LetteraturaPrimo PianoAddormentarsi «entro il dolce rumore della vita»: la poetica esistenza di Sandro Penna

Lucia Cambria Lucia Cambria18 Giugno 2020
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Addormentarsi nella vita sembra essere stato il desiderio più grande di un poeta sempre vissuto all’ombra; crogiolandosi nell’atmosfera adamantina di versi illuminati e illuminanti, Sandro Penna ha composto liriche evanescenti, vaporose, eppur gravate dal peso di sublimi riflessioni.

Perugino di origine, Penna nacque all’inizio del secolo scorso e trascorse gran parte della sua vita nella Capitale. La sua adolescenza fu colma di letture che fecero in lui germogliare i versi della tradizione: Leopardi, D’Annunzio, Ungaretti, Saba e Montale tra gli italiani, Hölderlin, Wilde, Rimbaud, Baudelaire tra gli stranieri.

Diplomatosi come ragioniere, intraprese successivamente una serie di mestieri, tra i quali contabile, commesso, correttore di bozze (nel suo breve periodo a Milano lavorerà per Bompiani) e mercante d’arte. Dopo aver pubblicato il suo primo volume di poesie – Poesie, nel 1939 – iniziò la collaborazione con alcune riviste culturali, come Letteratura.

Con la seconda raccolta di poesie, Appunti, nel 1950, e poi con Una strana gioia di vivere (1956), ricevette il parere favorevole di diversi poeti e critici eminenti dell’epoca, tra i quali Pier Paolo Pasolini, Pietro Citati, Giorgio Caproni e – soprattutto – Umberto Saba, una tra le sue fonti di ispirazioni liriche.

Immerso in una solitudine quasi logorante, vivrà quasi sempre in povertà, con una salute compromessa dall’invecchiamento precoce. Nonostante ciò, i suoi versi manterranno sempre un’instancabile leggerezza, sebbene venata da una perenne malinconia per il bello sfiorato o mai vissuto.

Essendo stato parecchio influenzato da Umberto Saba, tanto da essere stato incluso tra i cosiddetti autori “sabiani” – assieme ad Attilio Bertolucci e a Giorgio Caproni – Penna è proverbialmente un “antiermetico”, un “antinovecentista”, il quale mantiene uno stretto rapporto con la tradizione ma si discosta dalla poetica del tempo, la poetica dell’ermetismo, della montaliana chiusura di una negazione quale «non chiederci la parola che squadri da ogni lato». La poesia di Penna è infatti perfettamente aderente alla realtà, al veritiero sentire del mondo e degli impulsi, principalmente quelli sensuali.

L’amore per il sentire è allora elemento fondante delle poesie di Penna, scriverà infatti: «Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi». Attorno a questo amare i sensi senza pentirsi ruotano tutti i versi del poeta, in una sorta di vorticoso e coinvolgente trasporto messo in atto da componimenti brevissimi che nella loro laconicità si riempiono di senso:

 

Sempre fanciulli nelle mie poesie!
Ma io non so parlare d’altre cose.
Le altre cose son tutte noiose.
Io non posso cantarvi Opere Pie.

 

Penna, amante dei sensi, sceglie di cantare ciò che accende i suoi versi e i suoi sensi: è il «poeta esclusivo d’amore», di un amore che si fa insieme carnale e ascetico, come in questi versi:

 

L’ombra di una nuvola leggera
mi condusse a un fanciullo
che uscito dal torrente
nudo si stese sull’erba.
Mi sentii
come dopo la prima comunione.

 

La nuvola, il fanciullo, il torrente e l’erba sono elementi dell’universo che brama e che ama: il corpo del ragazzo si unisce all’ambientazione campestre, facendo in modo che il poeta si senta come toccato dal candore e dalla purezza del sacramento. In unione col tutto, i sentimenti di Penna divengono universali, condivisibili.

Ed è così che le sue poesie divengono visioni di desiderio, che non si ferma a quello carnale, elemento sul quale la maggior parte delle volte ci si sofferma quando si parla di Sandro Penna. Sono visioni di desiderio di vita, di essere parte di un universo di baluginii, suoni, echi, tutti ben percepiti ma rigorosamente osservati da lontano. La tendenza poetica di Penna, quella di essere lontano dalla corrente letteraria a lui coeva, è un manifesto vero e proprio e rappresenta la posizione che anche nella vita avrebbe mantenuto, quella dell’osservatore attento ma discreto:

 

Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.

 

In quanto poeta, è il cantore delle cose della vita e delle cose umane, sebbene prediliga rimanere a quella finestra e non mischiarsi tra le strade del vissuto. Ciò non gli toglie però la brama per la condizione dell’esistere, talmente acuta da sconfinare in un perire di troppa vita:

 

Io vivere vorrei addormentato,
entro il dolce rumore della vita.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.