LetteraturaPrimo PianoConformismo e ribellione nel Belli

Monica Di Martino Monica Di Martino1 Ottobre 2020
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Giuseppe Gioacchino Belli nasce a Roma nel 1791 e conduce un’esistenza difficile e stentata, salvo la parentesi matrimoniale con una ricca vedova che lo finanzia e gli consente una vita agiata. Caratterizzato da una personalità alquanto ambigua, quasi sdoppiata: da un lato il rigido conservatorismo che lo sospinge verso una produzione poetica in lingua e un orientamento politico reazionario e di conformismo verso il potere rappresentato, a Roma, dal Papa e dalla Chiesa; dall’altro la vasta produzione dialettale di sonetti plebei – beffardi e irriverenti, spesso osceni – che rivelano una natura fortemente anarchica e dissacratoria. Nel Belli la realtà viene colta “dal basso” – come nel sonetto Cosa fa er papa? – per cui nulla è sacro, tantomeno il Pontefice, del quale il poeta sottolinea la corruzione, il disinteresse per la sua funzione sacra e il dispotismo, ma anche la ripetitività meccanica del rito celebrato nella cappella Sistina che «per tutta la quaresima è l’istessa com’è stata domenic’a matina» (Le cappelle papale).  E non mancano riflessioni sulle disuguaglianze sociali: ne Li morti de Roma, ad esempio, viene evocato il tema della morte che inesorabilmente accomuna tanto i plebei quanto i borghesi e i nobili.

La conferma di un indefinibile temperamento del Belli, del resto, giunge dalle posizioni intraprese lungo il corso della sua vita: nel 1848 la rivoluzione lo spinse verso posizioni ostili a Mazzini e Garibaldi così come, rivestita la carica di censore, esercitò la professione con rigidezza (proibì, infatti, il Rigoletto e il Macbeth di Verdi, il Mosè di Rossini e altre opere di Shakespeare). Come si spiega questa apparente contraddizione è lo stesso Belli a chiarirlo: «Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma […]. Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e io lo ricopio, non per proporre un modello, ma sì per dare un’immagine fedele di cosa già esistente, e, più, abbandonata senza miglioramento». Suo obiettivo, dunque, è quello di ricostruire fedelmente un modo di vedere non suo; tuttavia, la circostanza si presta bene per l’elaborazione di un’altra ipotesi, quella per cui tale scelta sia l’occasione per far emergere l’altra faccia della sua personalità, forse in altri momenti soffocata. Allo stesso tempo, quel “monumento” alla plebe – che illustra la corruzione politica e la rigida divisione delle classi sociali – riflette un valore negativo, una visione di desolato sconforto di verghiana e leopardiana memoria.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.