LetteraturaPrimo PianoElagabalo: vari nomi ma un solo destino, l’eccesso

Avatar Richard Drake1 Settembre 2019
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Elagabalo, col sostegno della madre, Giulia Soemia, e della nonna materna, Giulia Mesa, venne acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all’imperatore Macrino, all’età di 14 anni. Il regno di Elagabalo fu fortemente segnato dal suo tentativo di importare il culto solare di Emesa a Roma e dall’opposizione che ebbe questa politica religiosa. Il giovane imperatore siriano, infatti, sovvertì le tradizioni religiose romane, sostituendo a Giove, signore del pantheon romano, la nuova divinità solare del Sol Invictus, che aveva gli stessi attributi del dio solare di Emesa; contrasse anche, in qualità di gran sacerdote di Sol Invictus, un matrimonio con una vergine vestale, che nelle sue intenzione sarebbe dovuto essere il matrimonio tra il proprio dio e Vesta. Il popolo di Roma, il Senato romano e la guardia pretoriana non gradirono neanche la sua promiscuità sessuale, non atipica nella cultura orientale, ma di sicuro fuori luogo a Roma: Elagabalo si sposò infatti cinque volte, persino con un auriga di cui si vantava di essere la moglie, e si racconta si prostituisse all’interno del palazzo imperiale. A causa dell’opposizione che sorse contro di lui, Elagabalo venne assassinato dalla guardia pretoriana e sostituito dal cugino Alessandro Severo.

Questa è l’ossatura del soggetto dell’ultimo romanzo storico uscito per i tipi di Arbor Sapientiae anche se romanzo non è forse il termine più appropriato. L’autore, Carlo D’Urso, per seguire le sinergie fisiche e morali del protagonista ha tradotto le fonti coeve (Erodiano ed Elio Lampridio) nel chiaro intento di volerle trascendere dal loro valore cronistico, affinché fossero plasmate completamente nella prosa distesa. Il linguaggio è pervaso in gran parte da prosa poetica e da continui rimandi al pensiero intimo e al soliloquio. Lontano dalla forma e dall’intenzione di voler comporre un vacuo lungo racconto storico e e/o divulgativo, il tentativo effettuato è stato quello di sondare un animo pagano d’un fanciullo astratto attraverso una martellante sequela di coreografie imperiali: palazzi, arredi, ludes, libidini, ipocrisie, numi, virtù pagane, furore inconscio…

Un giovane di straordinaria bellezza, così lo descrivono le fonti, Elagabalo era, per diritto ereditario, gran sacerdote del dio solare di Emesa, El-Gabal di cui già all’età di 14 anni esercitava il rito. Discendente in linea materna dalla famiglia dei Severi con il nome gentilizio di Varius Avitus Bassianus, fu eletto imperatore nel 218 d.C. Quantomai eccentrico, assolutamente incapace nell’arte della guerra, non fu amato dal popolo e dall’esercito romano, tanto da essere ucciso appena diciottenne e colpito da damnatio memoriae. I suoi ritratti vennero sfigurati o rimodellati adattandoli a quelli del suo successore e cugino Alessandro Severo. Il libro racconta in forma del tutto originale la storia della breve vita di Elagabalo incorniciata nella metafora delle fasi solari.

«Stravit et triclinia de rosa et lectos et porticus ac sic ea deambulavit, idque omni florum genere, liliis, violis, hyacinthis et narcissis.  Hic non nisi unguento nobili aut croco piscinis infectis natavit. Nec cubuit in accubitis facile nisi his, quae pilum leporinum haberent aut plumas perdicum subalares, saepe culcitas mutans».

«Cosparse di rose triclini, letti, nonché i portici per i quali passeggiava; e anche con ogni altro genere di fiori, come gigli, viole, giacinti e narcisi. Non nuotava nelle piscine se non con nobile profumo e dopo averle profumate con zafferano.  Né facilmente si sdraiò su divani che non avessero pelo leporino o piume subalari di pernici, e spesso mutando cuscini» (Historia AugustaAntoninvs Heliogabalvs, 17, 7-9).

Poche sono le testimonianze materiali del suo veloce passaggio al comando di Roma, morì giovanissimo, ucciso dai pretoriani a 18 anni, dopo una breve ed eccentrica vita. Certamente il monumento più importante legato al suo nome fu l’Elagabalium, il tempio dedicato al Deus Sol Invictus. Lo fece costruire sulla parte nord-orientale del Palatino e vi installò il betilo, una pietra nera a forma di cono portata dall’Oriente, che i Fenici sostenevano essere l’immagine stessa del Sole discesa dal cielo. Questo tempio, più noto dalle fonti classiche che da ciò che ne rimane, aveva un recinto, temenos, enorme con giardini circondati da un imponente portico che si apriva verso il Clivus Palatinus, la sua posizione dominava la Via Sacra, il Tempio di Venere e Roma, la valle del Colosseo e l’arco di Settimio Severo. Ma Elagabalo si spinse troppo in là: per promuovere il culto del dio solare siriano, lo inserì nel pantheon romano al di sopra di Giove e ordinò che le sacre reliquie romane fossero trasportate nel suo tempio, tra questi vi erano gli scudi della Reggia, la Magna Mater, il fuoco di Vesta, il Palladio, che prima erano tenuti nel Foro. Il suo successore, il cugino Alessandro Severo, consacrò il tempio a Giove Vendicatore.

ELAGABALUS. Ovvero l’agonia dell’amplesso imperiale

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