FotografiaPrimo PianoCarceri e detenuti: la realtà ai confini della realtà

Valentina Bortolotti26 Maggio 2019
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Le carceri rappresentano una realtà cruda, oscura, temibile. Sono luoghi dalla duplice faccia: quella della malavita e quella di un sistema troppo poco organizzato e solo vagamente umano. Spesso – infatti – dietro alla criminalità si celano diritti umani negati e abusi di potere.

Si sente spesso parlare di carceri sovraffollate, un problema che mette a repentaglio la vita dei detenuti e di tutto il personale impiegato per questioni di igiene e sicurezza. Sono realtà drammatiche nelle quali nessuno penserebbe di entrare volontariamente. Per varcare quella soglia senza esserne obbligati serve una buona dose di coraggio. C’è chi questa audacia l’ha avuta e l’ha sfruttata per documentare cosa significhi vivere in certi luoghi, consegnando al mondo un’immagine fedele dello stato delle cose.

Nel giugno 2012 la fotografa Reuters Lucy Nicholson ha realizzato un fotoreportage della prigione blindatissima di San Quintino, il penitenziario più vecchio della California (aperto nel luglio del 1852), e l’unico di tutta l’America ancora dotato di camera a gas. Il 24 febbraio del 1969, all’interno della mensa e da un palco improvvisato, il famoso Johnny Cash cantò: «San Quintino, sei stato un inferno in terra per me». Da allora, il luogo che fino a quel momento era uno dei più invalicabili, diventò meno sconosciuto. Di seguito sono riportate alcune delle foto scattate dalla Nicholson.

Nell’immagine di sopra Marvin Caldwell, 63anni: raccontò alla Nicholson di essere stato recluso per possesso e spaccio di metanfetamina.

I detenuti possono transitare nei corridoi liberamente. La fotografa sfruttò bene questa libertà di movimento per scattare anche alcuni particolari come la cinta di Alberto Ruiz, 50 anni, che si trova nel braccio della morte per omicidio.

Nel fotoreportage vengono ripresi anche momenti privati come la visita dentistica di un detenuto.

Ma anche momenti collettivi: nonostante i detenuti si trovino in isolamento prendono comunque parte alle sedute di gruppo.

Non solo persone ma anche luoghi emblematici, come l’ingresso del braccio della morte.

L’anno seguente al fotoreportage della Nicholson, nell’aprile del 2013, è stato realizzato un altro servizio all’interno di un penitenziario. L’autore, Sebastian Liste, scelse come location dei suoi scatti il carcere Vista Hermosa in Venezuela.

Si tratta di una struttura gestita dai detenuti stessi, le guardie circondano esternamente il perimetro e impediscono eventuali fughe.

All’interno vige una repubblica autonoma della malavita, dotata di leggi e gerarchie; non sono presenti barriere, anzi i reclusi – come i parenti che giungono per le visite – hanno libero accesso alla piscina, alla discoteca, al ring e alle diverse palestre.

Alcuni gruppi – come i gay o i cristiani evangelici – scelgono delle aree separate all’interno della struttura per non essere oggetto di attenzioni indesiderate.

Questo carcere non rappresenta un esperimento d’avanguardia ma è il mero risultato del caos che invade le prigioni venezuelane, di cui villa Hermosa è la più grande. Venne costruita negli anni Cinquanta su un progetto atto a contenere 650 persone, oggi invece ne contiene quasi duemila. È proprio il sovraffollamento la causa dell’abbandono della struttura da parte delle autorità. In seguito all’aumento degli scontri, nel 2005 si decise di consegnare il luogo ai prigionieri. Ovviamente all’interno vengono svolte diversi generi di attività criminale inclusa la preparazione delle droghe che circolano liberamente all’interno della struttura.

Si è accennato alla libertà dei parenti di fare visita ai detenuti: per questo non è difficile imbattersi in momenti di apparente normalità, come dei bambini che giocano, la festa di compleanno della figlia di un recluso o l’immagine di una platea gremita di tifosi.

Il 2013 è l’anno di un altro servizio fotografico realizzato all’interno di un carcere. Adam Hinton ha fotografato i membri della gang MS-13 nel penitenziario di Penas Ciudad Barrios, non lontano da San Salvador, capitale dello stato di El Salvador, uno dei paesi più pericolosi dell’America centrale.

Anche questa è una prigione autogestita ed è in mano a una delle bande criminali più violente al mondo, la già citata MS-13, conosciuta anche come Mara Salvatrucha. La banda, fondata negli anni Ottanta a Los Angeles da un gruppo di immigrati salvadoregni, nel giro di poco tempo ha attirato nuovi adepti che l’hanno fatta crescere. Operando nel traffico della droga, nella prostituzione e nel mercato nero è divenuta famosa per diversi motivi tra cui violente regole di ammissione che prevedono pestaggi per gli uomini e stupri collettivi per le donne.

Anche questo penitenziario, come gli altri, ospita molte più persone di quelle consentite: ben 2.600 su una capienza massima di 800.

Ciudad Barrios è una realtà completa: c’è una panetteria, una clinica medica, un centro di disintossicazione e vengono organizzati diversi workshop.

La storia criminale di ogni membro della banda è raccontata dai tatuaggi.

Valentina Bortolotti

Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Parla l’inglese e il francese, se la cava con lo spagnolo. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.