ArtePrimo PianoFrancis Bacon, Lucian Freud e la Scuola di Londra: in mostra a Roma la deflagrazione interiore dell’uomo contemporaneo

Laura Fontanesi1 Dicembre 2019
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Francis Bacon, Lucian Freud e gli esponenti della cosiddetta Scuola di Londra saranno fruibili – dal 26 settembre 2019 al 23 febbraio 2020 – compressi in un eterogeneo allestimento al Chiostro del Bramante in Roma. Oltre ai celeberrimi sopracitati maestri, la mostra ospiterà alcune opere di Michael Andrews, Franck Auerbach e Leon Kossoff. Artisti naturalizzati a Londra, contraddistinti da stili, tecniche e ispirazioni molto differenti, spesso accostati per interesse di mercato, ma tutti narratori del mutamento sociale postbellico e fautori di un’inconsueta e critica analisi umana introspettiva. Un’esposizione prepotente, furiosa, violenta e variegata: disegni, incisioni e pitture provenienti dalla Tate Gallery e realizzati tra il 1945 e il 2004.

Iniziatori di un’arte inedita per l’Inghilterra del secondo dopoguerra, ma destinata a divenire icastico oggetto di un effuso plauso, un’indagine approfondita degli insidiosi turbamenti dell’animo umano peculiari del periodo: un individuo dilaniato, straziato. Una costante e dolorosa ricerca nel vano tentativo di trovare un momentaneo sollievo, una tregua, affogando nel vizio un presente straziato dal conflitto bellico appena terminato, anelando acrobaticamente verso un futuro fatuo, indeterminato e privo di risposte, in una Londra sconvolta da bombardamenti e distruzioni. Una sconcertante immediatezza figurativa, al fine di rendere senza artifici la condizione di incertezza, crisi e languore respirabili nella capitale britannica.

Pennellate nervose, rabbiose; un utilizzo di colori abbacinanti, rappresentazioni figurate sovente alterate, e angoscianti, contrasti stridenti restituiscono tele intense, crude e intrise di malessere. Una lancinante vessazione interiore fu il motore di tale inconsueta produzione artistica d’oltremanica, proclive a sondare i meandri più oscuri e celati dell’essere umano. Una pittura subitanea e ferina, ma caratterizzata da una solerte acribia e da una maniacale cura rappresentativa. Una tormentata giustapposizione tra l’opera e il complesso vissuto degli artefici, contraddistinto da disagi, eccesso e instabilità. La figura umana si riappropria prepotentemente del centro dell’opera, trasportando con sé un insidioso bagaglio di furiosa insicurezza, fragilità e smarrimento.

La mostra si caratterizza per la presenza preponderante di due artisti piuttosto dissimili tra loro: Francis Bacon e Lucian Freud. Le tele esposte tentano di carpire l’essenza, l’intensità della loro arte, lo sviluppo stilistico e la graduale evoluzione riscontrate nel corso di molteplici anni di attività controversa, affascinante, tagliente.

Francis Bacon (Dublino, 1909-Madrid, 1992), considerato l’antesignano e sarcastico capostipite della Nuova Figurazione londinese; diretto e dunque aggressivo, radicale, angustiato e indiscusso maestro della manipolazione: sovente avvezzo a mescolare i pigmenti con sabbia o altri materiali, a utilizzare fotografie o immagini abrase, incise e violentemente alterate come base per la costituzione di figure deformate e asfissiate, volti sfregiati, assillanti, che sembrano sfaldarsi (Study for Portrait II after the Life Mask of William Blake, 1955; Study for Portrait, 1952), metafora di un’insidiosa e incipiente consunzione e degradazione umana. Una particolare fascinazione nei confronti della capacità espressiva delle labbra. Figure contorte, esacerbate dal proprio sentire. Un uso soffocante e brutale del colore, gesti impulsivi, disordinati, promettono opere carismatiche, penetranti, claustrofobiche.

F. Bacon, Study for Portrait, 1952, dettaglio

L’artista restituisce allo spettatore se stesso, la propria realtà. Un’arte istantanea, disincantata, che nasce dal caos, priva di narrazione, subitanea. Essa ferisce il sistema nervoso dell’osservatore, lo risveglia repentinamente. Il personale antidoto di Bacon contro una realtà vacua, narcotica e ammorbante.

F. Bacon, Figure in a Landscape, 1945, olio su tela

Lucian Freud (Berlino, 1922-Londra, 2011), l’egotico nipote del padre della psicoanalisi, Sigmund. La sua pittura trasmette un realismo esacerbato e intimità (Girl in a Striped Nightshirt, 1983-85), un’indagine convulsa, fisica, al fine di appropriarsi dell’interiorità dei soggetti rappresentati, possederli, dominarli (The Painter’s Mother IV, 1975). Egli fu un acuto, paziente e morboso osservatore dei propri modelli, dell’impatto da questi esercitato sull’ambiente circostante. L’artista li restituisce sulla tela spietatamente, crudi, realistici, incisivi (Boy Smoking, 1950-51). Puntiglioso nella realizzazione delle tele che spesso contemplavano tempi di realizzazione piuttosto lunghi: egli dipingeva utilizzando l’illuminazione naturale, che non poteva mutare in corso d’opera; dunque, se una tela veniva cominciata con una luce mattutina, le sedute con il modello dovevano continuare a svilupparsi nel medesimo momento della giornata. Non vi è alcuna adulazione o delicatezza, ma carni lasse, nudità, sangue (Naked Portrait, 1972-73). Pennellate pesanti, spasmodiche, un vano tentativo al fine di esorcizzare e sublimare la propria viscerale irrequietezza, una costante ricerca di appagamento.

L. Freud, Naked Portrait, 1972-73

Michael Andrews (Norwich, 1928-Londra, 1995) fu un artista contraddistinto da una maniacale precisione. Studi prolissi e molteplici anticipavano ogni sua tela, contraddistinta da continue revisioni e cancellature. Perspicace interprete di pulsioni, smarrimenti e rapporti umani, affascinato dalle manifestazioni più intime, autentiche, inusuali, indicatori della fragilità individuale (A Man Who Suddenly Fell Over, 1952). Le sue tele svelano a un attento osservatore inquietanti dettagli, volti a sottolineare l’incertezza verso il futuro che i protagonisti delle sue opere sono costretti, loro malgrado, ad affrontare.

M. Andrews, A Man Who Suddenly Fell Over, 1952 © Tate. Courtesy of Chiostro del Bramante, Roma

La pittura di Frank Auerbach (Berlino, 1931) e Leon Kossoff (Londra, 1926-Londra, 2019) è contraddistinta dall’ausilio di ingenti strati di pigmento, spesso sovrapposti (F. Auerbach, The Sitting Room, 1964). Le tele di Auerbach sono caratterizzate da un’ossessiva monotonia per ciò che concerne la scelta dei soggetti rappresentati: egli era capace di riprodurre il medesimo instancabilmente, per anni. Riprodusse il mutamento di una città dinamica, mutevole anche grazie al colore, abbondante, esagerato. La collina di Primrose rappresenta una delle sue maggiori fissazioni: svariati furono i disegni preparatori che anticiparono l’opera finale (Primrose Hill, 1967-68) vagamente espressionista, contenente i colori di cui l’altura si tingeva nelle differenti stagioni, uno studio meticoloso, una visione introspettiva, emotiva e personale dell’autore.

F. Auerbach, Working Drawing for Primrose Hill, 1968

Leon Kossoff si distingue per rappresentazioni di paesaggi urbani, una Londra cupa e sepolcrale, toni scuri, tratti nervosi restituiscono opere in grado di trasmettere un senso di disagio e turbamento. Scorci familiari, come la maestosa Christ Church Spitalfields (Christ Church, Spialfields, Morning, 1990), caratterizzati da una presenza tangibile, corporea. Era solito utilizzare copiosi strati di pigmento, che sovente raschiava dalle tele per poi applicarlo nuovamente. Dallo schizzo a carboncino alla lavorazione dell’opera definitiva potevano trascorrere tempi lunghi; l’autore lasciava passare anche più di un anno prima di riprendere in mano il soggetto scelto.

L. Kossoff, Christ Church Spitalfieds, 1990, disegno preparatorio

Artisti distanti tra loro per scelte stilistiche, materiali, estro e propensioni ma accomunati da una ferrea volontà di rappresentare senza artifici, mediante le immagini – spietatamente ma ingenuamente – la realtà circostante, denunciando l’ipocrisia, l’ostentazione, la nequizia, la falsità e l’eccessiva spettacolarizzazione umana e sociale. Estremamente attuali in un’epoca vincolata all’apparenza. Una serena disperazione che diviene anche polemica rabbiosa, tesa a smascherare qualsivoglia finzione e di conseguenza percepita come inquietante, angosciante e minacciosa. Artisti paradossalmente apprezzati, anche in conseguenza alla notorietà acquisita e alle quotazioni elevate raggiunte dalle loro opere, ma in fondo troppo spesso erroneamente interpretati.

Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico, studiosa di culti antichi e tradizioni funerarie. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Ama scrivere, ascoltare, leggere, approfondire, progettare, creare.