LetteraturaPrimo PianoConflitto e pacificazione dell’inettitudine

Monica Di Martino Monica Di Martino26 Settembre 2019
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È Alfonso, il protagonista del primo romanzo di Italo Svevo, Una vita – scelto in luogo dell’altro titolo, poiché meno accattivante, Un inetto – ad inaugurare un tipo di personaggio, l’inetto appunto, che tornerà regolarmente nelle opere successive dell’autore. Si tratta dell’incarnazione della debolezza, dell’insicurezza psicologica, che lo rende «incapace alla vita». Pur nel frequente ricorso di questa figura nella letteratura di questi anni, l’inetto di Svevo non viene ritratto solo dal punto di vista psicologico, ma ne viene in qualche modo “giustificata” anche la condizione, se pensiamo alle radici sociali di tali figure: il protagonista è, infatti, un piccolo borghese declassato da una condizione originariamente agiata ed è un intellettuale; è quindi un “diverso” in quella società borghese calata sul profitto, la produttività e l’attività pratica. Naturalmente, la diversità è sentita come inferiorità, la “debolezza” sociale diviene “debolezza” psicologica: è la distruzione dell’immagine dell’uomo forte e virile voluta dalla società borghese del tempo. Unica via di scampo è quella di costruirsi delle maschere fittizie e di fare di quel goffo impiegatuccio, incapace di stabilire relazioni con gli altri, un “megalomane” che si costruisce un’immagine consolatoria -mentendo – che lo gratifichi e che lo elevi dalle sue frustrazioni, trasformando la sua diversità in tratto distintivo. A complicare la situazione, però, ecco arrivare gli antagonisti che invece esibiscono tutte le caratteristiche che a lui mancano: disinvoltura, sicurezza di sé, capacità di adattarsi alla vita. Il binomio padre-rivale crea un antagonismo in cui, nella lotta che lo oppone all’inetto, quest’ultimo cerca di appoggiarsi al padre per riceverne sicurezza, alimentando così un rapporto di attrazione-repulsione.

Tutta la faccenda si presenta attraverso un processo psicologico affatto nuovo rispetto al romanzo di genere affermatosi in Italia; alla minuzia nell’analisi dei moti interiori si accompagna la tortuosità di un groviglio della coscienza in cui confluisce di tutto: sogni, auto-giustificazioni, inganni, contraddizioni. Ma se l’inetto ha bisogno della sicurezza dell’uomo virile, è vero anche il contrario: l’uomo virile ha bisogno dell’inetto di fronte al quale far emergere la propria forza; dunque, anche il dominatore è il prodotto della stessa crisi generata dalla società, in quanto ha bisogno del dominato proprio come quest’ultimo ha bisogno di lui. Quel che cambia è solo il modo opposto di reagire a quella crisi. Momento di trionfo dell’inetto è la morte dell’antagonista, come accade con La coscienza di Zeno in cui, fortificato dalla maschera, si può auto-convincere che l’antagonista non fosse affatto forte e dimostrare di essergli superiore.

La condizione dell’inetto viene talvolta vista come frutto del destino e non come il risultato dei processi sociali in atto, per divenire così un meccanismo fatale e ineluttabile che non lascia scampo a chi ne è colto; nemmeno dalle critiche dell’autore. Lo si legge tra le righe, attraverso metafore da cui emerge che la contemplazione, il cervello, le qualità intellettuali nulla possono contro il meccanismo brutale della natura e della lotta per l’esistenza. Altrove, Svevo arriverà a guardare la figura dell’inetto con simpatia, anzi come condizione privilegiata dalla quale ci si può evolvere (L’uomo e la teoria darwiniana) contrariamente agli uomini cosiddetti “sani”. Non sempre è semplice capire da quale parte l’autore stia, ma indubbiamente Svevo inserisce nelle sue pagine molto della sua vita. Anche a proposito dell’esperienza con la psicanalisi, dalla quale è affascinato al punto da dirne: «Grande uomo quel nostro Freud ma più per i romanzieri che per gli ammalati». Malattia che Svevo ritiene, comunque, quanto «ha di meglio» l’umanità, preferibile senz’alto alla «salute precoce» che non consente di conoscerci meglio, poiché «la salute non analizza se stessa». In questo senso, il malato non deve avere sensi di colpa guardando gli altri, anzi, riconoscendo di esserlo, dimostra una coscienza più acuta degli altri, perché è la vita stessa ad essere malata. Un messaggio probabilmente da valorizzare fra quanti, in qualche modo, in misura diversa o in un particolare momento, si sentano diversi.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.