CinemaPrimo Piano«A che ora è la rivoluzione, signora?»: 40 anni fa usciva “La terrazza” di Ettore Scola

Alessandro Amato Alessandro Amato22 Marzo 2020
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La citazione di Ennio Flaiano con cui abbiamo titolato il presente scritto è solo una delle battute che Vittorio Gassman lancia in direzione di Stefania Sandrelli, prima che i loro personaggi esplodano in una breve ma sofferta storia d’amore adulterina. Il senatore comunista avrebbe troppo da spiegare alla moglie e al Partito, e così si limita ad immaginare un’interrogazione all’aula parlamentare sul rapporto tra felicità e morale. Come lui, anche gli altri notabili presenti su quella terrazza giungono infine a patti con la propria inadeguatezza, forse finalmente consapevoli di non aver fatto abbastanza per le generazioni che seguiranno. Ecco che l’intuizione di Age, Scarpelli ed Ettore Scola per La terrazza (1980) sta tutta qui, nella reiterazione di una festa borghese in cui diversi rappresentanti dell’intellighenzia romana si scontrano cadendo però goffamente nella trappola dell’autoassoluzione nostalgica.

All’uscita nelle sale, l’8 febbraio di 40 anni fa, il mondo intellettuale accolse la riflessione del regista con sdegno e violenza. L’onorevole Giancarlo Pajetta arrivò persino a dire che il film negava la Resistenza. In fondo, l’accusava di disfattismo ideologico. «Mi impressionò tantissimo. Ma erano uomini di altro stampo. Vedevano il cinema come uno strumento di emancipazione delle classi più umili. Volevano la pedagogia», spiegherà poi Scola. Quando “la commedia sulla commedia” scritta coi sodali sceneggiatori altro non voleva essere che un mea culpa e insieme un trionfo, finendo col rappresentare anche il canto del cigno di un genere e di un modo di fare cinema (e più in generale cultura) che stava ormai scomparendo. «Io credo che le epoche si chiudono così, all’improvviso», afferma il Luigi di Marcello Mastroianni, giornalista incapace di rinnovarsi. Si potrebbe dire della commedia all’italiana.

Allora anche gli attori, dagli stessi Gassman e Mastroianni, a Ugo Tognazzi, Stefano Satta Flores, la Sandrelli, Milena Vukotic, Carla Gravina, ma anche Jean-Louis Trintignant e Serge Reggiani, tutti loro costretti a rimettere in scena la propria maschera un’ultima volta su quella terrazza. Ma ci sono anche ospiti illustri nel ruolo di se stessi: Ugo Gregoretti (chiamato, con la sua verve un po’ sbarazzina, a chiudere la narrazione sdrammatizzando), Francesco Maselli, Lucio Lombardo Radice. Marie Trintignant, allora diciassettenne, sostanzia invece la gioventù inadatta (più che altro, non interessata) a comunicare se stessa quando l’anziano le vomita addosso angoscie e vanità. Mentre salta all’occhio il personaggio di Galeazzo Benti che, portandone il nome, ne amplifica la frustrazione di caratterista mai realmente valorizzato ed esce di scena con un rassegnato «Restate come siete!».

Da questo affresco il cinema ne esce imploso, sia nella struttura interna del film (una sorta di meccanismo a monopoli dove si riparte sempre dal via) sia nella rappresentazione di un sistema che si riconosce colluso col potere (perché ormai incapace di ripensarlo). Lo sceneggiatore infila il dito nel temperamatite per evitare di scrivere per l’ennesima volta qualcosa che faccia ridere. Il produttore, da par sua, rifiuta di doversi fare carico del cambiamento e accetta di fare un film d’autore (con un regista anch’esso comunque arrivista e ipocrita) solo per compiacere la sua signora. La terrazza venne accolto dalla critica con diffidenza e superficialità, ma dimostra dopo quarant’anni una lungimiranza e una forza espressiva straordinarie nell’analisi politica dell’Italia che sarebbe venuta. Festival di Cannes e Nastri d’argento premiarono l’interpretazione di Carla Gravina e la sceneggiatura.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.