MusicaPrimo PianoTeatro e DanzaDanzare i Pink Floyd in punta di piedi

Giada Oliva Giada Oliva6 Giugno 2019
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Nel 1972 il coreografo francese Roland Petit fondò la compagnia autonoma Ballets des Marseille e in occasione del debutto nel novembre dello stesso anno coinvolse la band rock dei Pink Floyd. Petit era già noto per le sue scelte innovative e il suo eclettismo creativo e anche questa volta non mancò di confermare la sua apertura mentale e il desiderio di contaminare la sua arte con le più svariate forme di spettacolo.

La scelta della band non fu casuale ma era coerente con la linea programmatica pensata da Petit e i suoi collaboratori per la Compagnia. L’intento era donare alla Francia un Teatro Popolare della Danza con un’offerta di spettacoli che potessero coinvolgere un pubblico eterogeneo per età e classe sociale. A tal fine pensarono bene di scegliere un luogo che fosse diverso per funzione e struttura dai teatri canonici dove la danza veniva eseguita, come per esempio l’Opera di Parigi: cosa c’era di più famigliare e meno spocchiosamente austero del Palazzetto dello Sport di Marsiglia? E fu così che il 22 novembre del 1972 al Palais Sports debuttò il Pink Floyd Ballet con la band inglese che si offrì di suonare dal vivo per alcune serate. Petit temeva la reazione dei fan del gruppo, i quali però non protestarono ma ascoltarono con grande attenzione continuando a osannare i loro idoli.

L’idea di provare a far convivere/collidere la danza accademica fatta di pirouette, mezzepunte e la musica rock visionaria dei Pink Floyd si deve alla figlia di Petit, Valentine, che alla fine degli anni ‘ 60 suggerì al padre di creare una coreografia sulle note della band. All’inizio titubante, dopo un primo ascolto Petit si convinse ed entusiasta incontrò il gruppo per proporgli una collaborazione. Ci vollero due anni di cene, pranzi, discussioni e infiniti ripensamenti prima che l’idea definitiva prendesse forma. Inizialmente il coreografo francese propose di musicare il testo di Proust Alla ricerca del tempo perduto, poi si pensò di realizzare un film con Roman Polanski come regista, Rudolf Nureyev come primo ballerino e un’orchestra composta da 180 elementi. Durante una cena, a cui parteciparono anche Polanski e Nureyev, tra alcol e clima goliardico vennero buttate lì alcune idee, ovviamente scartate, come musicare il testo di Frankenstein. Infine si pensò di scegliere dei brani già esistenti dei Pink Floyd su cui creare le coreografie. One of these days, Careful with that axe Eugene, Obscured by clouds ed Echoes furono le canzoni scelte che vennero in parte modificate dalla band per adattarle in funzione della coreografia.

Petit creò uno spettacolo dalla struttura semplice ma dal forte impatto, riuscendo a carpire l’essenza della musica dei Pink Floyd e a tradurla nel suo immaginario coreografico. Il risultato fu un balletto rock dalla carica eversiva e rivoluzionaria, difficile da ricreare nei numerosi e recenti rifacimenti. Questi ultimi, del tutto estirpati dal contesto storico/culturale in cui lo spettacolo nacque e privi di qualsiasi riattualizzazione, finiscono per essere degli spettacoli inscenati solo per fare cassa e nulla più.

All’epoca l’incontro con la musica rock stravolse i canoni del balletto classico. Yves Saint-Laurent realizzò per i ballerini delle calzamaglie bianche minimaliste, un’essenzialità che oggi non ci stupisce perché ormai introiettata nel senso comune ma che all’epoca rappresentò una grande novità. Petit introdusse variazioni e innovazioni anche nei passi a due in cui valorizzò la figura maschile, di solito in secondo piano rispetto alla partner femminile. Fu un balletto soprattutto corale in quanto all’individualismo delle esecuzioni solistiche prevalsero i balletti di gruppo dal grande impatto visivo e dalla potente carica esplosiva. Ogni ballerino ebbe importanza e venne meno l’idea dei ballerini di fila che fanno solo da contorno alla danza dell’Etoile, il vero focus della danza classica. La scena era sprovvista di scenografia e aveva un palco sopraelevato dove la band si esibiva. Grande protagonista insieme alla musica e alla danza fu l’impianto di illuminazione geometrico e psichedelico che si ispirava ai light show dei Pink Floyd e alla copertina dell’album The Dark Side of the Moon. Luci laser e fumogeni riuscirono a creare uno spettacolo ipnotico e coinvolgente: fasci di luci laterali e a cono avvolgevano non solo i ballerini ma anche il pubblico. Nelle coreografie Roland Petit inserì una serie di provocazioni anche buffe e omaggi allo sport con movimenti che richiamavano la boxe e il nuoto.

In questa collaborazione tra danza e rock non mancarono delle difficoltà come per esempio l’insofferenza dei Pink Floyd durante le prove dello spettacolo, i quali si sentirono limitati a dover garantire un’esecuzione sempre uguale per permettere ai ballerini di provare. Risultava difficile per loro non improvvisare ma suonare e contare le battute, per cui ci fu qualcuno che sul palco con carta e penna segnava ogni volta la battuta a cui erano arrivati.

Il Pink Floyd Ballet fu una vera sfida alle regole della danza classica e un plauso va a Petit e ai Pink Floyd che ebbero l’ardire di fare un salto nel vuoto rischiando anche di attuare una scelta impopolare che poteva non incontrare il favore del pubblico. Uno spettacolo di quasi 50 anni fa ci insegna l’unica strada di un percorso artistico degno di questo nome: quella della sperimentazione e dell’azzardo creativo.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.