Primo PianoTeatro e DanzaBiodanza, la poetica dell’incontro umano

Ludovica D'Erasmo8 Giugno 2019
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Quante volte ti è capitato di raccontare la tua giornata a qualcuno e non riuscire a guardarlo negli occhi per tutto il tempo del tuo discorso? Quante volte hai ascoltato le tue emozioni e non sei stato coerente con quello che ti suggerivano di fare? Quando è stata l’ultima volta che hai dato un abbraccio sincero e non di cortesia e che non sei sfuggito al sorriso di uno sconosciuto? Quante volte alla domanda come stai hai risposto aprendo il tuo cuore?

Adesso prenditi il tuo tempo, rifletti su di te e sui tuoi incontri umani. Il filosofo tedesco Eric Voegelin agli inizi del Novecento aveva detto che il destino dell’uomo non è possedere la propria umanità, ma preoccuparsi di realizzarla interamente. Le sue parole, profonde e coincise, hanno risuonato sessanta anni dopo, dall’altra parte del mondo, vibrando nella mente di uno psicologo e antropologo cileno, Rolando Toro Araneda. Sconcertato da quanto era accaduto nel mondo, negli anni delle guerre mondiali, Rolando Toro, aveva riflettuto sullo scempio umano; dov’era finita tutta l’umanità che gli uomini millantavano di avere? Quel sentimento universalmente riconosciuto che identifica ognuno con l’altro, e che rende simili, vicini, solidali, uniti. Umani, insomma. Si poteva lavorare su questo. Si poteva insegnare l’umanità attraverso un’educazione attenta all’affettività, alle emozioni, all’empatia, al confronto, alla comprensione, alla resilienza. Si poteva partire da un ambito a caso, scolastico, lavorativo, ludico… ma il professor Rolando Toro, a quel tempo, faceva parte dell’istituto di Ricerche dell’Ospedale Psichiatrico di Santiago del Cile e decise di applicare le sue intuizioni “umane” ai degenti con cui lavorava ogni giorno.

L’obiettivo era quello di “umanizzare la medicina”, attraverso le arti performative, quali il teatro, la musica e la danza. Accadeva qualcosa di magico in queste ore, ritmo, armonia, emozione si aggiungevano alla vita dei suoi pazienti. Stava avvenendo una lenta e ininterrotta evoluzione negli studi del professor Toro, che avrebbe portato gli approcci psicoterapeutici ad una vera e propria rivoluzione. Proseguendo con gli esperimenti, si era arrivati ad osservare come la musica giocasse un ruolo di primo piano. Era attraverso un andamento melodico che i corpi potevano “sciogliersi” e armonizzarsi; potevano percepire i propri limiti spaziali, personali e interpersonali. Una vera e propria integrazione ritmico- motoria della quale potevano servirsi tutti gli uomini, l’umanità intera, “malata di civilizzazione”, diceva Toro. E quello della musica era un linguaggio universale che facilitava la comunicazione con se stessi, con l’altro e con l’ambiente. Nasceva così l’embrione di una disciplina che in punta di piedi ha toccato tutto il mondo. La Biodanza.


La danza della vita, la chiamava Rolando Toro, dove la parola “bio” sta per vita e “danza” è intesa non come gesto tecnico, bensì come movimento corporeo carico di significato. Il professore aveva sviluppato un vero e proprio metodo operativo, selezionando dal Tai Chi Chuan esercizi fisico-motori che avrebbero portato all’armonia e alla fluidità, indirizzando il lavoro su specifici aspetti della persona, le 5 linee della vita, dove risiedono tutti i nostri potenziali, le risorse sane, ovvero la vitalità, la sessualità, la creatività, l’affettività e la trascendenza. Abitare il gesto che ha un significato, essere coerenti con se stessi (penso, dico, faccio), stare nel qui ed ora, la cosiddetta vivencia, come  la chiamava Rolando Toro. Esperimenti, questi, che senza mettersi addosso alcuna etichetta di terapia, sono a dir poco terapeutici, aggiungono vita alla vita, ci riportano alle nostre abitudini ancestrali, ci scuciono dall’anima quel vestito fatto di civilizzazione che ci ha resi distanti gli uni dagli altri, da noi stessi e dal mondo; un percorso che porta l’uomo ad incontrare ed incontrarsi, ad abbandonare il suo ego e a fondersi con il tutto.

Ludovica D'Erasmo

Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura; i giochi di parole e le rime catturano la sua attenzione. Oggi studia Lettere moderne alla Sapienza e sulla scia di filosofi, scrittori e poeti realizza quello che, da sempre, è il grande sogno: scrivere un libro e da qui nasce "Rimasi". La sua scuola migliore, però, rimane il mondo campestre.