In vista delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte di Raffaello, che cadrà il 6 aprile, è in uscita il libro Raphael da Urbino. Archeologo, Urbanista e Cartografo (186 pp., 25 euro) per i tipi dell’editore Arbor Sapientiae, del quale è interessante sviscerare i nuclei essenziali. Un Raffaello inedito emerge da queste pagine, narratore dell’antico e principe della prospettiva. Il grande artista rinascimentale fu uno dei maggiori esponenti dello studio dell’architettura romana e della sua conservazione, come bene da tutelare, difendere e preservare dallo scempio che ne stavano facendo le calcine per ricostruire la Roma cinquecentesca. Lui – nominato dal pontefice prima “magister operis” della fabbrica di San Pietro e poi “praefectus marmorum et lapidum omnium” – si entusiasmò, tra i mille lavori che aveva da terminare, per il progetto della ricostruzione grafica e materiale di Roma antica, così come la si poteva vedere al principio del XVI secolo. L’impresa prevedeva il disegno di una pianta, attraverso una nuova misurazione precisa della città antica e dei suoi monumenti, e una classificazione storica degli edifici romani con l’intento filologico di restituire – attraverso un corretto metodo di studio – quelle parti degli edifici antichi andate distrutte o danneggiate nel corso dei secoli e posizionarle in modo certo e definitivo nel tessuto urbanistico della “forma urbis antiqua”. Ma la morte prematura, a soli 37 anni, lo colse impreparato e del progetto rimasero solo le splendide premesse contenute nella lettera dedicatoria a Leone X. Anche l’archeologo Rodolfo Lanciani si era occupato del mistero di questa pianta raffaelliana, che si credeva circolasse in forma manoscritta, e i suoi studi lo portarono a individuare nella cinquecentina di Fabio Calvo Antiquae Urbis Romae cum Regionibus Simulachrum, l’unico possibile documento collegato direttamente alle ricerche fatte da Raffaello.

Nel giorno di Venerdì Santo alle tre di notte Raffaello Sanzio moriva dopo quindici giorni di una lunga febbre «continua e acuta», causata – secondo Vasari – da «eccessi amorosi» e inutilmente curata con ripetuti salassi. La notizia fu di grande impatto emotivo per i suoi contemporanei, che lo consideravano divino, tanto da paragonarlo a Cristo, quasi una sua reincarnazione. Quando si ammalò, Raffaello stava lavorando alla Trasfigurazione, una grande tavola di oltre quattro metri che rappresentava la rivelazione del corpo divino di Gesù – ancora in vita – ai tre apostoli prediletti (Pietro, Giacomo e Giovanni) con uno straordinario splendore della persona e uno stupefacente candore delle vesti. La tavola, rimasta incompiuta, fu collocata a capo del letto funebre, così che la salma sembrava unirsi alla teofania e all’ascensione celeste. La completò poi nella parte inferiore il suo discepolo Giulio Romano.
Il forte legame di Raffaello con le antichità romane, come fonte di ispirazione per le prospettive monumentali dei suoli lavori e come insieme di reperti da proteggere e tutelare, si espresse con tutta la sua determinazione nella lettera che scrisse a Papa Leone X – plausibilmente databile al 1519 – e che il suo amico Baldassare Castiglione gli sistemò con l’arte diplomatica che gli era propria, in modo che fosse incisiva, ma non offensiva, per il destinatario. Ne uscì un capolavoro di equilibrio e sottigliezza dove il rammarico espresso al pontefice per la condotta dei suoi predecessori sottolineava, allo stesso tempo, un’esaltazione del medesimo, del suo mecenatismo e della sua cultura, sotto il cui patrocinio si sarebbe potuta avviare l’opera di restauro e ricostruzione dell’antica Roma. Tra la perfezione degli antichi e la goffa epoca dei barbari «che non seppero fare li mattoni cotti», l’età moderna veniva proposta come fase intermedia, legata allo studio e all’imitazione di quel mondo perduto. In tale prospettiva la rinascita della nuova Roma andava a rinsaldarsi con le ambizioni prettamente politiche del papato: l’autorità suprema diretta erede del potere e del prestigio imperiale di cui ne continuava i fasti. La lettera mostrava una piena maturità del concetto di “rinascita” e decretava l’arte antica come modello aureo.
L’artista era giunto a Roma alla fine del 1508 e, prima di scrivere la lettera, aveva avuto a disposizione undici anni per rendersi conto di come andavano le cose nell’Urbe. Giunto nella capitale con la raccomandazione di Bramante per affrescare le stanze vaticane di Giulio II, Raffaello fu nominato – con un breve pontificio del 1 agosto 1514 – “magister operis” di San Pietro e venne affiancato dal dottissimo frate Giocondo nella guida del prestigioso cantiere di San Pietro. Fondamentale e interessante fu il rapporto con questo anziano frate, così preparato in questioni di architettura, tanto da essere il primo architetto della fabbrica vaticana. Raffaello già possedeva una piena conoscenza degli studi sulla prospettiva e sulla matematica in quanto a Urbino aveva potuto conoscere da vicino le opere e gli studi condotti dalla “scuola dei Prospettici”, capeggiata da Piero della Francesca, che tanto peso ebbe sul formarsi di quella particolare e serena armonia tra volumi e spazio che caratterizza tutte le opere di Raffaello. Ma fu proprio attraverso l’istruzione che ricevette quotidianamente per circa un anno dall’anziano frate che Raffaello sviluppò una formazione più completa come architetto e la necessità di indagare l’antico e le tecniche edilizie utilizzate per gli edifici di epoca imperiale con occhi non da pittore, ma da costruttore, sviluppando una sensibilità verso la conservazione e la tutela degli stessi.
Nel frattempo, nel 1515, era stato anche nominato “praefectus marmorum et lapidum omnium”, ovvero “presidente di tutti i marmi e di tutte le pietre che si scaveranno a Roma”, dimostrando un atteggiamento di rispetto e “conservazione” verso i marmi antichi e soprattutto quelli con iscrizioni, che a quel tempo davvero in pochi possedevano. Ma lo sconforto del non riuscire a bloccare i saccheggi e la distruzione delle antiche pietre che diventavano calcina per le nuove opere, anche dall’alto della sua carica, fu forse in parte attutito dalla soddisfazione per il progetto topografico che il Papa aveva approvato e che avrebbe ridato a Roma antica il suo posto “intoccabile” nella città e nella storia.
La preoccupazione maggiore era che non rimanesse memoria ai posteri dei monumenti che si erano abbattuti, soprattutto quelli scomparsi sotto i suoi occhi. Raffaello aveva progettato una ricostruzione completa delle opere architettoniche dell’antica capitale dell’Impero e una pianta “in fasi” storiche dell’assetto urbanistico antico che doveva essere accompagnata da una relazione per ogni monumento. Esaltava Vitruvio per i suoi dieci libri dell’architettura con cui aveva fissato in modo indelebile il metodo di costruzione degli antichi e se lo fece tradurre dal latino in volgare da un autorevole amico latinista per capirlo ancora meglio. Il “come” vitruviano doveva unirsi al “dove” raffaelliano. L’impegno, la «diligentia» sottolineata dal Vasari, e la serietà con cui Raffaello condusse tali indagini – che puntualmente riportò nella seconda parte della lettera – fanno di lui un narratore dell’antico, un restauratore e un topografo “ante litteram”. Inoltre i principi e i metodi con cui definisce la sua ricerca permettono di appellarlo “archeologo” nel senso più moderno del termine.
Prova della sua profonda ammirazione e conoscenza dei monumenti antichi Raffaello l’aveva già data nelle magnificenti prospettive utilizzate per gli affreschi della Stanza della Segnatura. Un esempio per tutti è l’affresco della Scuola di Atene (1509-1511) in cui l’impatto visivo maggiore è dato dai motivi dell’architettura romana nel pieno splendore imperiale: gli altissimi archi a cassettoni che ricordano le volte della basilica di Massenzio, la statuaria, i pavimenti a mosaici con motivi geometrici sono tutti espliciti rimandi ai resti che aveva potuto vedere con i suoi occhi. Apprezzava anche il fatto che gli stessi Romani nei tempi antichi avessero provveduto a restaurare e a risistemare gli edifici senza distruggerli. Un episodio aveva segnato profondamente il modo di intendere l’antico da parte degli artisti rinascimentali: il 14 gennaio 1506, due anni prima dell’arrivo a Roma di Raffaello, era venuta alla luce la mirabile statua del Lacoonte nella vigna di Felice de Fredis, sul colle Oppio, in una zona detta “delle Sette Sale”, ossia la grandiosa cisterna delle Terme di Traiano. Un eccezionale ritrovamento, che Papa Giulio II della Rovere non si fece sfuggire. Il 14 febbraio dello stesso 1506 il gruppo marmoreo era già stato trasferito nel Cortile del Belvedere del Vaticano, dove poteva essere ammirato. L’episodio fu emblematico perché subito si ricollegò la statua a quella citata da Plinio nella Storia Naturale, che ricordava l’opera – formidabile esempio di scultura greca già nei tempi antichi – posta nel palazzo di Tito e sottolineava l’importanza di non slegare la provenienza del reperto da suo contesto per poterne ricostruire la storia, come invece regolarmente avveniva. Gli scavi, le scoperte e le sottrazioni presso la Domus Aurea continuarono ancora per anni; lo stesso Raffaello ebbe modo di ammirare gli affreschi e i reperti che venivano alla luce e di rimanerne a tal punto affascinato da riprodurli come elementi decorativi delle stanze papali.

Raffaello concepì la lettera a Leone X nei suoi punti fondamentali l’anno prima della prematura morte. Non sappiamo se il Papa ebbe mai modo di leggerla, ma certamente rimase nelle mani dell’amico Baldassarre Castiglione che ne conservò copia nel suo archivio. L’incipit dell’epistola si apre subito con una denuncia culturale allo “status quo” della tutela nei confronti degli edifici e dei reperti antichi, prosegue con l’enunciazione del valore culturale del progetto – inserita in una veloce sintesi della storia dell’architettura dall’età romana a quella contemporanea – e termina con una lunga descrizione sulle metodologie di attuazione delle nuove misurazioni e dei nuovi disegni da cui emerge con forza la profonda competenza dell’architetto che si mette a disposizione degli interessi antiquari. Non meno importante rispetto alla prima, la seconda parte della lettera fissava le modalità tecniche con cui Raffaello aveva deciso di procedere al disegno. Il grandioso progetto di risistemare i monumenti all’interno di una carta topografica di Roma antica, partendo dal periodo regio fino a quello augusteo, cominciò a prendere avvio proprio dai disegni cartografici che Raffaello voleva rifare “ex novo” in base alle sue nuove misurazioni calcolate con un complicato metodo di bussola a calamita basata sui venti.
Il lavoro prevedeva tre fasi: il disegno della pianta, il disegno degli edifici nella parte esterna con le decorazioni e il disegno in sezione della parte interna. Il risultato finale doveva essere la completa riproduzione cartografica e icnografica dei monumenti con dettagli in sezione; se solo Raffaello fosse vissuto più a lungo la storia cartografica di Roma sarebbe cambiata e Bufalini e Nollii avrebbero avuto un predecessore impareggiabile nel tratto del disegno a cui guardare con rispetto. Sappiamo infine da Andrea Fulvio che Raffaello aveva cominciato a fare delle prove di disegni ad acquerello, e aveva disegnato la prima delle quattordici regioni augustee, ma non abbiamo tracce del lavoro. Tutto ciò che ci rimane è la lettera appunto, che doveva essere la prefazione al lavoro cartografico; la pubblicazione del volume Antiquae Urbis Romae cum regionibus simulachrum fatta ad opera del suo collaboratore Marco Fabio Calvo, l’amico latinista sopracitato, con carte alquanto deludenti rispetto alle premesse di Raffaello, ci fa desumere che l’artista – in un anno – non riuscì a cominciare il lavoro cartografico e la morte interruppe in modo ineluttabile la sua vita e tutti i progetti che erano nella sua mente.
Il libro in uscita contiene un’introduzione di Maria Elisa Garcia Barraco, un contributo della storica dell’arte Penelope Filacchione, la lettera di Raffaello (redatta in collaborazione con Baldassarre Castiglione) indirizzata a Papa Leone X e la Vita di Raffaello Sanzio scritta da Giorgio Vasari.

Leonardo Reali
Un giorno ho incontrato i libri. E non ho più avuto bisogno di altro.