Spesso gli studiosi si sono domandati quando sia nato il romanzo moderno, grazie a quale opera e in quale fermento culturale. Ed è quantomeno incredibile che il primo romanzo italiano risalga all’Ottocento, e sia I Promessi Sposi del nostro Alessandro Manzoni, quando invece il “primo” romanzo della modernità è stato scritto a cavallo tra il 1500 e il 1600. Eppure, gli italiani sono stati i primi per tanti secoli e in tante forme d’arte, ma stavolta hanno dovuto cedere il passo alla Spagna, in un periodo proficuo e prolifico, in cui è sorto un personaggio quasi epico, che poteva avere i natali solo nella penisola ispanica, nel suo “siglo de oro”. Si sta parlando, naturalmente, del Don Chisciotte della Mancia. Miguel de Cervantes Saavedra, per citare il nome completo, si era ritrovato – a causa di circostanze avverse – in prigione e privo della mano sinistra. Fortunatamente non della destra, altrimenti il romanzo non avrebbe fatto il suo trionfale ingresso nella letteratura mondiale. Ma qui, seppur nel pieno sconforto, sentendosi un suddito tradito dal suo re, rivoluzionò la letteratura moderna, come stava già facendo per il teatro un certo William Shakespeare, nella sua Londra.
Eppure, Cervantes non scrisse il suo capolavoro tutto in una volta, ma ne redasse una prima parte nel 1605 e un secondo volume solo un anno prima della sua morte, nel 1615. È un romanzo che potremmo considerare della vecchiaia, perché quando questo grande scrittore spagnolo iniziò a scriverlo aveva 58 anni. E non poteva essere altrimenti, perché la vita aveva dato a Cervantes delle lezioni di realismo (non di pessimismo) che difficilmente avrebbe potuto dimenticare e che sono incarnate e ben riposte nell’indimenticabile personaggio nato dalla sua penna. E come nasce questo suo Don? Dalla letteratura stessa.
In questo borgo della Mancia vive un signorotto di campagna. Certamente non un don, perché non si tratta di un nobile che riceve in eredità una ricchezza che gli consente di non dover lavorare, ma di un piccolo proprietario terriero con una dote minima, appena sufficiente a permettergli di mettere su una bella biblioteca, piena di titoli della migliore letteratura cavalleresca. Ha dei terreni che gli fruttano molto poco e il suo futuro Ronzinante in verità è un cavallo per arare i campi, anziano e malconcio. Vive con una nipote di vent’anni e una vecchia domestica. Questo piccolo signorotto viene chiamato Chisciada o Chesada dagli altri abitanti del borgo. Un soprannome malizioso, che significa formaggio, certamente indicativo del fatto che non lo ritenessero una cima. Eppure, Alonzo Chisciano (questo è il suo vero nome) è un uomo di cultura e ama leggere, in particolare i romanzi di cavalleria. Ama a tal punto la lettura che si chiude nella sua biblioteca e legge talmente tanto che gli si «secca il cervello», ci dice Cervantes, «a tal punto, che arrivò a perdere il giudizio», il lume della ragione.
E allora decide di diventare cavaliere. Le sue fantasie divengono realtà al punto che non riesce più a distinguere il vero dal falso. O almeno così sembra a una lettura superficiale, perché a ben vedere il nostro Don ricorda benissimo eventi realmente accaduti e sa bene cosa sia successo per davvero. Ma confonde le acque, si concentra tanto sulla sua fantasia da non desiderare altro se non questa immersione. Ed è una follia, la sua, contagiosissima al punto di coinvolgere chiunque sia intorno a lui, specie il suo amabile scudiero Sancho. Don Chisciotte ricerca i valori della cavalleria, li vuole riportare in vita, desidera che non muoiano. Comprende che questo sia il solo modo per vivere in mondo migliore. Quando vi sarà il doloroso risveglio, il ritorno alla realtà, Don Chisciotte non potrà che morire. Avrà fallito la sua missione, strappato via il velo di Maia. Sarà giunto all’amara constatazione che il mondo che tanto insegue probabilmente non è mai esistito, se non nei suoi adorati libri.
Eppure, torniamo a questo anziano signorotto e alla sua trasformazione in cavaliere. Prima di tutto, abbandona il proprio nome e si battezza Don Chisciotte. Segue tutti i rituali: indossa una vecchia armatura arrugginita, impugna la sua vecchia lancia, prende lo scudo, si fa mettere dal barbiere una bacinella sulla testa, come fosse un vero elmo da cavaliere. Fa la preghiera e il giuramento dei cavalieri, come il codice cavalleresco recitava, e parte per le sue avventure. E quando decide di uscire, sale sul suo ronzino, si cala la celata sull’elmo, prende tutto l’occorrente e si avvia verso la campagna. Nel mentre, con la massima allegria, si compiace di quanto sia stato facile entrare nelle sue fantasie. E qui, esattamente a questo punto, Don Chisciotte fa un patto con se stesso. Cos’è questo patto? E perché dovrebbe riguardarci?
Un noto critico letterario, Philippe Lejeune, ha scritto un libro molto interessante in tal senso, che si intitola Il patto autobiografico. Qui dice che ogni lettore, mentre legge, stringe un patto implicito con l’autore. Lui sa bene che quello che legge non sia vero, ma promette allo scrittore che, per quel lasso di tempo, si figurerà che tutto quello che trova scritto lo sia. Naturalmente, si tratta di una verità altra, posta su un altro piano rispetto alla realtà. Cervantes fa fare questo patto al suo personaggio e Don Chisciotte sceglie di non uscire più da questo gioco, da questo ruolo che si è scelto. Decide di impegnarsi affinché le sue fantasie non siano solo fantasie. Don Chisciotte non è, quindi, solo un personaggio: è una creatura vivente, libera di essere chi vuole e di credere quello che vuole.
E non è casuale che sia proprio questo straordinario cavaliere a pronunciare l’elogio più bello che esista sulla libertà. Un vero e proprio manifesto per chiunque sia libero e voglia esserlo: «La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che cuopre il mare sono da paragonare ad essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita; la schiavitù invece è il peggiore dei mali che agli uomini possano toccare. Dico questo o Sancio, perché bene hai veduto il ristoro e l’abbondanza che s’è goduto in questo castello che ora lasciamo; ebbene, fra tanti squisiti banchetti, pur con tutte quelle bevande ghiacce come neve, a me pareva di trovarmi fra le strette della fame, perché non ne godevo con la libertà con cui ne avrei goduto se fossero state mie, in quanto che gli obblighi di avere a ripagare i benefici e i favori ricevuti sono vincoli che non lasciano risaltare l’animo indipendente. Beato colui al quale il cielo dette un tozzo di pane senza che resti l’obbligo di esserne grato ad altri che al cielo stesso!».

Adele Porzia
Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.