“Cercare la luna nel pozzo” significa desiderare qualcosa di irrealizzabile. Ivo Salvini però è matto e non sa che ascoltare le voci provenienti dalle fonti d’acqua la notte può essergli fatale, nonostante molti lo avvertano del pericolo. Ecco in poche parole l’incipit de La voce della luna, l’ultimo film di Federico Fellini, distribuito nelle sale italiane a partire dal 1 febbraio 1990. La scelta del protagonista cade presto su Roberto Benigni, affiancato da Paolo Villaggio nel ruolo del paranoico prefetto Gonnella, e i due instaurano subito col regista un rapporto di entusiastico scambio di omaggi a mezzo stampa. Benigni è reduce dal successo al botteghino de Il piccolo diavolo (1988), da lui stesso diretto e interpretato, mentre Villaggio attende il passaggio da Fantozzi va in pensione (1988) a Fantozzi alla riscossa (1990), entrambi di Neri Parenti. Per uscire dalle loro maschere, i due attori vengono ritoccati nelle rispettive fisionomie, tanto il primo con un paio di occhialetti e l’aria spiritata quanto il secondo con barba e capelli lunghi e lo sguardo angosciato.
Durante la preparazione del film si ripete il rituale del rigetto: l’autore, infatti, annuncia di non sapere dove andare a parare. Eppure le riprese cominciano nei tempi stabiliti e tutto prosegue con tranquillità. Unico contrattempo si rivela la crisi con lo sceneggiatore Tullio Pinelli, il quale non lavora con Fellini dall’epoca di Giulietta degli spiriti (1965) e si rende presto conto che il collaboratore di un tempo ha cambiato modo di scrivere in quanto ormai arriva sul set improvvisando su uno schema e senza bisogno di una vera sceneggiatura. Insomma, fra i due non si ricrea l’intesa di una volta e secondo Pinelli il progetto ne avrebbe risentito. A ogni modo, i partecipanti ricordano quel set come una delle occasioni più serene dell’intera storia felliniana dei set e lo stesso regista sembra ringiovanire nell’istante in cui riprende il suo posto.
La voce della luna si presenta come un inno alla semplicità che pone domande con la sfacciata ingenuità dei bambini e forse osa persino svelare alcuni misteri sull’umano sentire. Come possiamo comunicare coi morti? Ma ancora più importante, come possiamo farlo coi vivi se intorno a noi c’è sempre così tanto rumore? Da una parte c’è la dolce vita trasferitasi in provincia, fra le “gnoccate” e i concorsi di bellezza. Dall’altra la persistente presenza della televisione, accesa in una stanza oppure denunciata dalla giungla di antenne che ricopre i tetti. Persino la luna, a un certo punto, annuncia lo stacco pubblicitario.
«Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa riusciremmo a capire», sentenzia a un tratto Salvini/Benigni; a quel punto della storia siamo ormai consapevoli che il mondo dell’estasi e della poesia non esiste più. Come ha affermato altrove Jean-Luc Godard, la televisione crea l’oblio mente il cinema ha sempre creato ricordi. È evidente che Fellini la pensi nello stesso modo, se non peggio. Almeno l’oblio è vuoto. Nel film c’è invece la paura di dover andare incontro alla fine in mezzo a un frastuono senza senso. Alle porte del ventunesimo secolo, nell’autore sognatore per eccellenza sembra tentennare la voglia di inventare e prevale piuttosto quella di fare filosofia, giudicare, riflettere. Non vediamo più l’abbandono, a suo modo spensierato, di Amarcord (1973). Qui c’è solo l’archetipica immagine di un matto davanti a un pozzo e una luna irraggiungibile. Né realtà, né sogno. Forse mito. Sicuramente tragedia.

Alessandro Amato
Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E." e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.