CinemaPrimo PianoA modo mio: Storia e verità in “Hammamet” di Gianni Amelio

Alessandro Amato Alessandro Amato12 Gennaio 2020
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“Una famiglia vera e propria non ce l’ho
E la mia casa è Piazza Grande
A chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho”

 

Hammamet di Gianni Amelio si apre con un convegno del PSI e un discorso del presidente Bettino Craxi ai fedelissimi del partito. «Ma queste persone ti tradiranno», gli dice l’amico e tesoriere. Jackie Kennedy (almeno stando alla seconda stagione di The Crown) diceva del marito John che certi uomini trovano nella folla la propria realizzazione, mentre in casa sono frustrati e volubili. Il protagonista interpretato da Pierfrancesco Favino sembra, in effetti, incapace di mostrare in privato l’entusiasmo con cui arringa la piazza. E verso la fine, quando rievoca un sogno recente in cui aveva cercato di zittire un giudice mentre quest’ultimo furoreggiava in parlamento, lo si percepisce come l’ennesimo e definitivo atto di vanità di un uomo troppo orgoglioso per ammettere di poter sbagliare. Abituato a chiedere e ottenere, che si vanta constantemente di aver aiutato chiunque glielo avesse chiesto, compresi quelli che poi si sono rivelati parassiti. E certo, furbi o intelligenti, approfittatori ce ne sono stati. In fondo, aveva detto, «che te ne fai della lealtà di uno stupido?».

 

“Con me di donne generose non ce n’è
Rubo l’amore in Piazza Grande
E meno male che briganti come me qui non ce n’è”

 

Una sera in cui il giovane Fulvio si ripresenta in casa sua, Craxi lo accoglie con della pasta e finisce col mangiare anche quella del ragazzo. Lo fa avidamente, prendendo un po’ alla volta dal suo piatto, come se in questo modo sentisse inconsciamente di non fare danno quando sa benissimo che Fulvio non ha intenzione di finirla e perciò potrebbe appropriarsene una volta per tutte. Bellissima scena in cui si percepisce il lavoro straordinario sul personaggio fatto e dall’attore e dalla regia, costruito un po’ con lo studio e il trucco ma soprattutto attraverso la sua messa in scena in relazione con gli altri. A questo riguardo, è magnifica anche quella del ritrovo con l’ex amante (Claudia Gerini non pervenuta), la quale vorrebbe riaccendere la passione ma all’inizio non trova in lui una risposta. Il corpo malato e rigido del protagonista rifugge, si riconosce inadeguato, ed è il primo vero momento di vergogna di quest’uomo dall’inizio della pellicola. Quanto all’ammissione di colpevolezza, ritorna a più riprese la questione della persecuzione giudiziaria, il benaltrismo dei colpevoli e l’autoassoluzione. Ed è evidente che sta qui l’attualità del film di Amelio, la sua reale anima politica.

 

“A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io
Avrei bisogno di pregare Dio
Ma la mia vita non la cambierò mai mai
A modo mio quel che sono l’ho voluto io”

 

Inoltre, il regista si riconosce nel rapporto genitore-figlio costruito con Anita, angelo protettore e grillo parlente che lo assiste e lo veglia dall’inizio alla fine cercando invano di comprendere il padre per riuscire ad aiutarlo con migliori risultati. Questo Craxi è però al centro di una tragedia greca e non vuole vedere l’imminente condanna come tempo addietro aveva ignorato la catastrofe del partito. Nessuno pare poterlo aiutare, e nemmeno la felliniana immagine del padre tra le guglie del Duomo è in grado di distoglierlo dall’autocommiserazione. Improvvisamente, il dramma di un leader è diventato il pianto di un vecchio solo. Ma, in fondo, non lo è sempre? Con una parte finale meno raffazzonata e più risolutiva, Hammamet sarebbe potuto essere un film davvero straordinario. Così è solamente un buon racconto, ma soprattutto l’ennesima espressione intimista di una generazione di cineasti cui non si può più delegare la lettura del mondo. Alla ricerca della Storia nella cronaca di una nazione, Amelio preferisce perdersi nel dedalo della verità emotiva di un uomo.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.