A distanza di mesi dalla sua prima uscita in Italia, era ancora difficile trovare posto in sala per vedere Bohemian Rhapsody. Non c’è stato film – nel nostro e in altri 12 paesi del mondo – ad aver incassato di più nel 2018, tanto che Bohemian Rhapsody è diventato il “biopic” musicale di maggior successo nella storia del cinema. Nonostante si tratti di un film biografico piuttosto classico, con molte imprecisioni rispetto alla storia vera e con espedienti narrativi “politically correct” costruiti apposta per commuovere il pubblico, mostrando la santificazione e il martirio di un cantante, qualcosa di speciale Bohemian Rhapsody ce l’ha: è uno tra i film più recenti a sfruttare con maggiore consapevolezza le potenzialità del mezzo cinematografico.
Nella primissima scena, il regista non ci mostra mai il volto del protagonista: vediamo il dettaglio del suo occhio che si apre, altri particolari, e infine il suo corpo, di spalle. Lo seguiamo mentre, al rallentatore, si fa strada verso il palco. Vediamo come cammina, come si muove, ne vediamo la schiena, i vestiti, siamo incantati: è uguale, è proprio lui, non abbiamo bisogno di vederlo in faccia per crederci, quello è Freddie Mercury. Contrariamente al solito, non è l’ultima scena del film a essere la più emozionante, ma la prima: Mercury si sta per esibire di nuovo, sta tornando a cantare, eccolo, è arrivato sul palco. Siamo dietro di lui e da questa prospettiva vediamo chiaramente il pubblico impazzito. Poi vediamo una telecamera. Dunque c’è il pubblico, c’è Freddie Mercury, e tra Freddie Mercury e il pubblico c’è la macchina da presa. È evidente che si tratta della macchina fantasmagorica che rende possibile il ritorno in vita del cantane: la macchina del cinema. A questo punto l’operatore gira la telecamera verso di noi, dichiarando ancora più apertamente che quanto stiamo vedendo sullo schermo è in realtà quello che sta avvenendo nella sala: noi che assistiamo al risveglio di Freddie Mercury, Mercury che torna alla vita, sulla scena ancora una volta, grazie a un film.
Solo dopo questo prologo, questa dichiarazione di intenti, il “plot” del film vero e proprio può cominciare a svolgersi: la narrazione fa un salto temporale di 15 anni precedente alla prima scena, confermandone ancora una volta il suo senso extradiegetico. Finalmente possiamo vedere in faccia il protagonista e non importa che non sia il vero Freddie Mercury, perché, ci è stato detto nella prima scena, è un film a rendere possibile e reale il ritorno del cantante, la sua “conditio sine qua non” è l’artificio, la finzione. E infatti, seppure Rami Maleck non è Freddie Mercury e seppure gli assomigli così poco, la sua interpretazione è assolutamente convincente (non a caso ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), e non possiamo fare a meno di constatarlo stupefatti.
Mentre guardiamo il film, proviamo ora ammirazione per Freddie Mercury ora per Rami Maleck, ora siamo tristi perché sappiamo che Freddie Mercury è morto, ora ci commuoviamo quando scopriamo che morirà, costantemente impressionati dalla potenza del mezzo cinematografico. La sospensione dell’incredulità non coincide dunque con l’inizio del film, ma si ripete regolarmente nel corso dello stesso, aumentando l’impatto emotivo finale. Mostrando lo scorrere del tempo, il cinema rispetto alle altre forme di espressione intrattiene un rapporto molto particolare con la morte, aspetto questo che affascinava intellettuali come Luigi Pirandello o André Bazin; il cinema è in grado di riportare il passato al presente, di farlo accadere di nuovo davanti ai nostri occhi, di riscattarlo rendendolo vivo e reale come se accadesse lì per la prima volta. Mentre siamo seduti in sala a guardare Bohemian Rhapsody percepiamo tutto questo. Seppure sappiamo tutti che quella con la morte è una partita persa, le immortali canzoni dei Queen e la potenza evocativa del cinema ci illudono di poter vincere, anche solo per due ore e mezza, quel vuoto insensato che tutto divora. A noi non resta che sederci in sala e credere nell’artificio.

Elena Rangillo
Nata a Roma nel 1991, dopo la laurea in filosofia ha proseguito gli studi nel settore cinematografico, dove attualmente lavora come trailerista. Ama la musica barocca, i dolci siciliani e tutte le Nouvelle vague del mondo.