LetteraturaPrimo Piano“Annabel Lee”, il macabro di Edgar Allan Poe tra realtà e leggenda

Lucia Cambria Lucia Cambria26 Ottobre 2020
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«Dunque la morte di una bella donna è, fuor di discussione, il più poetico tema in tutto il mondo». Così scrisse Edgar Allan Poe nel 1846 in La filosofia della composizione. E questo sinistro assunto sembra essere stato un filo conduttore di buona parte della sua produzione letteraria, indissolubilmente attorcigliata alle drammatiche vicende che si abbatterono sulla sua breve e tormentata esistenza.

Quando si pensa alla letteratura dell’orrore, uno dei primi autori ai quali ci si riferisce è certamente Poe, considerato un vero e proprio maestro nel suo genere. Nato a Boston nel 1809, rimane orfano di entrambi i genitori all’età di due anni e viene, per questo, adottato da John Allan. Dopo un lungo periodo nel Regno Unito, Poe torna negli Stati Uniti, dove intraprende in maniera intermittente gli studi universitari. Per questo motivo preferirà poi la vita militare. Durante questa sua esperienza si rende però conto che è la scrittura la sua vera vocazione.

Sarà il primo scrittore americano a voler vivere unicamente dei ricavi derivanti dalla sua attività di letterato, intento che non si rivelerà per niente facile ed è per questo che sarà per tutta la vita tormentato da problemi economici. Compone Manoscritto trovato in una bottiglia (1833) e le Avventure di Gordon Pym (1838) a Baltimora, dove vive presso una zia. Qui conoscerà Virginia, la donna che diverrà sua moglie. Degli anni Quaranta sono invece due dei suoi più celebri racconti: La caduta della casa degli Usher (1940) e I delitti della Rue Morgue (1841).

Nel gennaio del 1842, Virginia inizia a mostrare i primi sintomi della tisi. I problemi con l’alcool dello scrittore si acuiscono a seguito dello stress provocato dalle cagionevoli condizioni di salute della moglie, che morirà nel 1847. Da quel momento, le condizioni psicologiche di Poe diventano sempre più drammatiche, causando in lui una forte depressione che lo spinge ancor di più all’utilizzo di oppio.

Tra tutte le storie di mistero che ha scritto durante la sua vita, nessuna equivale quella – reale – legata alla sua improvvisa ed enigmatica morte. Il 3 ottobre 1849 Poe viene infatti trovato delirante per le vie di Baltimora e quindi condotto in ospedale, dove morirà quattro giorni dopo. Non fu mai in grado di spiegare cosa gli fosse accaduto e come mai indossasse degli abiti non suoi. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento si è ritenuto che fosse stato vittima del cosiddetto “cooping”, ovvero una pratica in uso in quel periodo che consisteva nel rapire una persona e costringerla a ingerire alcol e sostanze stupefacenti, fino quasi a ipnotizzarla, per indurla a votare un determinato candidato. Alle vittime di cooping venivano anche cambiati i vestiti e fatte indossare delle parrucche per far sì che potessero votare più volte; ciò potrebbe spiegare perché Poe indossasse abiti non suoi. Secondo questa teoria, quindi, lo scrittore sarebbe deceduto per intossicazione.

Come si diceva all’inizio, i drammi esistenziali si riflettono nelle sue opere letterarie: primo fra tutti, la morte dell’amata Virginia. Una poesia, in particolare, sembra rievocare proprio la sua figura e ripercorrere la triste scomparsa dell’amata moglie. Sono state fatte varie ipotesi su quale sia stata l’ispirazione per questi versi, ma i riferimenti alla povera consorte appaiono chiari. Si tratta della poesia Annabel Lee (1849), che inizia proprio con la descrizione dell’idillio che i due vissero insieme:

 

Molti e molti anni or sono, in un paese
vicino al mare,
viveva una fanciulla che chiamare
solo oserò col nome d’Annabel Lee
ed in sua vita, quella
non ebbe altro in pensiero, altro nel cuore,
che il suo amore per me, ed il mio amore.

 

La vita dei due innamorati prosegue fino a che

 

se la vennero, un giorno, a portar via,
per rinchiuderla dentro una novella
tomba scavata ai margini del mare.

 

Nonostante Annabel Lee sia ora chiusa nel suo sepolcro, il poeta è convinto che nessuna forza sarà mai in grado di separare i due amanti e che la fanciulla sia ancora presente nel mondo che lo circonda:

 

Perché non splende mai raggio di luna
che non mi rechi un sogno d’Annabel Lee
e non appare stella
ch’io non scorga brillar nell’aria bruna
gli sguardi d’Annabel Lee

E ogni notte così, vengo a sognare
presso la mia diletta, la mia vita,
la mia sposa assopita,
in quel sepolcro al margine del mare
nella sua tomba sul sonante mare

 

Sebbene secondo i critici questa poesia sia stata ispirata dalla prematura scomparsa della moglie, esiste anche una leggenda del South Carolina che ricorda molto da vicino i dettagli descritti da Poe. Narra di un marinaio che incontrò una donna chiamata Annabel Lee e se ne innamorò. Il padre di lei era però contrario all’unione dei due e così gli innamorati si incontravano segretamente in un cimitero. Il marinaio dovette partire e mentre era via apprese della morte della fanciulla per una febbre gialla. Non gli fu nemmeno permesso di prendere parte alle esequie e così, non conoscendo l’esatta ubicazione della tomba di Annabel Lee, si recava sempre in quel luogo in cui era solito incontrarla.

Non esiste alcuna prova certa che Poe fosse al corrente di questa leggenda ma, nel caso l’avesse conosciuta, deve aver sentito proprio lo sgomento di quel marinaio e il macabro desiderio di unirsi alla fanciulla su quella tomba come se fosse un talamo nuziale.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.