LetteraturaPrimo PianoIl congedo di John Donne alla moglie: “A Valediction: Forbidding Mourning”

Lucia Cambria14 Febbraio 2022
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Una poesia di John Donne (Londra, 1572-1631), composta nel 1611, pone in risalto l’atto del dare l’addio, di accomiatarsi da una persona cara: A Valediction: Forbidding Mourning (Un congedo: vietato piangere).

La parola inglese “valediction” deriva dal latino “vale dicere”, ovvero “dire addio”. Questa espressione si usa per accomiatarsi, anche come saluto finale in una lettera. Il termine trova utilizzo anche per riferirsi a quel discorso che viene fatto in particolari cerimonie, come quella di laurea, o come preghiera finale prima di una sepoltura. Donne scrisse questa poesia in occasione della sua partenza per la Francia per una missione diplomatica, come saluto alla moglie Anne More. Il poeta vuole cercare, coi suoi versi, di impedire che il dolore accompagni questa separazione, ponendo come motivo preminente quello dell’indissolubile legame tra i due coniugi:

 

«Così noi dissolviamoci, senza rumore,
senza alluvioni di lacrime né tempeste di sospiri;
sarebbe un profanare le nostre gioie
il dire ai laici il nostro amore»

 

Abbandonarsi ai pianti e alle lamentele per la separazione avvicinerebbe troppo il loro amore a quello delle persone comuni, per questo motivo il modo per sublimarlo è trattenere le lacrime e non mettere alla mercé un sentimento così nobile. L’amore vero non è quello che ha bisogno di vedere e di toccare l’altro, poiché i sensi coi quali si ama sono sconosciuti ai «rozzi amanti sublunari», ovvero agli amanti terrestri (“sublunare” vuol dire letteralmente “sotto l’influsso lunare”):

 

«Ma noi, con un amor tanto affinato,
che noi stessi non sappiamo che si sia,
mutuamente sicuri dell’animo nostro,
curiam meno l’assenza di occhi, labbra e mani»

 

I due coniugi conoscono talmente bene i loro animi da non aver la necessità di essere l’uno al cospetto dell’altro. Oltre a ciò, il poeta puntualizza il fatto che questa partenza non sia un vero e proprio allontanarsi, in quanto i due sono una cosa sola e dividere un essere unico è impossibile:

 

«Perciò le nostre due anime, che sono una,
benché io debba partire, non subiscono
un distacco, ma un’espansione,
come oro battuto in sfoglia di aerea tenuità»

 

Il poeta si erge a orefice di questo legame indissolubile che egli modella come se fosse un pezzo di oro, battendolo fino a farlo diventare sottile come l’aria: «sfoglia di aerea tenuità» serve proprio a descrivere la leggerezza – ma anche la preziosità – di questo amore che, affinché resista alla lontananza, è stato modellato con cura e con dovizia, in modo tale che nessun dolore debba toccare i loro cuori. Dopo la metafora dell’oro giunge quella, più efficace e suggestiva, del compasso: Donne compara se stesso e la moglie alle due aste del compasso che si muovono insieme, sebbene una rimanga fissa, per tracciare una circonferenza:

 

«Se esse son due, lo sono al modo stesso
che son due le rigide parti gemelle del compasso:
l’anima tua, che è la fissa, non fa mostra
di muoversi, ma si muove quando si muove l’altra»

 

«Se esse» è riferito alle anime: Donne vuol dire che se le loro anime sono due, sono comunque legate indissolubilmente o, per meglio dire, originano dallo stesso punto, proprio come le aste di un compasso. L’anima della donna, sebbene sia quella immobile, si muove comunque al muoversi dell’altra, un po’ come fa la luna con la terra; si inclina e si raddrizza a seconda di come si muove quella mobile:

 

«E benché essa sia fissata al centro,
pur, quando l’altra gira più lontana,
s’inclina e si protende verso quella,
e si raddrizza quando l’altra torna.

Tale sarai per me, che devo,
come l’altra gamba, obliquamente aggirarmi:
la tua fermezza rende il mio cerchio esatto,
e mi fa terminare là dove ho incominciato»

 

L’obliquità è la cosa che accomuna queste anime, le quali devono protendere verso la stessa direzione sebbene distanziate dal raggio sempre costante di un cerchio che traccia l’eternità.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.