LetteraturaPrimo PianoDal rovesciamento al non senso: elementi irriverenti nelle pagine di Rabelais

Monica Di Martino Monica Di Martino22 Giugno 2020
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Che il reale possa essere considerato da punti di vista differenti, anche lontani o antitetici fra di loro, che ogni cosa abbia il suo rovescio, che la realtà sia sempre aperta e mutevole è quanto si afferma nella letteratura carnevalesca, della quale François Rabelais è stato considerato uno dei maggiori esponenti d’età rinascimentale. A quale opera si faccia riferimento precisamente è presto detto: il romanzo di Gargantua e Pantagruele.

Sotto lo pseudonimo di Alcofribas Nasier, l’autore pubblicò la sua opera più famosa che però non fu apprezzata dai dotti della Sorbona, la città universitaria nella quale era approdato. Nell’opera, la realtà ci presenta un mondo inconsueto, ben rappresentato dai personaggi protagonisti, disponibile ad accogliere tutti gli elementi del reale. Gli episodi toccano le più svariate problematiche: sociali, religiose, filosofiche e così anche lo stile alterna il comico e il sublime, il dotto e il popolare proponendo quindi una visione altra rispetto alla letteratura ufficiale e, dunque, un affresco “carnevalesco” del mondo. Non è raro allora trovarvi un inizio quasi solenne che viene poi smentito da uno stile più basso e materiale, così come la rappresentazione assurda e irreale della realtà, in cui si associano comportamenti verosimili ad altri che non trovano alcuna giustificazione. Anche i proverbi e i luoghi comuni vengono rovesciati, segno di una volontà di distanziarsi dalle opinioni più consolidate. L’idea di scrivere il romanzo trova origine in una stampa popolare che raccontava le gesta del gigante Gargantua.

Il primo libro, il Gargantua, inizia con la nascita del gigante, che avviene da Grandgousier e da Gargamelle che lo partorisce dall’orecchio sinistro. Dopo aver ricevuto un’educazione tipicamente medievale, il saggio Ponocrate lo inizia piuttosto ai principi umanistici, più vicini e più cari a Rabelais; quindi si narrano le sue avventure. Il secondo libro, il Pantagruele, presenta invece il figlio gigante di Gargantua e Badebec; anch’egli, come suo padre, affronta una guerra contro i nemici che hanno invaso le sue terre. Nel terzo libro, un chierico truffaldino che fa parte della cerchia di Pantagruele, Panurge, introduce il tema del matrimonio: egli vorrebbe sposarsi ma teme di essere tradito, così ricorre alle profezie della sibilla, di un mago, di un filosofo finché decide di consultare l’oracolo della Divina Bottiglia e insieme partono per un paese lontano. Nel quarto libro viene descritta la peregrinazione per mare del gruppo degli amici di Pantagruele e, infine, nel quinto libro, uscito postumo e quasi certamente non rimaneggiato da Rabelais, si narra la scoperta di nuove terre fino al raggiungimento del tempio della Divina Bottiglia in cui viene consigliato a Panurge di decidere da solo, con l’aiuto di un buon bicchiere di vino, se deve sposarsi o meno. Fin dal prologo l’autore ci introduce nella sua concezione narrativa: una visione del mondo “carnevalesca” che si basa sulla forza travolgente del riso e che – come altri simboli del carnevale – presenta sempre un aspetto serio, sebbene prevalga – a turno – ora l’uno ora l’altro.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.