LetteraturaPrimo PianoDylan Thomas e la furia contro il morire della luce: l’impotente lotta dell’uomo innanzi alla morte

Lucia Cambria Lucia Cambria24 Agosto 2020
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«Do not go gentle into that good night»: Dylan Thomas cerca di catturare gli ultimi istanti di una vita che sta per terminare e di motivare quella persona a non andarsene in maniera così docile verso quella notte che, sebbene «buona», inghiotte inevitabilmente la luce vitale. Questa poesia, una villanelle, cioè un componimento formato da diciannove stanze suddivise in cinque terzine e una quartina, venne composta da Thomas nel 1952, quando il padre stava per morire. E proprio questo avvenimento così doloroso, ma anche così profondamente umano, ha ispirato i versi di una delle poesie più famose del XX secolo.

Dylan Thomas, nato nel Galles nel 1917, sebbene abbia goduto di particolare successo letterario in vita, non riuscì a vivere solo della sua poesia: fu infatti anche autore per la BBC. Soffrì precocemente di problemi respiratori che si acuirono durante la sua breve vita. A questi si aggiunse anche una dipendenza dall’alcool. Durante un tour in America, nel 1953, le sue condizioni di salute peggiorarono ulteriormente, fino a quando la notte del suo trentanovesimo compleanno entrò in coma e morì pochi giorni dopo.

Dylan Thomas è uno di quei poeti di difficile classificazione, poiché – sebbene di stampo modernista e influenzato dalla poesia surrealista – le sua liriche hanno molto in comune con la sensibilità romantica del secolo a lui precedente. I temi da lui maggiormente trattati sono connessi coi processi della vita e della morte, proprio come la poesia alla quale si è accennato. La «buona notte» è quasi metafora shakespeariana della morte: nella scena di Amleto in cui per l’ultima volta appare Ofelia prima di uccidersi, quest’ultima si accomiata dagli altri personaggi ripetendo «buona notte» per quattro volte. Per Thomas la notte – sebbene «buona» – va evitata, combattuta, tanto da invitare il padre a infuriarsi contro il suo inevitabile destino:

 

infuria, infuria, contro il morire della luce

 

I saggi – anche se consapevoli che la notte, ovvero la morte, sia il percorso obbligato di ogni essere umano – «non se ne vanno docili in quella buona notte». E così anche i buoni, i selvaggi e gli austeri: tutti quanti a loro modo si oppongono, infuriandosi, alla morte. Il poeta prega che anche il padre faccia lo stesso, affinché non possa dirsi che quella «buona notte» abbia messo il punto alla vita di un uomo:

 

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

 

La figura del padre è sopraelevata rispetto agli uomini che non stanno provando l’esperienza del morire: «triste altura» è quasi ossimoro, poiché pone in contrasto una posizione di preminenza che è allo stesso modo tragica. Quasi come un santo il padre può maledire e benedire il figlio con le proprie lacrime che sgorgano da occhi che adesso conoscono più degli altri: l’impotenza dell’uomo di fronte alle leggi che regolano la natura.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.