LetteraturaPrimo PianoEchi danteschi in una poesia di Henry Wadsworth Longfellow, il traduttore americano della “Divina Commedia”

Lucia Cambria Lucia Cambria21 Settembre 2020
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Nel 1862 nacque negli Stati Uniti il cosiddetto “Circolo Dante”, un’associazione sorta grazie a Henry Wadsworth Longfellow e altri letterati. Il loro intento era quello di promuovere la conoscenza di Dante e della sua opera nel nuovo continente. L’attività più importante del Circolo fu quello di portare a termine la prima traduzione statunitense in lingua inglese dell’intera Divina Commedia nel 1867, versione che viene tutt’oggi considerata tra le più prestigiose per gli anglofoni. E proprio come Dante, anche Longfellow sperimentò la perdita della donna amata, per ben due volte, poiché sia la prima che la seconda moglie morirono in tragiche circostanze. Alcune poesie, in particolare quella che verrà analizzata qui (e che è dedicata alla prima consorte), utilizzano delle immagini liriche che ben si accostano al tipico concetto della donna angelo e salvatrice.

Nato a Portland nel 1807, Longfellow – dopo il diploma – iniziò la carriera di insegnante di lingue moderne e traduttore ma molto presto, a diciannove anni, partì per un tour europeo della durata di tre anni. I paesi da lui visitati furono Francia, Spagna, Italia, Germania e Inghilterra. La conoscenza linguistica acquisita gli permise di scrivere libri in varie lingue. Gli venne poi offerto un posto da professore di lingue moderne ad Harvard. Nel frattempo aveva sposato Mary Storer Potter. La donna morirà per le conseguenze di un aborto spontaneo a soli ventidue anni. Nel 1843 sposerà invece Fanny Appleton, dalla quale avrà sei figli. Nel 1861, la donna stava conservando delle ciocche di capelli dei suoi bambini all’interno di alcune buste, per poi chiuderle con della cera. Per delle circostanze non ben chiare, il vestito della donna prese fuoco e morì il giorno dopo per le gravi ustioni riportate. Anche il poeta, nel tentativo di soccorrere la moglie, rimase gravemente ustionato, soprattutto al viso, motivo per cui di lì in poi avrebbe sempre portato la barba lunga. Longfellow, devastato per questo secondo lutto, cadde in una profonda depressione che lo portò a fare uso di laudano ed etere. Passò gli anni successivi a tradurre la Divina Commedia e si spense poi nel 1882 per una peritonite.

Come già accennato, alcune sue poesie esprimono il dolore provato per questi eventi luttuosi. In particolare, tre anni dopo la morte di Mary, Longfellow comporrà Footsteps of Angels (Passi di angeli). La prima ambientazione dei versi è lo spazio intimo e protetto della casa al crepuscolo, poco prima che le luci vengano accese. Questo è per il poeta il momento in cui le ombre della sera si mischiano con quelle dei cari deceduti, le cui sagome si insinuano dalla porta d’ingresso, in maniera del tutto naturale:

 

Allora le sagome dei morti
Entrano dalla porta aperta;
I cari e i fedeli,
Tornano ancora a farmi visita.

 

Inizia la descrizione di tutti coloro che appaiono al poeta. Ciò fa pensare a un avvenimento abituale, a qualcosa che accade spesso. Successivamente Longfellow introduce la figura della giovane moglie scomparsa, che chiama «Being Beauteous» («Essere di Beltà»):

 

E con essi l’Essere di Beltà
Che mi fu dato in gioventù,
Più di tutto per amarmi
E che adesso è una santa del cielo.

 

Notiamo che la donna viene immediatamente collocata nel paradiso, proprio come la Beatrice dantesca (e anche con lei viene posto particolare rilievo allo sguardo e al compito di «messaggero divino»):

 

Con passo lento e silenzioso
Giunge il messaggero divino,
Occupa il posto vuoto accanto a me,
Pone la sua gentile mano nella mia.

E si siede e mi osserva
Con quegli occhi profondi e teneri
Come le stelle, immobili come quelli dei santi,
Guardando dal cielo verso il basso.

 

Come Dante descrive il fulgore negli occhi di Beatrice nel Canto XXXI del Purgatorio («Mille disiri più che fiamma caldi / strinsermi li occhi a li occhi rilucenti»), anche Longfellow si concentra su quegli occhi che non solo sono come le stelle, ma sono benedicenti, come quelli dei santi. Anche lo spirito di questa donna, come Beatrice, rivolge al poeta un rimprovero:

 

Sebbene non espressa, era udibile
La preghiera senza voce dello spirito,
Il lieve rimprovero finì con benedizioni,
Spirando dalle sue ariose labbra.

Oh, sebbene spesso depresso e solitario,
Tutte le mie paure svaniscono
Se solo ricordo
Che esseri così hanno vissuto e sono morti!

 

Il finale della poesia è l’unica consolazione che il poeta è riuscito a trarre dalla sciagura della perdita: la sua misera condizione trova sollievo solo se ricorda che anche esseri così celestiali sono stati esseri umani mortali.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.