La Biblioteca Vallicelliana è una storica biblioteca pubblica di Roma, situata al secondo piano dell’Oratorio dei Filippini annesso alla chiesa di Santa Maria in Vallicella, anche nota come “Chiesa Nuova”. La prima libraria fu in parte distrutta dall’incendio provocato da un razzo nel 1620 durante i festeggiamenti per l’anniversario dell’elezione di Paolo V; fu allora che si decise di costruire l’edificio attuale, anche in virtù della necessità di espanderne gli spazi. A commissionarlo fu la Congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri, istituita nel 1565 e riconosciuta ufficialmente da Gregorio XIII nel 1575 con la bolla Copiosus in misericordia. Gli oratoriani avevano infatti un legame molto particolare con i libri: in base alla Regola i pasti dovevano essere accompagnati dalla lettura e dalla discussione di un testo religioso.

La realizzazione della nuova sede venne affidata a Francesco Borromini (1599-1667), che diresse i lavori dal 1637 al 1652. L’opera venne proseguita dall’architetto Camillo Arcucci nel 1649 e terminò nel 1667. Del Salone, il Borromini disegnò le scaffalature lignee con ballatoio su balaustri a cui si accede mediante quattro scale a chiocciola nascoste dagli angoli convessi ed il soffitto a lacunari, in legno e stucco, decorato con tele monocrome di Giovanni Francesco Romanelli (la Sapienza Divina, 1643) e Lazzaro Baldi (la Mediocritas, 1667), le quali gli donano un singolare effetto marmoreo.

Tuttavia, vennero apportate alcune modifiche al disegno del maestro: il muro perimetrale della sala della Biblioteca venne trasportato in linea retta con quello sottostante, privando così l’edificio della sua originale simmetria. Anche il soffitto divenne irregolare in seguito alla realizzazione degli ultimi riquadri in forma rettangolare anziché quadrata e delle stelle rese ovoidali anziché tonde. Inoltre, l’ambiente fu ampliato dall’Arcucci verso via dei Filippini.
La Biblioteca in sé origina dal lascito testamentario di Achille Stazio, Aquiles Estaço in portoghese (1524-1581), che nel 1581 donò a Filippo Neri e alla Congregazione ben 1.700 volumi a stampa e 300 manoscritti. L’altra figura determinante per la nascita della Vallicelliana fu proprio Filippo Neri (1515-1595), un presbitero, educatore e attivista italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Alla sua morte, infatti, egli fece ereditare alla Congregazione dell’Oratorio la sua raccolta libraria, comprensiva principalmente di volumi sulla storia della Chiesa nel XVI secolo e altresì del fondo Stazio. Successivamente, si aggiunsero ulteriori donazioni, quali l’Archivio e parte della Biblioteca di San Giovanni in Venere (1585); la biblioteca del cardinale Silvio Antoniano; i libri di Pierre Morin e quelli dell’oratoriano Giovenale Ancina, vescovo di Saluzzo (1604); i manoscritti provenienti da Sant’Eutizio, che pervennero grazie all’intervento dell’abate Giacomo Crescenzi, e la raccolta del padre Antonio Gallonio, primo biografo di Filippo Neri (1605). Nel 1607 confluì nella Vallicelliana anche parte della raccolta libraria di Cesare Baronio e, circa sessant’anni dopo (nel 1662), la medesima sorte toccò al fondo di Virgilio Spada, comprensivo di monete, minerali, maioliche e curiosità. Nel 1669 la Biblioteca ereditò il fondo manoscritto dell’intellettuale greco Leone Allacci, custode della Biblioteca Vaticana, costituito da circa 237 manoscritti latini e greci. Successivamente vennero incamerati i lasciti dei padri oratoriani Odorico Rinaldi, Giacomo Laderchi e Giuseppe Bianchini, erede dello studioso Francesco Bianchini.
Tuttavia, la fase di maggior frenesia culturale della comunità oratoriana nel XVII secolo è legata alla pubblicazione degli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio, della Roma sotterranea di Antonio Bosio (curata da padre Antonio Severano) e alla diffusione dell’Oratorio musicale, forma d’intrattenimento spirituale prediletta da Filippo Neri che considerava la musica pescatrice di anime.
Durante l’occupazione francese di Roma (1797-1799) la Biblioteca subì, come altri luoghi, un grave saccheggio, che portò alla perdita di quarantanove cimeli, in parte recuperati negli anni 1837-38.
Giungiamo così al 1873, quando – in seguito alla proclamazione della legge sulla soppressione delle Corporazioni religiose – anche la Vallicelliana venne trasformata in biblioteca di diritto pubblico; tre anni dopo, la Giunta liquidatrice dell’Asse ecclesiastico stabilì di suddividere i documenti della Congregazione fra l’Archivio di Stato di Roma, la stessa Congregazione e la Biblioteca.

Un’ulteriore novità venne introdotta nel 1883, quando alcuni locali della Vallicelliana furono occupati dalla Società Romana di Storia Patria, provvista di una biblioteca specializzata annessa alla Vallicelliana. Istituita nel 1876, nacque con lo scopo di pubblicare documenti riguardanti la storia di Roma e della sua provincia. Mentre la direzione e la gestione scientifica della Biblioteca Vallicelliana erano appannaggio della stessa Società, la gestione amministrativa era delegata ad un Custode consegnatario, di nomina ministeriale. Tale situazione cambiò soltanto nel 1946, quando i rapporti fra i due istituti subirono un ulteriore stravolgimento: la gestione dei fondi vallicelliani tornò alla Biblioteca e ad essa venne anche affidato l’ordinamento bibliografico e la fruizione pubblica delle raccolte della Società.
Dopo essere stata amministrata dal Ministero della Pubblica istruzione, la Biblioteca Vallicelliana è oggi un Istituto periferico del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; il suo patrimonio è costituito da circa 130.000 volumi, di cui 3.000 manoscritti latini, greci ed orientali ed altri fra incunaboli, fotografie, carte geografiche, incisioni, nonché testi di filosofia, diritto, botanica, astronomia, architettura e medicina. Tra gli arredi presenti oggi nel Salone si segnalino: l’armadio commissionato da Cesare Mazzei, la Libraria nella quale sono raccolti i libri posseduti da Filippo Neri, il busto in marmo del Santo, quello del cardinale Baronio e i due globi – uno celeste ed uno terrestre – databili alla fine del XVI secolo.

Martina Scavone
Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.