LetteraturaPrimo Piano«Ai poeti resta da fare la poesia onesta»: Umberto Saba e la poesia della “verità che giace al fondo”

Lucia Cambria Lucia Cambria3 Agosto 2020
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Una frase di Rita Levi Montalcini sembra essere in perfetta sintonia con i versi di uno dei poeti più importanti del Novecento: «Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita». Umberto Saba, infatti, scrisse proprio di come la vita del poeta abbia, rispetto a quella di «tutti gli uomini», un’essenza diversa, più intensamente vissuta. Lo fece nella poesia intitolata proprio Il poeta, quasi a voler erigere una sorta di definizione su chi sia davvero il poeta.

Nato a Trieste, Umberto Saba compirà studi irregolari fino alla frequentazione dell’università a Pisa, anche questa lasciata incompiuta. Inizia a scrivere poesie già da adolescente, quando si avvicina alla letteratura pur possedendo pochi libri: Leopardi, Manzoni, Foscolo tra gli italiani e una traduzione dei Sonetti di Shakespeare. Dopo il matrimonio acquisterà nella sua città natia una libreria antiquaria che rimarrà fino alla fine dei suoi giorni il suo laboratorio poetico. Il luogo in cui vedranno la luce alcuni dei suoi versi più importanti – molti dei quali faranno poi parte della celebre raccolta Canzoniere – a causa delle leggi razziali (la madre di Saba era ebrea) dovrà essere momentaneamente ceduto. La vita dello scrittore sarà d’ora in poi attanagliata da problemi di natura nevrotica; si farà infatti seguire dal dottor Edoardo Weiss, psicanalista freudiano che ebbe tra i suoi pazienti anche Italo Svevo. Dopo la guerra, trasferitosi a Milano, inizia a lavorare per la Mondadori. Dopo l’ultima edizione del Canzoniere, pubblicata nel 1951, la depressione di Saba si accentua sempre più, portandolo perfino ad abusare di oppio. Gli ultimi anni saranno estremamente dolorosi a causa dei frequenti ricoveri. Dopo la scomparsa della moglie Lina, nel 1956, le sue condizioni peggioreranno ulteriormente fino alla morte, avvenuta a Gorizia nel 1957.

Il motivo per il quale la vita del poeta si prefigura diversamente rispetto a quella di tutti gli altri uomini, è che su colui che compone versi pesa l’enorme macigno della verità o – per utilizzare lo stesso suo termine – dell’onestà. Nel 1911 Saba inviò alla rivista Voce uno scritto contente una vera e propria dichiarazione poetica, un manifesto del proprio credo letterario: Quello che resta da fare ai poeti. E servirsi della parola “credo” non è un caso, poiché egli seguirà questi precetti quasi come una religione e a queste idee sarà sempre fedelmente legato: «Ai poeti resta da fare la poesia onesta». La “poesia onesta” è quella che scaturisce da un’ispirazione non forzata, non colma di fastosi ghirigori, atti solo a rendere i versi più appariscenti. Per far comprendere meglio questo pensiero mette a paragone Manzoni e D’Annunzio: il primo è l’emblema dell’onestà, il secondo invece della «nessuna onestà», ciò perché questi «si esagera o addirittura si finge passioni e ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento».

Per Saba questo è l’errore più grave e imperdonabile che un poeta possa commettere, perché non è sincero nei confronti del lettore e quindi «si ubriaca per aumentarsi», mentre Manzoni è «il più astemio e il più sobrio dei poeti italiani». Non bisogna mai forzare l’ispirazione o abbandonarsi, quasi per vanità, allo stravolgimento e alla trasfigurazione della propria essenza, in quanto solo essendo se stessi si può essere originali:

 

benché essere originali e ritrovare se stessi siano termini equivalenti, chi non riconosce in pratica che il primo è l’effetto e il secondo la causa; e parte non dal bisogno di riconoscersi ma da uno sfrenato desiderio di originalità, per cui non sa rassegnarsi, quando occorre, a dire anche quelli che gli altri hanno detto; non ritroverà mai la sua vera natura, non dirà mai alcunché di inaspettato.

 

Il compito del poeta è, allora, quello di essere sincero, anche quando la verità è quella dalle «trite parole che non uno / osava» (Amai), anzi è proprio per questo che l’ama e che ad essa contrappone la

rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo

(Amai)

 

In essa ama la «verità che giace al fondo, / quasi un sogno obliato» (Amai). Per questo il poeta resta colui che nella variegata scena dell’esistenza sa cogliere tutte le sfumature presenti, aggiungendo vita – e verità – ai suoi giorni.

 

Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto variate!
L’ore del giorno e le quattro stagioni,
un po’ meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l’accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse; ed il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto lo rallegra questo
d’avverse luci, le belle giornate
movimentate
come la folla in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.
Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto beate!

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.