LetteraturaPrimo PianoEdito INedito: “Il serpente nella tradizione religiosa romana” di Maria Elisa Garcia Barraco

Leonardo Reali10 Marzo 2020
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Un nuovo piccolo gioiello di storia romana si aggiunge alla produzione dell’autrice Maria Elisa Garcia Barraco, che ormai ha all’attivo numerosi libri dedicati ad aspetti particolari della romanità, sempre analizzati in modo approfondito e puntuale. Questa volta lo studio (60 pp., 18 euro), pubblicato dall’editore Arbor Sapientiae, si rivolge all’analisi del valore iconografico del serpente, così spesso raffigurato nei larari e sulle pareti degli edifici romani. Ed è proprio dal dato archeologico che l’autrice parte per cercare di spiegare il legame tra la religione romana arcaica e la simbologia del serpente, considerato alla stregua di un animale domestico benevolo, nonché simbolo del “genius loci” prima e degli antenati poi. Nella lingua latina la parola “draco – draconis” indicava un grosso serpente che veniva spesso raffigurato come decorazione del “lararium” domestico, ovvero il posto riservato – nella casa romana – al culto degli Antenati e dei Lari. Propri del serpente “Agatodemone” (dal greco “ἀγαθός δαίμων”, traducibile in “demone buono”) sono i seguenti attributi: cresta e barbetta colora­ta che lo fanno somigliare a un dragone; fattezze ben distinguibili tra il genere maschile e femminile; un aspetto simpatico ma temibile; grandi dimensioni, soprat­tutto rispetto alle figure uma­ne a cui solitamente si accompagna; sinuose spirali che ne attorcigliano il corpo intorno ad altri serpenti o ad altri oggetti.

La copertina del libro, edito da Arbor Sapientiae

In realtà il serpente nella tradizione romana non aveva alcuna accezione negativa, anzi era considerato un benevole protettore della casa e dei suoi abitanti. Dal punto di vista iconografico il “serpente-dragone” era spesso utilizzato anche sulle pareti esterne degli edifici come disincentivo a commettere gesti maleducati nei paraggi; era, insomma, un monito al rispetto e a non insudiciare il luogo. Una parte molto interessante del testo riguarda la spiegazione, sempre corredata da immagini significative, dell’utilizzo dei due serpenti affrontati – nella duplice sembianza maschile e femminile – che rispecchiano un altro tratto della religione arcaica romana, ovvero quello di venerare divinità del luogo di cui non si conosceva l’aspetto e il nome e per questo invocate con una particolare formula: “sive deo sive dea”, così da non far torto a nessuno.  Una grande varietà di raffigurazioni sono giunte a noi con uno o due serpenti affrontati o incrociati, tutte con il medesimo messaggio: far assurgere questo animale a simbolo di protezione e di legame con gli antenati.  Questi serpentoni erano, infatti, le incarnazioni delle divinità del luogo e della famiglia nella loro duplice essenza maschile e femminile.

In una socie­tà impregnata di gesti scaramantici per allontanare il “fascinum”, ovvero il malocchio, la presenza o l’appa­rizione di un serpente era ben vista e ritenuta un presagio favorevole per la famiglia e i suoi membri, tan­to che anche la sola raffigurazione era considerata un segno positivo per il futuro. Nella casa romana il “lararium” era il luogo riservato al culto domesti­co, il più delle volte con una forma di “aedicula”, dove si riponevano le statuette degli antenati – i “sacra pri­vata” – e si venerava il culto antichis­simo dei “Lares”, gli spiriti protettori degli antenati defunti.

Per inquadra­re velocemente il complesso aspetto del culto degli antenati nell’antica Roma si segnala che per i Romani tre erano le divinità legate ai defunti: i Lari (“dii lares”, ovvero gli dei legati al “lar”, il focolare domestico), che tutelavano i luoghi abitati dagli uo­mini, appartenevano al sito (non alla famiglia) ed erano venerati nel culto privato e pubblico; i Penati (“dii penates”, ovvero le divinità legate al “penus”, la dispen­sa), che avevano una natura più spi­rituale, seguivano i membri della famiglia nei loro spostamenti, vigilavano sul loro benessere ed erano venerati in modo esclusivo nel culto privato; i Mani (“dii manes”, ovvero gli dei “benevolenti”), che rappresenta­vano tutte le anime dei defun­ti, talvolta venivano identificati con le divinità dell’oltretomba ed erano un culto pubblico.

C’era poi il “genius”: entità naturale divinizzata, spirito tutelare, considerato come il cu­stode benevolo del luogo e delle sorti della famiglia, ma anche dei singoli individui, in epoca arcai­ca raffigurato come serpente e poi assimilato – dall’età augustea – ai Lari. I serpenti nel I sec. d.C. di­ventano i protagonisti indiscussi dei “lararia” domestici; la loro raf­figurazione in questo contesto ha caratteristiche iconografiche distintive in quanto simboleg­giano l’entità del nume tutelare o “genius”.

La figura vigorosa del serpente (o di due serpenti) costituiva, in modo esplicito, il richiamo da una parte alla protezione e alla benedizione, dall’altra alla morte e all’annientamento. Lentamente però si perse questa usanza e all’inizio del II sec. d.C. si andò preferendo le figure antropomorfe dei Lari domestici piuttosto che quella dei serpenti-dragoni. Pompei ci ha lasciato le testimonianze più note e numerose di “lararia” con serpenti – perché cristallizzata, a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in un momento in cui questa raffigurazione era ancora molto di moda nelle case e nelle botteghe – e offre una varietà notevole di registri decorativi in cui la compresenza tra figure umane e “dracones” è ancora molto forte.

Con l’avvento del cristianesimo il serpente divenne simbolo del male e del peccato, un’accezione che in alcun modo poteva coniugarsi con quella romana del “genius loci”. Così non fu più possibile utilizzare l’immagine del serpente-dragone in modo positivo. La scritta «Hic sunt dracones» («Qui sono i draghi»),  che compare su alcune carte medievali, segnava drasticamente il confine geografico del non conosciuto, un limite invalicabile della nostra conoscenza, raffigurato appunto da due serpentoni pronti a uccidere chiunque lo avesse valicato, una sorta di punizione di Lacoonte per chi osava andare oltre.

Leonardo Reali

Un giorno ho incontrato i libri. E non ho più avuto bisogno di altro.