CinemaPrimo PianoCaratteri eccellenti: Max von Sydow e il cinema italiano

Alessandro Amato Alessandro Amato29 Gennaio 2020
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Guardando alle sue apparizioni nel cinema italiano, ci si convince che Max von Sydow sia uno di quegli attori per i quali non esistono “ruoli minori”. E sì che in più di sessant’anni di carriera di personaggi secondari ne ha interpretati tanti. Però sempre con quella classe e quella sicurezza che sono proprie dei grandi, dei veri professionisti. Lo svedese dagli occhi di ghiaccio non si scompone neppure in Gran bollito (1977) di Mauro Bolognini, dove gli è richiesto di interpretare una zitella di mezz’età con tanto di trucco e parrucco. Certamente, questa disinvoltura proviene dall’esperienza teatrale, ma chi si occupa di attori e recitazione sa che la risposta non può essere così semplice. Innanzitutto, è questione di fotogenia, ovvero quella naturale disposizione a dare una buona resa in fotografia.

Proprio per questa sua dote, il cinema italiano ha provato da subito a farne materia viva, malleabile creta drammaturgica e simbolica. A partire da Alberto Lattuada in Cuore di cane (1976), dove il camaleontico Max interpreta uno scenziato snob e arrogante, di cui sono mostrati però anche i punti deboli, tormentato e perennemente alla ricerca di qualcosa. Ben diversa è l’anima dell’ufficiale nel film Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini, mentre di gran lunga più impressionante risulta il giudice di Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi, dove si calca sul grottesco e l’attore ha finalmente l’occasione di mostrare la propria imprevedibilità. Ecco che da queste premesse sgorga bizzarra l’idea di un personaggio “en travesti”, quella Lisa Carpi del film di Bolognini che ti resta addosso più dei caricaturali colleghi Alberto Lionello e Renato Pozzetto. Alla “ragazza triste” di Max von Sydow finiamo per credere: vorremmo consolarla, salvarla, tanto è riuscito il ruolo.

Una decina d’anni dopo l’interprete torna in Italia per vestire i panni di un mellifluo banchiere mafioso nella pellicola Il pentito (1985) di Pasquale Squitieri, personaggio costruito sul modello di Michele Sindona. Come già nel film di Francesco Rosi, qui il suo volto si presta alla raffigurazione del male burocratico, personificato in un uomo con la sindrome da Ponzio Pilato. Rivisto oggi, il film è forse più bello dei celebri precedenti. Senza nulla togliere a Rosi, Alberto Lattuada e Valerio Zurlini, infatti, questa di Squitieri rimane un’opera di grandissima attualità e si conclude con un’insostenibile potenza. Max von Sydow, nel suo piccolo, ben si amalgama in un insieme di mostri così umani da fare ancora paura. Nello stesso anno escono anche due miniserie televisive: Cristoforo Colombo del solito Lattuada e Quo vadis? di Franco Rossi. La prima vede l’attore nei panni del re di Portogallo, mentre la seconda gli chiede di avvicinare niente meno che l’apostolo Pietro.

Gli anni Novanta, per il rapporto fra il cinema italiano e Max von Sydow, sono molto meno significativi. Da una parte i dimenticabili Mio caro dottor Gräsler (1990) di Roberto Faenza e Una vita scellerata (1990) di Giacomo Battiato, dall’altra tre alimentari apparizioni televisive che cominciano da A che punto è la notte (1994) di Nanni Loy con Marcello Mastroianni, passando per La principessa e il povero (1997) di Lamberto Bava, e giungendo persino a Professione fantasma (1997) di Vittorio De Sisto con protagonista Massimo Lopez. Al di là della qualità dei singoli lavori, è interessante segnalare come il genere preponderante sia il giallo, il mistery. In fondo, quella di Max von Sydow – in Italia come altrove – è una continua messa in discussione della propria immagine, un’incessante ricerca professionale. Quella di un uomo di origini polacche, nato e cresciuto in Svezia, approdato a Hollywood e infine naturalizzato francese. Un’anima indoma e instancabile.

Per l’ultima volta sul nostro piccolo schermo, nel film L’inchiesta (2006) di Giulio Base, l’attore dona all’anziano Tiberio una dignità tale da perdonargli l’evidente stanchezza nel fare e nel parlare. Il doppiaggio di Cesare Barbetti (che mai prima gli aveva dato voce) ne sottolinea invece l’inquietudine dello sguardo. Mentre negli occhi del commissario Moretti in Non ho sonno (2001) di Dario Argento c’è solo l’ironia di chi deve timbrare il cartellino a un passo dalla pensione. In generale, l’avventura italiana di Max von Sydow ha avuto più bassi che alti, ma ci ha comunque regalato momenti suggestivi. A Cinecittà è entrato dalla porta principale grazie a un cineasta di razza, doppiato dallo stesso Lionello che poi incontrerà sul set, e affiancato da una ventiduenne Eleonora Giorgi, che oggi lo ricorda «austero». Ha lavorato prima con Cochi e poi con Renato, ha amato (solo per finta) Virna Lisi, e ha duettato con un pappagallo a Torino. Scusate se è poco.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E." e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.