una poesia di Henry Wadsworth Longfellow

Lucia Cambria11 Ottobre 2021
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Nel XIX secolo sorse in America una scuola poetica denominata “Fireside poets”, letteralmente “poeti del caminetto”. Il nome lo si deve all’usanza di leggere storie e poesie seduti accanto al fuoco di un caminetto. I “fireside poets” lasciano ispirare i loro versi da tematiche domestiche e inerenti la morale. La loro notorietà, molto estesa, fu consolidata anche dall’attività di traduzione di grandi opere, prima fra tutte la Divina Commedia, tradotta proprio dal poeta di cui si parlerà in questa sede: Henry Wadsworth Longfellow.

Una sua poesia, intitolata Haunted Houses (Case infestate), sembra nata proprio in un contesto simile: un poeta, seduto accanto al fuoco, intrattiene con le sue storie un intimo pubblico radunato attorno a lui. Un ipotetico pubblico che, certo, sarebbe sobbalzato sulla sedia nell’udire il primo verso, così secco e conciso:

 

«Tutte le case dove gli uomini han vissuto e son morti,
sono case infestate»

 

Il narratore sta raccontando di come le anime dei dipartiti restino tra le mura delle case, invisibili tra i vivi, ma evidenti agli occhi di alcuni. Non sono “fantasmi” nel senso spaventoso del termine, ma “presenze” languide e fioche, incorporee e per questo non udibili e non percettibili dai comuni sensi umani. Hanno «piedi che non fanno rumore sul pavimento» e sono «impalpabili impressioni nell’aria, / il senso di qualcosa che si muove avanti e indietro».

Nella stanza successiva, si apprende che solo il narratore può vedere e udire queste presenze, «ciò che è stato»:

 

«L’estraneo seduto al mio camino non vede
le forme che io vedo, non ode i suoni che io odo;
percepisce solo ciò che è; per me, invece,
tutto ciò che è stato mi è visibile e chiaro»

 

Il lettore non ha alcuno strumento per capire se ciò sia vero o se sia frutto di una fervida immaginazione. Ed è qui che agisce maggiormente l’orrore: nell’incertezza o, meglio, nella possibilità di un’esistenza di elementi così perturbanti. Il narratore ammette di credere nel soprannaturale perché parla di un mondo spirituale che «aleggia attorno al mondo reale / come un’aura»: tutto il nostro mondo è quindi contornato, quasi contenuto, da questo altro mondo impalpabile e non visibile.

Come si nota, man mano che si va avanti nella narrazione l’atmosfera diventa sempre più densa di mistero e di particolari occulti, resi concreti da questi vapori e nebbie che si sollevano dal mondo soprannaturale per ammantare quello dei vivi. L’universo spirituale non solo sovrasta come un’enorme volta l’universo reale, ma crea anche dei canali di passaggio. La similitudine della quale il poeta si serve è di una raffinatezza notevole: la luna si affaccia sul nostro pianeta dal suo cancello di nuvole, gettando sulla terra un prezioso raggio eburneo. Allo stesso modo, dal mondo degli spiriti discende un «ponte di luce» tremolante e instabile, sopra il quale transitano i nostri pensieri.

 

«E come la luna da un oscuro cancello di nubi
getta sul mare un ponte di luce galleggiante,
sulle cui assi tremolanti le nostre fantasie vanno
nel reame del mistero e della notte,

Così dal mondo spirituale discende
un ponte di luce, che lo unisce a questo,
sul cui instabile suolo, che oscilla e si piega,
vagano sul nero abisso i nostri pensieri»

 

Così come i pensieri possono attraversare il «ponte di luce» che parte dalla luna e giunge sulla terra, allo stesso modo gli spiriti – poiché esseri incorporei – possono tracciare il loro cammino su questo etereo percorso.

Sebbene l’esordio della poesia metta il lettore a disagio, perché lo pone faccia a faccia con un mondo trascendente e misterioso, man mano che la narrazione prosegue non ci si pone più il quesito dell’esistenza o meno di queste entità “altre” da noi. L’attenzione si concentra sul potere dell’immaginazione, della percezione e del pensiero umano: gli unici elementi in grado di superare il «ponte di luce» che collega piani diversi del nostro mondo e, insieme, della coscienza.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.