CinemaPrimo PianoEuforia di una società deviata: Joker di Todd Phillips

Mattia Pescitelli Mattia Pescitelli9 Ottobre 2019
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Isteria di massa. Questo il termine con il quale si può definire l’uscita in sala di Joker, film diretto da Todd Phillips e interpretato dal fenomeno del momento Joaquin Phoenix. Il pubblico e gran parte della critica lo hanno innalzato a film-monumento. C’è chi lo definisce capolavoro, altri ancora che già lo vedono vincitore del premio più importante del settore. Perfino chi afferma che è un film da manuale di storia del cinema. Sembra che tutti amino il Joker, ma perché tutto questo clamore per un film basato sul personaggio di un fumetto? La risposta può essere trovata con facilità guardando il panorama cinematografico contemporaneo, quello dei blockbusters, dei cinecomics, dei film ad altissimo budget, del cinema degli effetti visivi. In questo marasma di eroi incappucciati, film spettacolarizzanti, calzamaglie e alieni provenienti dai pianeti più impronunciabili mai concepiti, sembra naturale il successo di una pellicola come Joker. Ma per quale motivo? Semplicemente perché propone al grande pubblico un cinema che non avrebbero mai esplorato altrimenti. Un cinema “terreno”. Un cinema che vuole comunicare effettivamente con lo spettatore.

L’isteria di massa si è creata nel preciso momento in cui il “cinecomic” è stato premiato con il Leone d’oro al miglior film durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e ha continuato a crescere e crescere, fino al debutto della pellicola nelle sale mondiali lo scorso 3 ottobre. Questa costante crescita dell’aspettativa ha portato a una tensione sociale di rado vista in passato, a partire dalle proiezioni “blindate” negli Stati Uniti, dove si aspettavano ripercussioni e sommosse scatenate dalla componente “sovversiva” del film. L’opera cinematografica si è evoluta a vero e proprio fenomeno sociale. Tutto questo perché, sostanzialmente, è un film “diverso”. Diverso da quanto visto prima d’ora da chi va al cinema solo per guardare i blockbuster, ma anche da chi non si aspetta più nulla da questi ultimi. È una sorta di catalizzatore sociale in grado di unire “mondi” contrastanti. Un film che mette d’accordo più realtà, più ideali, più persone. Un film che, a detta di molti, racconta dei temi che al cinema non si erano mai visti con questa intensità e questa rilevanza. Un “capolavoro senza tempo della cinematografia”. Ma, sfortunatamente, non è così.

Joker è senza ombra di dubbio un ottimo film, rasente l’eccellenza. È una festa per gli occhi e le orecchie, il che dimostra una certa dose di ispirazione e passione da parte di Phillips per la realizzazione di questo film, quasi un’opera prima dopo la sua lunga carriera nel cinema comico. Quasi ogni inquadratura presenta qualcosa di peculiare, di “iconico”. Anche i semplici campi-controcampi sono realizzati in modo particolarmente ispirato. Ovviamente, a contribuire alla costruzione delle inquadrature troviamo anche (e soprattutto) il corpo scheletrico di Joaquin Phoenix, superbo nel ruolo del folle Joker/Arthur Fleck. Le sue movenze sinuose e inquietanti sembrano direzionare la macchina da presa, come un serpente che incanta l’incantatore stesso. C’è una sorta di reciproca inversione delle parti, con la regia che segue il corpo e il corpo che, allo stesso tempo, segue la regia. Una sorta di “bipolarismo” cinematografico, il che è interessante da notare in un film dove l’instabilità mentale e la crisi della personalità sono centrali.

E proprio su questi ultimi due aspetti Phillips sembra focalizzarsi, quelli che hanno fatto “impazzire” il grande pubblico per la crudezza e la rassegnazione con la quale sono raccontati. Ma non è senz’altro la prima volta che questi temi si mostrano al cinema (come alcuni sembrano sostenere). Sono perfino sfociati sul piccolo schermo con, ad esempio, una produzione come Mindhunter, dove la devianza è trattata in modo tale da farti rabbrividire dinanzi alle vicende narrate e dove non è presente una presa di posizione precisa da parte dell’autore. Sembra che qui, invece, Phillips abbia preferito dirigersi verso un orizzonte più empatico riguardo la condizione dell’infermità mentale. La costruzione del Joker è dolorosa, graduale, ideata in modo tale da far identificare lo spettatore con le disgrazie del povero Arthur Fleck. Chi guarda si sente vittima e, allo stesso tempo, carnefice. Capisce che ciò che sta provando è sbagliato, ma continua comunque a identificarsi, a “tifare per il male”, o meglio, per la rivalsa del debole sul potente.

Perché, in definitiva, il Joker nel film non è l’antagonista, ma piuttosto l’antieroe che guida, sua insaputa, l’insurrezione di un popolo oppresso, governato da chi non ha mai sofferto nella vita. Viene difficile non fare un’analogia con l’America di Trump. Gotham non è altro che la riproduzione in scala di un’America non ascoltata, messa in disparte da chi detiene il potere, lasciata a marcire sul ciglio della strada. E Arthur non è altro che una persona qualunque in una città troppo grande per essere in grado di distinguerlo dalla massa. Diventa qualcuno, una minaccia per la stabilità sociale, nel momento in cui indossa la sua maschera, quando i cittadini trovano in lui un simbolo, quando il volto scompare e la paura dell’ignoto subentra alla razionalità. Questo è Joker: la maschera di una persona invisibile, la prole deviata di una società cieca. Ma non è la società a renderlo tale. Lui è perfettamente conscio della sua condizione di instabilità mentale fin da quando ne ha memoria. La società non ha nulla a che vedere con la sua condizione, quanto piuttosto dà il benestare all’esternazione pubblica della sua devianza. È evidente il fatto che Arthur non è spinto, ma piuttosto lasciato libero dalle briglie sociali.

Lui fa del suo meglio per apparire il più “normale” possibile, come quando (omaggiando Taxi Driver di Scorsese) prova l’entrata sul palco del talk show del suo idolo (interpretato da Robert De Niro, peraltro). In questa scena, l’appropriazione e l’imitazione di un’altra personalità sembra essere per Arthur l’unica via per potersi presentare al pubblico. Vuole apparire normativamente adatto alle dinamiche sociali nelle quali si troverà coinvolto. Cosa che cambia totalmente quando su quel palco ci metterà veramente piede, ormai completamente liberato da qualsivoglia vincolo sociale. La maschera ha preso il sopravvento. La performatività diventa improvvisata. L’inibizione scompare. La prevedibilità si sfalda allo stesso modo della sua mente. L’irrazionalità e la schizofrenia diventano il regime dominante, unici conduttori dell’azione.

E lo spettatore in questa parabola ascendente di follia si trova sempre al fianco del deviato Arthur, mai verso quella del magnate Thomas Wayne. Lo capiamo anche dal modo con il quale viene assassinato sul finale del film, ovvero la fin troppo conosciuta scena della scintilla che spingerà il piccolo Bruce a diventare Batman. A differenza del passato, lo spettatore è portato a vedere la scena dal punto di vista dell’assassino, che non esita minimamente a sparare al candidato politico. È una morte istantanea, quasi sorvolata, non importante ai fini di quanto raccontato. È una vera e propria esecuzione “senza cuore” di quello che gran parte della città vede come un antagonista. Una scena, questa, che può essere apprezzabile fino ad un certo punto (il lungo carrello all’indietro con Bruce in ginocchio vicino ai corpi deceduti dei genitori è bello da vedere, ma sembra solo un contentino per i fan più esigenti).

Proprio questo punto di vista inusuale è il motivo del clamore generale riguardo Joker. Il fatto di identificarsi con ciò che sai sia sbagliato ha un carattere esotico che da sempre affascina le persone. Basti pensare a tutte quelle storie con protagonisti gangster o criminali, romanzate in modo tale da far aderire il fruitore con le vite di questi personaggi reietti e non accettati dalle norme sociali. Perché la nostra, in fin dei conti, è una società deviata. In tutti risiede la voglia di infrangere le regole, di prendere il controllo della situazione e far valere il proprio punto di vista con la forza. Ed è proprio ciò che fa Joker: prende in mano le redini della situazione; diventa l’icona che tutti vogliono che sia. Ma non lo fa perché è “giusto”. Dietro alle sue azioni si nascondono intenti egoistici. Non uccide i tre ragazzi di Wall Street perché sono l’emblema di una ricchezza ostentata, ma per difendersi. Non uccide Murray Franklin in diretta perché è il simbolo di una società repressa, imbastita e costretta nelle regole e nel tempo limitato del format televisivo, ma perché è il suo personale simbolo di una vita passata a inseguire sogni irrealizzabili. Quell’omicidio è il definitivo assassinio di Arthur Fleck, dei suoi desideri e dei suoi idoli, del suo controllo e della sua razionalità. Solo con quella morte, con quel distacco radicale, diventa “visibile”.

E allora il clamore dei rivoltosi che idolatrano Joker durante la sommossa non è più il plauso al loro “salvatore”, bensì la prova tangibile della sua esistenza come persona. Una persona che per essere notata ha bisogno di indossare una maschera. Che ha bisogno di un identificatore visivo per poter essere considerato dalla società che lo circonda. È in quel momento che il suo atto performativo raggiunge il picco. La sua danza sul cofano di quella macchina della polizia devastata dalla forza dirompente del “popolo” è il suo palco. Non è lì per rappresentare nessuno all’infuori di se stesso. È il suo momento, il suo spettacolo. La sua tragedia è diventata una commedia (come ci mostra il piano sequenza finale, dove l’inseguimento di Joker nei corridoi di Arkham ricorda molto da vicino le sequenze di alcune commedie slapstick). Ed è in questo momento che la sua risata compulsiva trova posto nella sua esistenza. Una risata forzata, sofferta ogni volta. Una risata simbolo di un’esistenza difficile. La risata amara di una commedia. Di una vita.

Questo è Joker. Un film decisamente importante e che continuerà a far parlare di sé negli anni a venire. Una pellicola confezionata sapientemente. Ma qui si ferma. Questo perché il film è estremamente didascalico nella sua esposizione, pur analizzando un tema così ampio e ricco di biforcazioni. Manca quel pizzico di introspezione in più che caratterizza la maggior parte del cinema che cita con tanto affetto. Cinema che, peraltro, è parte integrante della pellicola, prendendo il testimone del teatro, ormai non più riconducibile a trait d’union della società contemporanea.

È come se Todd Phillips si sia perso nella sua voglia di portare al grande pubblico una visione differente di un personaggio così importante per la cultura di massa. Nella sua ricerca della perfezione, della completezza, della visione di un mondo in frantumi, ha omesso una narrazione intricata quanto la mente del personaggio che si impegna a raccontare. Rimane troppo in superficie, pur sforzandosi di scavare a fondo. È un film eccezionalmente ben realizzato, ma siamo lontani dal capolavoro, siamo lontani dai manuali di storia. L’unico motivo per cui vi si potrà trovare sarà per lo strabiliante risultato di aver unito mondi da sempre in contrasto. Per aver portato il cinema d’autore agli occhi di chi quel cinema lo ha solo sentito nominare. Per aver dimostrato che il pubblico riesce ad apprezzare un’opera ben realizzata. Non ha bisogno di essere ammaliato, ma stimolato. A riflettere, a giudicare, a reagire. Questo è il vero, grande pregio di Joker: dimostrare che chiunque è in grado di apprezzare una cinematografia complessa e che chiunque è capace di ammirare un prodotto solitamente riservato alle masse. Anche questo è il cinema. Catalizzatore sociale.

Mattia Pescitelli

Mattia Pescitelli

Nato a Roma, è attualmente studente di Cinema, Televisione e Nuovi Media in DAMS presso l’Università degli Studi Roma Tre. Oltre all’amore per il cinema, prova anche un profondo interesse per il mondo della fotografia e delle Arti nel loro insieme, apprezzando quando questi entrano in collisione e si amalgamano per diventare un unico ibrido, vera essenza del panorama artistico contemporaneo.