LetteraturaPrimo Piano«Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua»: l’“esistenza postuma” di John Keats

Lucia Cambria6 Gennaio 2020
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«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?». Con questi celebri foscoliani versi sarebbe il caso di iniziare a parlare di uno dei luoghi più suggestivi della Capitale, dove tante personalità di artistico rilievo, italiani e non, hanno trovato il loro eterno giaciglio. Le tombe del cimitero acattolico di Roma sono sovrastate dalla Piramide Cestia, eretta nel I secolo a.C. come monumento funebre del pretore, tribuno e settemviro Gaio Cestio Epulone, e molte di esse rappresentano delle vere e proprie opere d’arte, come se si trattasse di un ultima creazione artistica del defunto, la più estrema e la più tangibile, perché testimonianza di una vita vissuta.

E per questo motivo è rilevante menzionare una tomba in particolare, la cui lapide, con il relativo epitaffio, è non solo un esempio di fine e raffinata arte funeraria, bensì anche simbolo di un’“esistenza” che trascende la morte fisica. John Keats, poeta della seconda generazione romantica, riposa in questo sito; la sua tomba è proiettata verso un’idea di immortalità ed è monumento alla sua attività poetica, dispiegatasi in un breve arco di tempo ma contraddistinta da notevole intensità.

Keats morì nella sua casa di Piazza di Spagna, oggi Keats-Shelley House, il 23 febbraio 1821. La lapide riporta però come data il 24 febbraio, in quanto la morte era avvenuta alle 23 ed essendo passata almeno mezz’ora dall’ultima Ave Maria, si considerava già come data il giorno successivo. Nell’anno precedente il poeta aveva iniziato a manifestare sintomi sempre più gravi di tubercolosi e per questo motivo, come previsto dalla prassi, gli era stato fortemente consigliato di recarsi in un paese dal clima più mite, per cercare di rallentare il decorso della malattia. Il sentore di morte era fortemente presente nel giovane poeta, il quale, in una lettera datata 3 febbraio 1820, così scriveva: «Quella goccia di sangue è la mia garanzia di morte. Devo morire». Giunto a Roma nel novembre dello stesso anno scriverà, in quella che fu la sua ultima lettera: «Mi è ricorrente la sensazione che la mia vita reale sia già passata e che stia ora conducendo un’esistenza postuma». Questa “esistenza postuma” Keats la visse nella Città Eterna, accompagnato verso gli ultimi giorni dal pittore Joseph Severn, il quale così descrisse il momento del trapasso ormai tanto desiderato dal poeta: «Lentamente affondò nella morte, così calmo, che pensai stesse dormendo».

La carriera poetica di Keats aveva incontrato non poche difficoltà, legate principalmente ai dissensi della critica, in particolare da parte di John Wilson Croker, il quale giudicò aspramente Endymion. Si volle persino credere, come scriverà Percy Bysshe Shelley, che le sue condizioni di salute si fossero aggravate proprio a causa di questo evento.

L’ultima volontà del poeta fu quella di avere scritta sulla propria lapide le seguenti parole: «Here lies one whose name was writ in water» («Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua»), proprio per evidenziare la sensazione già menzionata circa l’“esistenza postuma”. A queste parole però venne aggiunto un epitaffio che cerca in qualche modo di sovvertire tale cruda affermazione: «This Grave / contains all that was Mortal / of a / Young English Poet / Who / on his Death Bed, in the Bitterness of his Heart / at the Malicious Power of his Enemies / Desired / these Words to be / engraven on his Tomb Stone: / Here lies One / Whose Name was writ in Water. 24 February 1821» («Questa Tomba / contiene tutto quello che fu mortale / di un / giovane poeta inglese / il quale / sul suo letto di morte, nell’amarezza del suo cuore / verso il malvagio potere dei suoi nemici, / desiderò / queste parole / incise sulla sua lapide: / Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua. 24 febbraio 1821»).

Un paio di settimane dopo, l’8 marzo, Leigh Hunt, amico e poeta di Keats, scriverà a Joseph Severn le seguenti parole: «Dì a Keats che ci ha soltanto preceduti sulla strada dell’immortalità, come in qualunque altra cosa che lui abbia fatto».

La memoria di Keats, nonostante egli volesse quasi che il suo nome cadesse nell’oblio, ha trovato quindi un monumento eterno, non solo in quello materiale, ma anche un vero e proprio monumento letterario, rappresentato da Adonais, poesia composta da Shelley nei mesi successivi alla morte del poeta. Poco tempo dopo anche le sue ceneri avrebbero trovato riposo proprio nel cimitero acattolico romano, che in questa elegia aveva tanto lodato: «Su, vai a Roma, — che è insieme il Paradiso, la tomba, / e la città e il deserto». La poesia è un monito a ricordare:

 

Férmati qui: queste tombe
sono ancora troppo giovani per essere
cresciute al di là del dolore che consegnò a ciascuna
il fardello dovuto; e se anche il sigillo è stato posto
qui sulla fonte di un unico spirito in lacrime,
non lo spezzare tu!

 

Shelley sembra qui dire con Foscolo: «A egregie cose il forte animo accendono / l’urna de’ forti».

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.