ArtePrimo PianoArte ed epidemie: un viaggio lungo i secoli

Martina Scavone15 Marzo 2020
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L’essere umano si è trovato costretto a fronteggiare le epidemie sin dall’alba dei tempi. L’arte, in qualità di strumento di racconto della realtà, non si è mai sottratta dal compito di svelare al mondo gli effetti che queste hanno suscitato sugli uomini. Nel presente articolo ripercorreremo i momenti salienti e le opere-manifesto delle epidemie che hanno segnato la storia dell’umanità.

Quando le popolazioni hanno iniziato a raggiungere una certa densità e hanno incrementato la mobilità si sono delineati i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire in breve tempo molti individui. La più tristemente celebre è senz’altro la peste, la cui origine è molto antica e – per la sua forza distruttrice – è diventata nell’immaginario collettivo la “morte nera”, la malattia che ha accompagnato l’umanità nei secoli e che per questo è spesso presente nelle grandi opere letterarie e artistiche. La più antica epidemia viene riportata nella Bibbia, dove si racconta che fu una malattia sconosciuta a contagio sessuale che uccise migliaia di israeliti, considerata un flagello divino e dunque sopraggiunta come risultato di una colpa, vendetta o monito superiore.

Tuttavia, la peste è nota da almeno 3000 anni. Nel 430 a.C. colpì anche Atene, sconvolgendone e decimandone la popolazione e uccidendo lo stesso Pericle, l’artefice della guerra del Peloponneso e dell’egemonia ateniese nel Mar Egeo. In Cina sono state registrate epidemie fin dal 224 a.C.

Vittime dell’epidemia di peste del 1348-1350, dalla Bibbia di Toggenburg (1411)

Un’altra pandemia devastante fu quella che si diffuse nel XIV secolo: importata, forse nel 1346, dal nord della Cina, attraverso la Siria si diffuse alla Turchia asiatica ed europea per poi raggiungere la Grecia, l’Egitto e la penisola balcanica; nel 1347 giunse in Sicilia e a Genova; nel 1348 infettò la Svizzera, allargandosi in Francia e in Spagna. Nel 1349 raggiunse l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda; nel 1353, dopo aver infettato tutta l’Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a scomparire lasciandosi alle spalle quasi venti milioni di vittime.

Pierart dou Tielt, I cittadini di Tournai seppelliscono le vittime della peste nera, 1353 circa, miniatura per il Tractatus quartus di Gilles li Muisit

L’arte e la cultura ne furono notevolmente influenzate: nelle arti figurative si insiste sul tema della morte e della sofferenza, in contrapposizione alla precedente sobrietà giottesca. Anche l’architettura conobbe un’evoluzione dando vita al cosiddetto “gotico fiammeggiante”, dove gli slanci assomigliano a fiamme guizzanti. Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dieci giovani fiorentini che erano fuggiti dalla città appestata; al 1353 circa si data la miniatura di Pierart dou Tielt per il Tractatus quartus di Gilles li Muisit, mentre al 1446 circa risale l’affresco Trionfo della Morte, staccato dal cortile di Palazzo Sclafani a Palermo e oggi conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis nella medesima città.

Trionfo della morte, 1446 circa, affresco staccato da Palazzo Sclafani, 600×642 cm, Palermo, Galleria regionale di Palazzo Abatellis

Quest’ultima è l’opera più rappresentativa della stagione “internazionale” in Sicilia, oltre ad essere uno dei migliori dipinti su questo tema, già diffusosi nel Trecento – come si è visto – sebbene qui venga rappresentato con una particolare insistenza ossessiva sui soggetti macabri e grotteschi di crudele espressività, una caratteristica rara in Italia che ha fatto pensare alla mano di un maestro transalpino. L’affresco è composto come una gigantesca pagina miniata dove, in un lussureggiante giardino incantato, irrompe la Morte su uno spettrale cavallo scheletrito mentre lancia frecce letali che colpiscono personaggi di tutte le fasce sociali, uccidendoli. Essa ha legata sul fianco la falce e reca con sé una faretra, suoi attributi iconografici tipici. In basso si trovano i cadaveri delle persone già uccise: imperatori, Papi, vescovi, frati, poeti, cavalieri e damigelle. A sinistra si trova il gruppo della povera gente, che invoca la Morte di interrompere le proprie sofferenze, ma viene crudelmente ignorata. Fra questi, la figura in alto che guarda verso l’osservatore è stata proposta come autoritratto dell’autore. Nonostante la ricchezza e la complessità del soggetto, la scena è composta in maniera unitaria, grazie a un’efficace stilizzazione lineare e alle pennellate corpose che riescono a trasmettere la consistenza materica del colore. Si pensa che quest’opera sia valsa da ispirazione per l’omonimo dipinto del pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530 circa – 1569) dopo la visita del pittore a Palermo avvenuta nel 1552 circa, nonché per la realizzazione, molto più avanti, della Guernica di Picasso (1881-1973). Il Trionfo della Morte di Bruegel è emblematico della furia e dell’irruenza con la quale questa tremenda epidemia si abbatté sull’Europa. Si tratta di un soggetto tipicamente medievale, che l’artista ha affrontato facendo riferimento a vari temi iconografici: quello della danza macabra, del cavaliere dell’Apocalisse (lo scheletro a cavallo armato di falce) e quello della resurrezione dei defunti, raffigurato dallo scheletro in lontananza che esce dalla fossa. Altri motivi sono rielaborati da opere di Bosch, come la coppia di amanti o la scena degli uomini trascinati giù dal ponte che si richiama alla tradizione del “ponte delle anime” e alla descrizione del supplizio degli orgogliosi. Nulla viene risparmiato, tantomeno la natura: gli scheletri abbattono gli alberi, le navi affondano, i fumi degli incendi anneriscono il cielo, le carcasse di animali affiorano dalla terra e ovunque è distruzione, disperazione, morte e rovina.

Pieter Bruegel il Vecchio, Trionfo della Morte, 1562 circa, olio su tavola, 117×162 cm, Madrid, Museo del Prado

Nella tradizione letteraria italiana è I Promessi sposi di Alessandro Manzoni l’opera più emblematica del diffondersi di un’epidemia. Qui viene raccontato il flagello che sconvolse la città di Milano nel 1630 e, come ci insegna la vicenda di Don Rodrigo, emerge la caratteristica “egualitaria” della malattia: l’epidemia non risparmia nessuno, non fa differenza tra ricchi e poveri, buoni e cattivi.

Una delle misure più impegnative messe in atto da tutti gli Stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una città o di un paese in cui si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio, la quale era sempre correlata a un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per impedire ogni rapporto commerciale e di comunicazione. Le punizioni per chi infrangeva le regole erano particolarmente severe e comportavano spesso la pena di morte, mutilazioni o torture. Ben noto è l’episodio narrato dal Manzoni (ma già trattato da Pietro Verri nel 1777) all’interno del saggio Storia della colonna infame (pubblicato in appendice all’edizione de I Promessi sposi del 1840): tale colonna fu eretta nel 1630 a Milano sull’area risultante dalla demolizione della bottega di un barbiere condannato come untore, affinché tutti potessero ricordare l’evento e l’esemplare condanna. Una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata, fu l’istituzione della “Fede di Sanità”, un vero e proprio Passaporto Sanitario di cui si doveva munire chi iniziava un viaggio di terra e che certificava lo stato di salute di cui godeva il paese di partenza del viaggiatore e di conseguenza, presumibilmente, del viaggiatore stesso.

Patente di Sanità rilasciata il 28 agosto 1829 al capitano di una nave per lui e i 15 membri dell’equipaggio

La presenza della peste in Europa rimase endemica nei tre secoli successivi, per poi scomparire gradualmente – da ultimo in Inghilterra – dopo la “grande peste” del 1664-1666, per cause che rimangono senza spiegazione. Persino la posta venne considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio; per tale ragione la disinfezione della stessa – con il fuoco o con immersione in aceto – fu una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione del contagio.

Un’altra peste si sviluppò nei pressi della città di Giaffa durante l’assedio apportato da parte delle armate napoleoniche intorno al 1800. Tale epidemia viene immortalata da Antoine Jean Gros (1771-1835), il quale conobbe Giuseppina Bonaparte a Genova, che lo presentò successivamente a Napoleone. Quest’ultimo ne restò colpito al punto da volerlo al suo fianco come pittore ufficiale di battaglia, un’esperienza che gli valse uno dei suoi dipinti più celebri: Napoleone visita gli appestati di Jaffa (1804).

Antoine-Jean Gros, Napoleone visita gli appestati di Jaffa, 1804, olio su tela, 532×720 cm, Parigi, Museo del Louvre

Il condottiero francese – al centro – viene ritratto mentre tocca un appestato, un gesto che – secondo la tradizione – era appannaggio esclusivo dei re, dotati di un particolare carisma che si diceva potesse avere dei poteri miracolosi, ragion per cui anche gli altri infermi cercano un contatto con Napoleone, il cui collaboratore – al contrario – si copre il volto con il fazzoletto per proteggersi dal cattivo odore. In seguito al focolaio di Giaffa, le epidemie di peste si sono verificate in modo più sporadico e l’ultima – risalente al 1894 – si è sviluppata in Cina, diffondendosi poi in Africa, nelle isole del Pacifico e da lì in Australia e nelle Americhe, raggiungendo San Francisco nel 1900. La peste è tuttora presente in modo endemico in Asia, in Africa e in Sudamerica – dove riappare di tanto in tanto in sporadici focolai – mentre è scomparsa dall’Europa e dagli Stati Uniti. Anche nel corso del Novecento è stata fonte di ispirazione per le arti: ne è un esempio il famoso romanzo La peste (1947) di Albert Camus, ambientato negli anni Quaranta ad Oran, in Algeria (dove c’era stato un limitato episodio di contagio).

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.