LetteraturaPrimo PianoDa Omero ad Alfred Tennyson: ripresa di un episodio odissiaco in età vittoriana

Anita Malagrinò Mustica22 Settembre 2021
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Nel canto IX dell’Odissea, Ulisse – dopo essersi lasciato trasportare e commuovere dall’aedo Demodoco, su esplicita richiesta del re Alcinoo – rivela la sua vera identità e dà inizio al racconto delle peripezie vissute fino a quel momento. Nella narrazione, si sofferma anche sull’episodio dei cosiddetti Lotofagi, uomini – dimoranti sulle coste della Cirenaica – abituati a cibarsi del dolcissimo frutto del loto. I compagni di Ulisse assaggiano il fiore, rimanendo sostanzialmente narcotizzati e perdendo la voglia di ritornare nella propria terra.

L’episodio, in tutta la sua pregnanza simbolica, venne ripreso, tra gli altri, dal poeta inglese Alfred Tennyson, che vi incentrò una delle sue composizioni più celebri, The Lotos-Eaters, facente parte della raccolta pubblicata nel 1832. I temi classici e mitologici ispirarono sempre i versi di Lord Tennyson: tra le sue opere più famose, infatti, rientrano Idylls of the King (1885), poemetti ispirati al ciclo bretone e basati sui romanzi quattrocenteschi di Sir Thomas Malory, preceduti da Ulysses, Tithonus e da molti altri lavori. Ciò che realmente stupisce, nelle opere di Tennyson, è il riscontro puntuale di un’accurata analisi dell’umanità, catturata in tutte le sue sfaccettature e studiata alla luce degli stimoli derivanti dalla lettura dei Classici. Il poeta si fa indagatore dei molteplici aspetti dell’umano percepire, modulando con i versi atmosfere coinvolgenti e dalle tinte oniriche.

The Lotos-Eaters, componimento indubbiamente lungo e complesso, vede marinai sbandati, oscillanti tra l’incertezza e la meraviglia, accogliere come propria una terra dall’aria svenevole, rarefatta nel funambolico incrocio di luci e ombre. Una descrizione quasi teocritea introduce gli uomini nella terra dei Lotofagi, che subito offrono agli avventori i doni inebrianti dei loro lidi. Non appena deglutito il loto, i marinai dimenticano ogni loro affanno, piombando in uno stato di totale atarassia. In una dimensione perpetuamente sonnolente, si domandano il senso della sofferenza e della fatica, pronti a sostituire queste dolorose sensazioni con uno stato di compiaciuta ebrezza:

 

«Odioso è il blu del cielo,
alto sul mare blu.
Morte è fine di vita; ma perché
dovrebbe esser la vita solo affanno?
Lasciateci star soli. Il tempo è rapido:
la nostra bocca in un istante è muta.
Lasciateci star soli. Cosa dura?
Ogni cosa, strappata a noi, diventa
dell’orrendo Passato una parcella.
Lasciateci star soli. Che piacere
nel contrastare il male? C’è mai pace
nello scalare le rampanti onde?
Tutto ha riposo, e cresce per la tomba
in silenzio; matura, cade, e ha termine:
dateci morte oscura, o lunga quiete e sogni»

 

Non vale il ricordo delle spose abbandonate, la consapevolezza di aver rinunciato a una discendenza: tutto si perde «sopra letti d’amaranto», a «guardare il chiaro fiume scorrer lento» al soffio del vento «sempre lieve e amabile». Raggiunta una dimensione pienamente estatica, gli uomini prestano un solenne giuramento: vivere come divinità, autarchici e alteri.

 

«Giuriamo un giuramento, e fermi rispettiamolo,
nella Terra del Loto di vivere e sedere
sui colli come Numi, degli uomini incuranti.
Essi stan presso al nettare, e i fulmini si abbattono
molto sotto di loro, e si avvolgon le nubi
alle magioni d’oro, cinte da un mondo fulgido:
dove occulti sorridon, contemplando macerie,
pèste e fame e disastri, fieri baratri urlanti,
torri in fiamme e battaglie, navi a picco ed oranti.
Eppure essi sorridono: han scoperto che un canto
di pena si svapora, una saga d’errore,
un racconto insensato, benché il testo sia forte;
cantato da una razza di usi al male che arano,
spargono il seme e mieton con diuturna fatica,
mettendo via ogni anno un po’ di vino e grano;
finché muoiono e soffrono – alcuni, si sussurra –
nell’Orco eterne ambasce, e ai Campi Elisi gli altri
posano alfin le membra su letti d’asfodeli.
Sicuro, è ben più dolce dormire sulla spiaggia
della fatica al remo, in mezzo all’onde e al vento;
requie, fratelli nauti, non vagheremo più»

 

La terra addormentata dei Lotofagi diviene immobilità mentale per i naviganti. Attraverso l’oblio concesso dai frutti del loto, essi sono allontanati dai drammi del quotidiano. La loro visione fortemente pessimistica della vita, in contrasto con l’evasione in cui sono trascinati, riflette in pieno l’età vittoriana, costellata di incertezze e preoccupazioni, determinate dal drastico cambiamento delle realtà lavorative e degli stili di vita. La letteratura inglese di quell’epoca è assai nutrita e generosa foriera di visioni profondamente sconfortanti. Lo stesso sconforto è ben reso in questi versi, capaci con il loro suono di narcotizzare anche il lettore, annichilendolo e portandolo nel medesimo stato di spaesamento limbico.

Al grido di battaglia incipitario fanno eco i lapidari versi conclusivi: «requie, fratelli nauti, non vagheremo più». Un dubbio, però, percorre l’intero componimento. È naturale domandarsi, infatti, se ci si trovi dinanzi all’annuncio di una rassegnazione lucida e definitiva o, piuttosto, a un rimodulato desiderio di lotta ai mali dell’umanità.

Anita Malagrinò Mustica

Nata a Venezia, ma costantemente in viaggio per passione e lavoro, studia Lettere Classiche a Bari. Sognando di poter dedicare la sua vita alla ricerca e all’insegnamento, ha collaborato e collabora con varie realtà editoriali, scrivendo per diverse riviste di divulgazione scientifica e culturale. Appassionata di teatro e di poesia, porta avanti numerosi progetti performativi che uniscono i due ambiti.