LetteraturaPrimo PianoAlcune riflessioni su “A che punto siamo?” di Giorgio Agamben

Emiliano Ventura Emiliano Ventura20 Settembre 2020
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È noto che Giorgio Agamben non goda delle simpatie dei più; d’altronde alcune spigolature caratteriali non facilitano la situazione. Tuttavia è e rimane un filosofo di rilievo: tra i suoi numerosi contributi, ricordiamo un’edizione italiana delle Opere di Walter Benjamin e la curatela di Res Amissa di Giorgio Caproni. Sempre ad Agamben si deve la scoperta di alcuni manoscritti di Benjamin nelle carte di Georges Bataille, presso la Biblioteca Nazionale di Parigi nel 1981. Eppure la pubblicazione di un volumetto che raccoglie alcuni articoli recentissimi – A che punto siamo? L’epidemia come politica, edito da Quodlibet (luglio 2020) – ha sollevato una campagna di critiche e ingiurie, arrivate in massima parte da rappresentanti di quella cultura progressista che, in particolare a seguito della pubblicazione di Homo sacer (1995), lo aveva individuato come indiscutibile punto di riferimento.

La copertina del libro

Agamben è un filosofo e non uno storico o un giornalista, non ha la forma mentis per fare la cronaca (sia chiaro, un esercizio tutt’altro che semplice), ma da filosofo è abituato a cogliere l’essenza della cosa, a risalire dall’effetto alla causa. Alcuni degli articoli che compongo il volume erano stati richiesti all’autore da alcuni dei maggiori quotidiani italiani, per poi essere stati respinti. Per quanto sia una voce critica e non allineata, non è un esercizio democratico silenziare uno tra gli autori più importanti della recentissima filosofia, italiana ed europea. Riporto alcune considerazioni che sicuramente hanno influito sull’acredine che circonda il testo:

 

«Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia – a questo punto non importa se vera o simulata – per trasformare da cima a fondo i paradigmi del loro governo degli uomini e delle cose, ciò significa che quei modelli erano ai loro occhi in progressivo, inesorabile declino e non erano ormai più adeguai alle nuove esigenze […] Quel che definisce, però, la Grande Trasformazione che essi cercano di imporre è che lo strumento che l’ha resa formalmente possibile non è un nuovo canone legislativo, ma lo stato di eccezione, cioè la pura e semplice sospensione delle garanzie costituzionali […] Lo stato di eccezione, che è stato prolungato fino al 31 gennaio del 2021, sarà ricordato come la più lunga sospensione della legalità nella storia del Paese […] Ed è probabile che quando gli storici futuri avranno chiarito che cosa era veramente in gioco nella pandemia, questo periodo apparirà come uno dei momenti più vergognosi della storia italiana e coloro che lo hanno guidato e governato come degli irresponsabili privi di ogni scrupolo etico».

 

Il testo in questione ha la forza di suscitare qualche importante riflessione sullo stato attuale della politica in relazione alla pandemia. Agamben, pur rispettando l’importanza dell’isolamento sociale come misura per contrastare l’epidemia, avvisa che se dovesse rimane in vigore per lungo tempo – unita a mezzi quali l’uso massiccio dei dispositivi informatici, del lavoro da remoto, dell’insegnamento online – si tramuterebbe in uno strumento volto a isolare ancor di più gli individui.

Di conseguenza le normali e classiche forme di protesta – come manifestazioni, scioperi e simili – sarebbero vietate in quanto assembramenti. Inoltre evidenzia come la riduzione della vita al solo aspetto biologico (zoè), finisca per sacrificare tutto ciò che è componente sociale, politica, spirituale (bìos), ovvero tutto ciò che rende pienamente umani. Esattamente come ricondurre un concetto complesso come la salute a un dato negativo, il non essere contagiati.

Si potrebbe dire che la lingua batte dove il dente duole: i riferimenti di Agamben a Hitler e al Nazismo sono certamente inopportuni, ma di sicuro un pensatore così ci ricorda di guardare la luna mentre gli altri guardano il dito che la indica; di fatto, la dinamica della sottrazione dei diritti personali è iniziata tempo fa, nel 2001, quando il pericolo era il terrorismo (misure straordinarie per la sicurezza) e prosegue oggi, tramite il virus (misure straordinarie per la salute). Collegare fatti distanti o mettere in risalto quello che altri mezzi di comunicazione o informazione non fanno non può essere considerato come complottista. A che punto siamo? è un libro che cerca di cogliere immediatamente ciò che accade senza aspettare che la filosofia faccia, al solito, come la nottola di Minerva: volare nell’ora del crepuscolo, a giochi ormai fatti. Cogliere le dinamiche di un potere politico completamente identificato con il consumismo, per sua natura vorace e dedito alla ricerca di nuovi mercati o a sottrarre diritti acquisiti per rivenderli poi come servizi, è sicuramente più importante della simpatia che Giorgio Agamben possa aver conquistato, o meno, in questi anni.

Emiliano Ventura

Emiliano Ventura

Scrittore e saggista romano esperto di filosofia del linguaggio, delle relazioni tra messaggio scientifico e divulgativo, del ruolo della filosofia e della bioetica nella società della comunicazione. È dottore di ricerca presso la Pontificia Universitàà Laterana. È stato responsabile scientifico e della comunicazione del Premio e della Fondazione Mario Luzi. Collabora con il Ministero della Salute, per cui ha scritto "Il teatro della Salute", e con diverse riviste.