CinemaPrimo PianoEsprimersi attraverso il colore: Un americano a Parigi di Vincente Minnelli

Mattia Pescitelli Mattia Pescitelli11 Settembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/09/dvdsvd.jpg

Gli anni ’50 del Novecento hanno portato nuova linfa vitale al mondo del cinema. Questo perché nell’aria risuonavano ancora gli echi assordanti degli ultimi colpi sparati da un secondo conflitto mondiale spietato e vile, terminato formalmente pochi anni prima ma ancora in corso, sebbene celato agli occhi dei meno attenti. In questo clima di tensione globale, la macchina economica si rimette rapidamente in moto, portando distrazione e trivialità ad una popolazione ancora scossa dai recenti eventi. Il cinema (almeno per qualche anno) torna a diventare la principale fonte di intrattenimento di massa. Mentre in Europa la ferita ancora aperta della guerra ha spinto i cineasti a trovare nuovi modi di guardare e raccontare il mondo che li circonda, Hollywood rimane con lo sguardo fisso verso il solito orizzonte: un cinema che segua le regole e le “istruzioni” del passato, quelle che lo hanno portato alla sua grandezza; che porti lo spettatore a divertirsi, ma anche a trarre un insegnamento da quanto visto; in altre parole, un cinema “classico”. Ovviamente, questo non implica che non ci siano state innovazioni sul fronte del cinema americano. Anzi, mentre il cinema d’autore europeo lavorava per sottrazione, quello hollywoodiano procedeva per eccesso. Da colori sfavillanti, a suoni pomposi, fino a formati panoramici e scenografie titaniche. Tutti elementi presenti già da svariato tempo, ma mai utilizzati in questa quantità e in questi modi, diversi da quanto visto in passato. Inoltre, molti generi cinematografici (dopo anni di supremazia della commedia slapstick) tornano a dominare lo schermo. Tra questi troviamo il western, il peplum e anche qualche nuova aggiunta, come i melodrammi (capitanati dal melodramma familiare). Ma il genere che sembra aver “trovato la quadra” più di qualunque altro è il musical. Una catena, quella del suo successo, che parte dal pubblico, da subito catturato dalla sfarzosità e leggerezza di questi film; passa per le case produttrici, sempre più propense a investire grandi quantità di denaro dati gli eccellenti risultati dei film rivali e non; e infine raggiunge i registi, liberi di sperimentare (ovviamente, sempre nei limiti permessi dalla censura) nuovi modi di raccontare e portare sullo schermo coreografie sempre più complesse e imponenti.

Le pellicole sono innumerevoli, troppe per essere citate tutte in questo contesto. Solitamente, parlando di musical usciti tra il 1950 e il 1960, la prima pellicola che balza alla mente è Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the Rain, di Gene Kelly e Stanley Donen, 1952). Pilastro del cinema musicale, nonché del cinema hollywoodiano in generale, il capolavoro con protagonisti Gene Kelly e Debbie Reynolds è stato ampiamente trattato all’interno del panorama cinematografico. Vogliamo quest’oggi soffermarci, piuttosto, su di un altro film, anche questo di altissimo rango: Un americano a Parigi (An American in Paris) di Vincente Minnelli.

Datato 1951, il film è ambientato in una Parigi solare e vitale, dove la guerra sembra essere solo un lontano ricordo tenuto flebilmente in vita da Jerry (Gene Kelly), un americano che, finito il conflitto mondiale, ha deciso di stabilirsi nella capitale francese per dedicare la sua vita alla pittura. Insieme al vicino Adam (Oscar Levant), un pianista che sogna di esibirsi di fronte al grande pubblico, passa le giornate tra il caffè sotto casa e i boulevard della Ville Lumiere in cerca di ispirazione. Un giorno, viene avvicinato da una donna interessata alle sue opere, Milo (Nina Foch), che decide di comprare alcuni suoi dipinti e investire sul giovane artista, offrendogli la possibilità di esporre i suoi lavori in una galleria d’arte. Jerry capisce che la donna è interessata a lui anche sotto altri aspetti, quindi si mostra riluttante verso le sue avance. Una sera, il giovane incontra in un locale Lise (Leslie Caron), una ragazza della quale si innamora follemente ma che è già promessa a Henri (Georges Guétary), con il quale scopre di avere un amico comune, ovvero il vicino Adam. Ovviamente, Jerry non è a conoscenza del segreto che nasconde Lise, così passerà svariato tempo in compagnia del fidanzato della ragazza, senza che nessuno dei due sospetti che entrambi sono innamorati della stessa donna. Lo svolgimento degli eventi da questo punto in poi è abbastanza prevedibile, anche perché la sceneggiatura è una parte importante dei musical, ma non più importante di altri elementi. Di conseguenza, è una di quelle trame che si lascia seguire senza troppi colpi di scena. Ma questo non va visto come un aspetto negativo, anche perché Minnelli è riuscito a raccontare questa semplice storia d’amore in modo estremamente raffinato e intelligente.

Ciò che stupisce maggiormente sono i cromatismi. Nel periodo durante il quale è stato realizzato il film, la pellicola a colori esisteva già da diversi anni, ma è proprio nel dopoguerra che si vede un incremento sostanziale di film realizzati interamente con questa tecnica, arrivando a comporre il 50% del panorama cinematografico mondiale. Tuttavia, chi utilizzava il colore solitamente lo faceva seguendo un determinato stile cromatico, più o meno congruente con quanto raccontato dalla pellicola in questione. Per Un americano a Parigi, la produzione ha optato per il Technicolor, fornendo al film una colorazione vivace e decisa. Questa scelta evidenzia la voglia (non troppo velata, ma neanche esplicitata) di utilizzare i colori come specchio delle emozioni dei vari personaggi.

Un esempio è la scena della fantasia di Adam, dove sogna di suonare e dirigere una sua composizione e, allo stesso tempo, assistere alla sua performance dal vivo. Il colore dominante è il giallo, simbolo di gioia, spensieratezza (la felicità dello sfortunato artista è esteriorizzata più volte durante il concerto), ma anche estroversione, espansione (sia artistica che mentale), libertà (di esprimere se stesso) e autonomia (è il protagonista assoluto della scena e l’unico volto che vi appare).

Un altro esempio è la presentazione della giovane Lise, scena molto semplice e basilare, ma significativa in quanto mostra diverse sfumature caratteriali della ragazza (molte delle quali sembrano solo stereotipi aggiunti dalla mente di Henri, offuscata dall’amore, e destinate a cambiare nel corso del film). Una scena, questa, che meriterebbe più di una mera analisi superficiale, ma che in questo momento non abbiamo il tempo di approfondire oltre la questione cromatica. Minnelli ci mostra la visione fantasmatica di uno dei due interlocutori (senza specificare di chi sia il pensiero che stiamo contemplando) mentre, fuori campo, la voce di Henri racconta all’amico le “peculiarità” della giovane Lise. Ognuna è rappresentata in modo diverso, mostrando la visione fittizia della diretta interessata immersa in una scenografica monocromatica mentre svolge attività differenti (ad esempio, balla il charleston quando Henri parla della sua “anima moderna”, oppure legge un libro quando illustra la sua passione per la lettura). Ogni colore, ovviamente, rappresenta lo specifico elemento emotivo e personale che viene esplicitato (o velato) in quella determinata inquadratura (rosso per l’energia e la vigorosità, porpora per la passione e l’amore, verde e giallo per la giovinezza e l’estroversione, ma anche il tradimento ecc.). Inoltre, è molto interessante notare come, nell’inquadratura del charleston, Lise indossi un abito bianco, colore simbolo dell’innocenza e della purezza, contrapponendosi all’intenso rosso della scenografia circostante. Non è da escludere, quindi, che Minnelli abbia utilizzato determinati colori per mitigare le affermazioni di Henri nei confronti della ragazza e nascondere indizi che rivelino la sua vera personalità prima che essa si disveli durante i vari incontri con Jerry.

Un ulteriore esempio di una colorazione funzionale all’inquadramento degli stati d’animo dei personaggi lo possiamo trovare nella festa poco prima del finale del film, dove il tema del bianco e nero (contrapposti sui vestiti degli invitati) rappresenta scissione, incertezza emotiva, sia di Jerry che degli altri personaggi. Milo è divisa tra l’attrazione che prova per il giovane pittore e l’effettivo interesse per la sua arte. Lise non sa se sposare l’uomo al quale si è promessa o seguire il suo cuore. Jerry, infine, è il personaggio scisso per eccellenza. Diviso, in quel momento, sia tra l’amore per Milo (esistente solo per sostituire quanto gli è appena stato negato) e quello per Lise, che per il suo imminente debutto nel mondo dell’arte, insicuro dell’effettiva apprezzabilità delle sue opere ma allo stesso tempo volenteroso di mostrarle al mondo, nonché per il contrasto tra la sua spigliatezza esteriore e la paura di essere giudicato.

Due aspetti, questi, dovuti ad un tratto caratteriale di Jerry che constatiamo sin dall’inizio del film. Durante la presentazione del suo personaggio, infatti, possiamo notare come, di fronte alla bozza di un ritratto da lui sapientemente e splendidamente disegnato, Jerry dapprima cerca di migliorarlo aggiungendo un particolare all’espressività del volto, poi, non contento del risultato, cancella tutta l’opera. Questo, insieme ad altri elementi presentati nei minuti successivi del film, ci fa capire che sotto la parvenza da artista sicuro di sé, Jerry nasconde una grande insicurezza, tale da essere sempre scettico sulla reale apprezzabilità delle sue opere da parte del pubblico. Infatti, non appena Milo si mostra interessata al suo lavoro, lui non può fare a meno di pensare che si stia sbagliando e, infatti, cerca di giustificare l’interesse della donna verso le sue opere con un celato interesse verso la sua persona (che si rivelerà essere vero). Questo perché ha visibilmente paura di mostrare il suo lavoro al pubblico e venire criticato (cosa che viene esplicitata pochi istanti prima dell’incontro tra Jerry e Milo, quando una giovane ragazza si avvicina perché effettivamente interessata alle sue tele, ma lui la respinge, preoccupato che possa in qualche modo criticare il suo lavoro).

Una scelta, questa dei cromatismi, che è stata sicuramente accompagnata dalla dimensione artistica che permea l’intera pellicola. Minnelli, in sostanza, omaggia il mondo della pittura dando risalto a uno dei suoi elementi fondamentali, ovvero il colore (oltre a concludere il film con una lunghissima sequenza musicale interamente incentrata sul tema dell’arte e della pittura, con espliciti riferimenti a Toulouse-Lautrec e altri artisti che hanno passeggiato per la Ville Lumière). Ma la maestria di Minnelli nel raccontare questa semplice storia non si sofferma solo sullo splendido utilizzo del colore, ma anche su elementi velati, molto spesso “nascosti” nelle performance musicali. Un esempio lampante è la sequenza musicale di ’S Wonderful.

In questo particolare tratto della storia noi (e Adam) siamo a conoscenza della doppia relazione di Lise, a differenza di Henri e Jerry, che ne sono all’oscuro. Mentre i due parlano di quanto sono innamorati, Adam si trova nel mezzo, agitato dalla pressante verità che solo lui conosce. Data la loro felicità, Henri e Jerry si esibiscono in un duetto. Tuttavia, sebbene sembrino legati dalla stessa gioia, Minnelli ce li mostra in netta contrapposizione. In primo luogo, i due cantano le stesse cose, ma con parole diverse, sinonimi che sembrano mostrare una voglia di imporre la supremazia del proprio amore (Henri: «’S Wonderful», Jerry: «’S Marvelous»). Se, in quel momento, questa involontaria voglia di spiccare è per loro relativa a due donne differenti, per lo spettatore (e Adam) risulta come una sfida tra i due per mostrare la loro supremazia d’amore su Lise. Questo aspetto di incontro/scontro raggiunge l’apice sul finale della scena, quando Jerry e Henri concludono all’unisono la canzone. Minnelli, infatti, sceglie di farli allontanare, creando un gran divario tra i due e portando l’inquadratura in un campo tra il medio e il lungo. Nella loro unione finale, quindi, i due si scindono completamente, si contrappongono in vista di un imminente scontro decisivo (al momento conosciuto solo dal regista). Una tecnica, quella usata da Minnelli per questa scena, che ricorda un duello western, con i due sfidanti sulla via principale, uno di fronte all’altro, pronti per la resa dei conti.

Un americano a Parigi è un esempio perfetto del cinema che Hollywood aveva intenzione di proporre al suo pubblico. Un film leggero, tecnicamente sorprendente e produttivamente dispendioso, in grado di distrarre le masse e di creare divi che potessero rappresentare un nuovo mondo basato sul capitalismo, sui beni consumabili, sullo sfarzo a basso costo, sul “qui e ora”. Sebbene simbolo di un’ideologia che può o meno piacere, Un americano a Parigi resta un imprescindibile strumento di lettura per una società ormai lontana, basata su altri ideali e altri principi, scomparsa sotto il pressante peso del progresso, suo erede. Unico retaggio.

Mattia Pescitelli

Mattia Pescitelli

Nato a Roma, è attualmente studente di Cinema, Televisione e Nuovi Media in DAMS presso l’Università degli Studi Roma Tre. Oltre all’amore per il cinema, prova anche un profondo interesse per il mondo della fotografia e delle Arti nel loro insieme, apprezzando quando questi entrano in collisione e si amalgamano per diventare un unico ibrido, vera essenza del panorama artistico contemporaneo.