Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoCamminare nelle Sacre Scritture: gli affreschi di Sant’Angelo in Formis

Valentina Merola Valentina Merola9 Maggio 2021
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Esiste un luogo, ai piedi del monte Tifata, a due passi dalla città di Capua, in cui varcando la soglia si entra dritti nel Medioevo: la basilica di Sant’Angelo in Formis. Una meraviglia dell’arte romanica che presenta al suo interno un raro ciclo di affreschi dell’XI secolo quasi interamente conservato.

Basilica di Sant’Angelo in Formis, 1072-1078, facciata

Alcune note introduttive: la chiesa, consacrata all’arcangelo Michele, fu costruita sui resti di un originario tempio dedicato a Diana (di cui furono reimpiegati elementi della scultura architettonica quali marmi, colonne e pavimenti). La denominazione “ad Formis” prima e “Informis” o “in Formis” poi potrebbe derivare dal latino “forma”, ossia “acquedotto” (indicando possibili condotti d’acqua adiacenti), ma anche dal termine “informis”, e cioè “senza forma”, “spirituale”, con un’accezione più trascendente. La sua costruzione risale ai Longobardi, ma è poi la cessione ai monaci benedettini di Montecassino e all’allora abate, Desiderio, ad avviare una ricostruzione che porterà alla realizzazione dell’elaborata decorazione ad affresco tra le più notevoli del tempo.

Particolare delle colonne di reimpiego nella navata centrale

Siamo nel 1072: la chiesa non è solo un luogo di culto, ma anche lo spazio in cui l’uomo si orienta tra le immagini del Vecchio e del Nuovo Testamento. Immagini al servizio della memoria: il fedele, nell’edificio sacro, allontana le questioni terrene e ricorda l’”historia salutis”, la storia della salvezza, il susseguirsi delle vicende bibliche che gli rivelano la direzione verso Dio. Egli percorre un itinerario visivo nel testo sacro: le figurazioni degli episodi della Bibbia si intersecano con la stessa vita del fedele, il quale guarda alla storia della salvezza come a una fonte di ispirazione per la sua esistenza. Un’arte non contemplativa, ma intessuta nella vita degli individui, una sorgente alla quale attingere sia per i chierici che per gli illetterati. In questo contesto si collocano gli affreschi di Sant’Angelo, realizzati da maestranze campane formatesi accanto a pittori chiamati da Bisanzio, per cui sia sul piano iconografico che stilistico l’influenza è bizantina, benché siano evidenti elementi locali. All’interno della chiesa si è accolti dall’enorme figura del Cristo in maestà dell’abside, nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra, gesto orientale che simboleggia l’acronimo “ICXC”, formato dalla prima e ultima lettera delle parole Gesù e Cristo (in greco “ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ”). Cristo è posto su un trono sontuoso tra i simboli degli evangelisti. Nel registro sottostante sono poi raffigurati i tre arcangeli di cui al centro San Michele, ornato da un ricco abito tipicamente bizantino; sulla destra il fondatore dell’ordine benedettino, San Benedetto, e sulla sinistra l’abate Desiderio, che presenta il modello della basilica a Cristo.

Navata centrale
Cristo in maestà, affresco dell’abside maggiore
L’abate Desiderio con il modello della Chiesa, particolare dell’affresco del catino absidale

Spostando lo sguardo verso la facciata interna, si trova un imponente Giudizio Universale, diviso in cinque registri con al centro Cristo Giudice in trono rappresentato in una mandorla. Nel registro più alto quattro angeli suonano le tube che risvegliano i morti dai sarcofagi, e appena in basso siedono altri angeli e gli apostoli. Tre angeli rivelano poi i cartigli con le sentenze di Cristo e nel quarto registro sono presentati alla destra di chi guarda i dannati, alla sinistra i beati. Nell’ultimo, rispettivamente, vi sono poi l’Inferno e il Paradiso. L’”adventus in maiestate” del giudizio finale sarà uno dei temi più tipici all’interno delle chiese romaniche (e non solo), come idea fondamentale nella vita del fedele.

Giudizio Universale, affresco della controfacciata
L’Inferno, particolare dell’affresco della controfacciata
Il Paradiso, particolare dell’affresco della controfacciata

Sulle pareti della navata centrale si dispiega il ciclo con le Storie di Gesù, articolato in tre registri e sessanta riquadri che ne raccontano la vita. Le navate laterali sono invece occupate dalle storie dell’Antico Testamento, e si tratta purtroppo delle più danneggiate dal tempo: non ne restano che poche scene. Questa disposizione pone in evidente risalto il Nuovo rispetto al Vecchio Testamento, presentando quest’ultimo come una prefigurazione dell’altro, da leggere in parallelo e non come una successione cronologica di eventi.

Storie di Gesù, particolare dell’affresco della navata centrale
Storie di Gesù, particolare dell’Ultima Cena

L’influenza bizantina è manifesta nella schematicità delle forme e anche in alcune scene iconografiche, come nel particolare riquadro dell’Ἀνάστασις (“anàstasis”), la Resurrezione, sfortunatamente deteriorata. La parola greca “anàstasis” deriva dal verbo ἀνίστημι (“anìstemi”), “far sorgere”, “innalzare”. Come per la tradizione artistica orientale, nel ciclo pittorico la Resurrezione è rappresentata con la discesa di Gesù agli Inferi: prima di levarsi al cielo, scende nel punto più basso per poi risalire, con un movimento, appunto, di “anàstasis”, in cui afferra letteralmente Adamo: l’uomo tende la mano ma non ha la forza necessaria per sollevarsi, Cristo allora lo afferra per il polso. E lo salva. La Resurrezione coincide con l’ascesa al paradiso di Adamo ed Eva, e il fedele può leggere il simbolismo di come la Resurrezione di Cristo possa essere quella di tutti, e portare dalla morte alla vita.

Storie di Gesù, particolare della Resurrezione

L’arte medievale è lo specchio di una società dall’anima intensa, mistica. Per tale motivo, dinanzi agli affreschi di Sant’Angelo in Formis si toccano le corde di un’intimità profonda, il tempo si ferma e si resta sospesi; e sinceramente emozionati.

Valentina Merola

Valentina Merola

Laureata in Didattica dell’Arte, ha conseguito i suoi studi tra l’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’Université Paris VIII di Parigi, con indirizzo “Arts, Philosophie, Esthétique”. Appassionata di filosofia e arte, in particolare quella medievale e rinascimentale, amante di libri e vecchie cartoline.