ArtePrimo PianoBacon, Freud e la Scuola di Londra a Roma: la deflagrazione interiore dell’uomo contemporaneo

Laura Fontanesi Laura Fontanesi3 Novembre 2019
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Francis Bacon, Lucian Freud e gli esponenti della c.d. School of London saranno fruibili -dal 26 settembre 2019 al 23 febbraio 2020- compressi in un eterogeneo allestimento al Chiostro del Bramante in Roma. Oltre ai celeberrimi sopracitati Maestri, la mostra, curata da Elena Crippa, curatrice di arte britannica moderna e contemporanea alla Tate Gallery, ospiterà alcune opere di Michael Andrews, Franck Auerbach, Leon Kossoff e Paula Rego. Artisti naturalizzati a Londra, contraddistinti da stili, tecniche e ispirazioni molto differenti, spesso accostati per interesse di mercato, ma tutti ambasciati narratori del mutamento sociale postbellico e fautori di un’inconsueta e critica analisi umana introspettiva. Un’esposizione prepotente, furiosa, violenta e variegata: disegni, incisioni e pitture provenienti dalla Tate Gallery e realizzati tra il 1945 e il 2004.

Iniziatori di un’arte inedita per l’Inghilterra del Secondo Dopoguerra, ma destinata a divenire icastico oggetto di un effuso plauso, un’indagine approfondita degli insidiosi turbamenti dell’animo umano peculiari del periodo: un individuo dilaniato, straziato. Una costante e dolorosa ricerca nel vano tentativo di trovare un momentaneo sollievo, una tregua, affogando nel vizio un presente straziato dal conflitto bellico appena terminato, anelando acrobaticamente verso un futuro fatuo, indeterminato e privo di risposte, in una Londra sconvolta da bombardamenti e distruzioni. Una sconcertante immediatezza figurativa al fine di rendere senza artifici la condizione di incertezza, crisi e languore respirabili nella capitale britannica.

Pennellate nervose, rabbiose; un utilizzo di colori abbacinanti, rappresentazioni figurate sovente alterate, sfrontate, angoscianti, contrasti stridenti, restituiscono tele intense, disforiche, intrise di malessere, ammalianti nella loro crudezza.

Una lancinante vessazione interiore fu il motore di tale inconsueta produzione artistica d’oltremanica, proclive a sondare i meandri più oscuri e celati dell’essere umano. Una pittura subitanea e ferina ma caratterizzata da una solerte acribia e da una maniacale cura rappresentativa. Una tormentata giustapposizione tra l’opera e il complesso vissuto degli artefici, contraddistinto da disagi, eccesso e instabilità. La figura umana si riappropria prepotentemente del centro dell’opera, trasportando con sé un insidioso bagaglio di furiosa insicurezza, fragilità e smarrimento.

La mostra si caratterizza per la presenza preponderante di due artisti piuttosto dissimili tra loro: Bacon e Freud. Le tele esposte tentano di carpire l’essenza, l’intensità della loro arte, lo sviluppo stilistico e la graduale evoluzione riscontrate nel corso di molteplici anni di attività controversa, affascinante, tagliente.

Francis Bacon (Dublino, 1909-Madrid, 1992), considerato l’antesignano e sarcastico capostipite della Nuova Figurazione londinese; diretto e dunque aggressivo, radicale, angustiato e indiscusso maestro della manipolazione: sovente avvezzo a mescolare i pigmenti con sabbia o altri materiali, ad utilizzare fotografie o immagini abrase, incise e violentemente alterate come base per la costituzione di figure deformate e asfissiate, volti sfregiati, assillanti, che sembrano sfaldarsi (Study for Portrait II after the Life Mask of William Blake, 1955; Study for Portrait, 1952), metafora di un’insidiosa ed incipiente consunzione e degradazione umana. Una particolare fascinazione nei confronti della capacità espressiva delle labbra. Figure contorte (Study for Portrait on Folding Bed, ), esacerbate dal proprio sentire. Un uso soffocante e brutale del colore, gesti impulsivi, disordinati, promettono opere carismatiche, penetranti, claustrofobiche.

 

Se una cosa viene trasmessa in modo diretto, la gente la sente come terrificante […]. Ha la tendenza ad offendersi dei fatti, di ciò che si ha l’abitudine di chiamare verità.

Francis Bacon

F. Bacon, Study for Portrait, 1952, dettaglio

L’artista restituisce allo spettatore se stesso, la propria realtà, una verità priva di maschere perbeniste ed ipocriti ornamenti (Seated Figure, 1961). Un’arte istantanea, disincantata, che nasce dal caos, priva di narrazione, subitanea. Essa ferisce il sistema nervoso dell’osservatore, lo risveglia repentinamente. Il personale antidoto di Bacon contro una realtà vacua, narcotica ed ammorbante.

F. Bacon, Figure in a Landscape, 1945, olio su tela

Quello che voglio fare, è deformare la cosa e scostarla dall’apparenza, ma in questa deformazione ricondurla a una registrazione dell’apparenza.

Francis Bacon

 

Lucian Freud (Berlino, 1922-Londra, 2011), l’egotico nipote del padre della psicoanalisi, Sigmund. La sua pittura trasmette un realismo esacerbato e intimità (Girl in a Striped Nightshirt, 1983-85), un’indagine convulsa, fisica, al fine di appropriarsi dell’interiorità dei soggetti rappresentati, possederli, dominarli (The Painter’s Mother IV, 1975). Egli fu un acuto, paziente e morboso osservatore dei propri modelli, dell’impatto da questi esercitato sull’ambiente circostante. Egli li restituisce sulla tela spietatamente, crudi, realistici, incisivi (Boy Smoking, 1950-51). Puntiglioso nella realizzazione delle tele che spesso contemplavano tempi di realizzazione piuttosto lunghi: egli dipingeva utilizzando l’illuminazione naturale, che non poteva mutare in corso d’opera, dunque, se una tela veniva cominciata con una luce mattutina, le sedute con il modello dovevano continuare ad essere nel medesimo momento della giornata. Non vi è alcuna adulazione o delicatezza, ma carni lasse, nudità, sangue (Naked Portrait, 1972-73). Pennellate pesanti, spasmodiche. Una pittura erotica, un vano tentativo al fine di esorcizzare e sublimare la propria viscerale irrequietezza, una costante ricerca di appagamento.

L. Freud, Naked Portrait, 1972-73

Michael Andrews (Norwich, 1928-Londra, 1995) fu un artista contraddistinto da una maniacale precisione. Studi prolissi e molteplici anticipavano ogni sua tela, contraddistinta da continue revisioni, cancellature. Egli stendeva generosi strati di colore. Perspicace interprete di pulsioni, smarrimenti e rapporti umani, affascinato dalle manifestazioni più intime, autentiche, inusuali, indicatori della fragilità individuale (A Man Who Suddenly Fell Over, 1952). Le sue tele svelano ad un attento osservatore inquietanti dettagli. Esemplificativo “Melanie and Me Swimming”, 1978-79, in cui le figure sembrano liquefarsi, inghiottite in un liquame torbido, La figlia, cui il padre sta insegnando a nuotare, sta per separarsi dallo stesso, l’opera sembra voler sottintendere all’incertezza verso il futuro che la bambina avrebbe dovuto incontrare ed affrontare da sola crescendo.

M. Andrews, A Man Who Suddenly Fell Over, 1952 © Tate. Courtesy of Chiostro del Bramante, Roma

La pittura di Frank Auerbach (Berlino, 1931) e Leon Kossoff (Londra, 1926-Londra, 2019) è contraddistinta dall’ausilio di ingenti strati di pigmento, spesso sovrapposti (F. Auerbach, The Sitting Room, 1964). Le tele di Auerbach sono caratterizzata da un’ossessiva monotonia per ciò che concerne la scelta dei soggetti rappresentati: egli era capace di riprodurre il medesimo instancabilmente, per anni. Riprodusse il mutamento di una città dinamica, mutevole anche grazie al colore, abbondante, esagerato che spesso grattava dalla tela. La collina di Primrose rappresenta una delle sue maggiori fissazioni, svariati furono i disegni preparatori che anticiparono l’opera finale (Primrose Hill, 1967-68) vagamente espressionista, contenente i colori di cui l’altura si tingeva nelle differenti stagioni, uno studio meticoloso, una visione introspettiva, emotiva e personale dell’autore.

F. Auerbach, Working Drawing for Primrose Hill, 1968

Leon Kossoff si distingue per rappresentazioni di paesaggi urbani, una Londra cupa e sepolcrale, toni scuri, tratti nervosi restituiscono opere in grado di trasmettere un senso di disagio e turbamento. Scorci familiari, come la maestosa Christ Church Spitalfields (Christ Church, Spialfields, Morning, 1990), caratterizzati da una presenza tangibile, corporea. Anch’egli era solito utilizzare copiosi strati di pigmento che sovente raschiava dalle tele per poi applicarlo nuovamente. Dallo schizzo a carboncino alla lavorazione dell’opera definitiva potevano trascorrere tempi lunghi, l’autore lasciava passare anche più di un anno prima di riprendere in mano il soggetto scelto.

L. Kossoff, Christ Church Spitalfieds, 1990, disegno preparatorio

Paula Rego (Lisbona, 1935) è un’artista natia del Portogallo, abile dissimulatrice. Dietro ad un’apparente serenità ed ingenuità della scena, superficialmente naïf, le sue tele celano e svelano le più recondite emozioni umane, situazioni ambigue, perdite, tradimenti in una sorta di grottesco e surreale racconto gotico (The Dance, 1988). Uno stile narrativo sensuale, suggestivo e spesso paradossale. Un’artista politicamente impegnata, che molto ha attinto anche dai temi popolari del suo Paese d’origine.

 

Il problema più grande di tutta la mia vita è stata l’incapacità di parlare francamente, di dire la verità […]. Di qui la fuga nella narrazione. La pittura come lotta contro l’ingiustizia.

Paula Rego

P. Rego, Bride,1994

Un’arte dedicata alla donna: una donna inopportuna, sfacciata, sfrenata (Bride, 1994). Una baccante che non teme la solitudine (Drawing for “The Dance”, 1988), non domanda approvazione, persevera resiliente.

P. Rego, Drawing for “The Dance”, 1988

Artisti distanti tra loro per scelte stilistiche, materiali, estro e propensioni ma accomunati da una ferrea volontà di rappresentare senza artifici, mediante le immagini, spietatamente ma ingenuamente, la realtà circostante, denunciando l’ipocrisia, l’ostentazione, la nequizia, la falsità e l’eccessiva spettacolarizzazione umana e sociale. Estremamente attuali in un’epoca vincolata all’apparenza. Una serena disperazione che diviene anche polemica rabbiosa, tesa a smascherare qualsivoglia finzione e di conseguenza percepita come inquietante, angosciante e minacciosa. Artisti paradossalmente apprezzati, anche in conseguenza alla notorietà acquisita e alle quotazioni elevate raggiunte dalle loro opere, ma in fondo, troppo spesso incompresi e irraggiungibili.

 

Gli individui sono costantemente deformati dal frantoio sociale e da loro stessi. Li si obbliga (si obbligano) ad essere assurdi, idioti, contratti, diligenti, mentitori, interessati, marci, gonfi. E, di colpo, sono belli. Terribilmente belli, come essi meritano. Ecco che cosa il ritratto, ripensato, deve dire in una volta sola. L’apparenza al di là dell’apparenza.

Philippe Sollers, Le passioni di Francis Bacon

Laura Fontanesi

Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico; studiosa di tradizioni funerarie e degli aspetti concernenti l’ambito cultuale. Luddista consapevole, inattuale, solipsista risoluta e tracotante, funesta erinni. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Fervente adepta della vis polemica ed espressiva. Scrivere, narrare, ascoltare, leggere, approfondire, ponderare, ideare, progettare, creare.