MusicaPrimo Piano“Milleluci” del 1974, di notte

Emiliano Ventura4 Agosto 2019
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Le notti estive – si sa – possono essere molto calde; di conseguenza, si dorme poco. Una volta preso sonno, però, può capitare di essere risvegliati in maniera straordinaria. È quanto è capitato a chi scrive qualche giorno fa, un giovedì notte qualsiasi; dopo aver preso sonno a fatica, con la tv ancora accesa, sono stato riportato alla veglia da una dolce melodia. Non è stato il rumore o la musica alta a svegliarmi, tutt’altro; è stata la bellezza di una canzone e di una voce che mi hanno letteralmente costretto a riaprire gli occhi, neanche fosse il corpo nudo di una moglie o di un’amante. Era Mina che stava cantando una canzone mai udita prima: nei pochi secondi occorsi per riprendermi, mi sono accorto che Rai Storia stava mandando la replica di uno di quei vecchi programmi in bianco e nero, per la regia di Antonello Falqui, alla conduzione Mina e Raffaella Carrà.

Non ho dubbi, è Milleluci. Il sonno e la stanchezza si fanno sentire ma la curiosità è più forte, non ho mai visto una puntata di questo programma che ha i tratti del mito televisivo. La regia è incredibile. Vengo subito catapultato nel mezzo di un Cafè Chantant: siamo nei primi del Novecento, le due conduttrici sono in verità le protagoniste indiscusse dei vari numeri. La Carrà è naturalmente credibile, come napoletana, in una scatenata Rumba delle scugnizze. Mina è naturalmente Mina e fa sembrare semplice ciò che è impossibile. Tra numeri, stacchi e riprese il ritmo è vertiginoso, non c’è un attimo di respiro.

È sempre giovedì notte, una lunga notte estiva, ma ormai non ho più sonno. Mi sembra di essere nel pubblico dell’Ambra Jovinelli, primi anni del XX secolo, magari ho appena assistito a scene con Ettore Petrolini o Sergio Tofano, sarà colpa di Mariano Rigillo e Antonio Casagrande che ho appena visto esibirsi nella parte di un Gagà e di un Guappo, scenette magistrali, strepitose. Ormai sono atti – o eventi – di filologia teatrale, impossibile a vedersi. «Ora rallenteranno», penso, «adesso ci sarà una telepromozione»; invece no, continuano senza sosta con un ritmo da tv attuale, serrato, quasi sincopato. Improvvisa la sorpresa che non ti aspetti: tra Raffella Carrà e Mina spunta anche Monica Vitti, tre nomi d’arte per tre professioniste ineguagliabili. Ma che scialo di competenze e talento poteva mettere in scena il monopolio Rai? Aveva da poco recitato in Polvere di Stelle con Alberto Sordi, e ora la Vitti presenta un numero da rivista, un omaggio al suo film Ninì Tirabusciò: la donna che inventò la mossa. Subito dopo, con Mina e la Carrà, la Vitti canta in rima baciata una canzonetta da bellezze al bagno. Non saprei dire chi abbia superato chi, forse è solo un ineguagliabile pareggio di numeri di alta classe.

Mi impongo un atto di memoria forzata: imprimo volti, nomi, battute, musiche e stacchetti per non far cadere l’incanto di questo risveglio, l’impressione che un’ineguagliata professionalità si sia persa con la nascita della tv privata, commerciale e generalista. È ancora giovedì notte quando sono sorpreso dalla sigla finale, Non gioco più: la canta Mina, con leggerezza, c’è chi vi ha visto il saluto alle scene televisive, la profezia di un addio. Forse, magari, non saprei; ma che saluto, se saluto è stato, sembra più una carezza che ti costringe a cercarla ancora e ancora. Solo in un secondo momento scopro di aver visto la seconda puntata, delle otto trasmesse, del varietà Milleluci del 1974. Ogni puntata un argomento diverso: Radio, Cafè Chantant, Rivista, Televisione, Avanspettacolo, Cabaret, Musical, Operetta. È ancora giovedì notte, il caldo ha ammutolito anche le cicale, non ho sonno e cerco informazioni su Milleluci, affinché l’incanto non scompaia. Mi domando: «Era solo televisione quello a cui ho assistito?».

Emiliano Ventura

Scrittore e saggista esperto di filosofia del linguaggio, delle relazioni tra messaggio scientifico e divulgativo, del ruolo della filosofia nella società della comunicazione. È dottore di ricerca presso la Pontificia Università Laterana. Collabora con diverse riviste.