Nel 2018 il Colosseo ha battuto il suo stesso record: 7,4 milioni di visitatori. Il 5,7% in più dell’anno precedente. Indubbiamente è il monumento più visitato al mondo, superando anche i Musei Vaticani e il Louvre. Fonte inesauribile di storia, dal 2007 è stato inserito nell’elenco delle sette meraviglie del mondo moderno.
Dall’anno della sua inaugurazione – avvenuta nell’80 – a oggi, l’Anfiteatro Flavio ha vissuto molteplici vite, diventando oggetto anche di numerose leggende. Una di queste riguarda i fori presenti sui muri: secondo il folklore, essi rappresenterebbero il tentativo dei lanzichenecchi di distruggere l’anfiteatro. Si diceva fossero stati riempiti di polvere da sparo, con lo scopo di far saltare il monumento. La leggenda alimentò la nascita del famoso detto: «Finché dura il Colosseo anche Roma durerà». In realtà, grazie agli studi moderni, sappiamo che i romani facevano largo uso di “grappe”, degli elementi in ferro che servivano per rinforzare le strutture del travertino e collegare i diversi blocchi. Il peso complessivo di tali inserti raggiungeva, verosimilmente, le 300 tonnellate e durante il Medioevo vennero gradualmente asportati.
L’Anfiteatro, che non va confuso con il teatro, venne costruito a seguito della “damnatio memoriae” di Nerone, sul luogo che un tempo ospitava un grande lago artificiale. Vicino a questo lago si ergeva una statua colossale, il colosso di Nerone, che diede il nome al Colosseo. Quest’ultima è di certo l’ipotesi più accreditata, ma c’è chi in passato aveva trovato delle analogie tra il nome e il luogo su cui è stato eretto. Sul colle limitrofo, un tempo si trovava un tempio dedicato alla dea Iside, Collis Isei, appunto. Una terza ipotesi addirittura si tinge di tinte fosche, poiché si racconta ci fosse un tempio pagano dove si adorava il demonio e alla fine della cerimonia i sacerdoti chiedevano agli adepti: «Colis eum?» («Adori lui?»).
Di forma ellittica, lungo 189 metri e largo 156 metri, è dotato di circa 80 ingressi e aveva una capienza di 50mila spettatori circa. Le masse venivano attirate dai giochi, battaglie ed esecuzioni che venivano organizzate al suo interno. Gli spettacoli erano in genere gratuiti e aperti ai cittadini di ogni ceto. Le personalità e l’imperatore sedevano sugli spalti più prossimi all’arena, man mano che si saliva i posti venivano occupati dai ceti sempre più poveri, i quali portavano addirittura il proprio cuscino per sistemarsi più comodamente.
La mattina era dedicata alle “venationes”, ossia la battaglia e la caccia di animali selvatici. Particolarmente amati erano gli animali rari, i quali venivano inseriti in una ricostruzione di paesaggi esotici sullo sfondo. Conclusa la caccia, venivano rimosse le carcasse e i cadaveri dall’arena e si spruzzava acqua e zafferano per depurare l’ambiente. A questo punto era pronto per andare in scena un altro spettacolo: all’ora di pranzo c’erano infatti le esecuzioni, gare di atletica e spettacoli comici. I condannati potevano essere cittadini romani, stranieri o schiavi. Ai primi veniva concessa una morte veloce per mezzo di una spada, agli altri invece spettava una fine atroce che poteva essere la “crucifixio”, “ad flammas”, “ad bestias” (nell’ordine, potevano venire crocifissi, bruciati vivi o gettati in pasto alle bestie). Si trattava del momento decisamente più cruento eppure, trattandosi dell’ora di pranzo, c’era chi faceva un salto alle taverne vicine o chi approfittava del cibo offerto per organizzare una grigliata sulle gradinate. Arrivava il momento più atteso della giornata: quello dei combattimenti tra gladiatori. Combattevano fino alla morte o alla resa di uno dei due e il pubblico svolgeva un ruolo fondamentale schierandosi per l’uno o per l’altro, giudizio di cui l’organizzatore dei giochi doveva renderne conto.
Oltre a questi spettacoli c’erano anche le “naumachie”, ossia delle ricostruzioni di battaglie navali. Furono inventate a Roma e generalmente non riprodotte in altre zone poiché davvero molto costose: per l’occasione, il Colosseo veniva allagato e vere navi si sfidavano, talvolta affondando. Per riempire tutta l’arena servivano circa 7 ore.
L’Anfiteatro Flavio è stato teatro di scene macabre, luogo di sofferenza e di morte, un campo per il pascolo delle pecore, ritrovo per affari illegali o per giovani in cerca di amore facile, fino ad arrivare ai nostri giorni, luogo pieno di fascino e simbolo universale di Roma, città ascritta alla gloria eterna.

Valentina Bortolotti
Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.