23 anni. Ben 23 anni sono trascorsi da quanto Trainspotting, film dell’allora semi-esordiente regista inglese Danny Boyle (aveva girato due anni prima la black comedy Piccoli omicidi tra amici), realizzato con un budget molto basso, è uscito nelle sale di tutto il mondo. Presentato come un film di nicchia, Trainspotting è in breve tempo diventato il manifesto di una generazione, una pellicola rappresentativa di quei giovani degli anni ’80 e ’90 completamente perduti e disagiati. Ma cosa rende Trainspotting così efficace?
Innanzitutto la pellicola di Danny Boyle vanta una colonna sonora di alta qualità, potente e contemporanea, in grado di mescolare rock, stile grunge ed elettronica, accompagnando e arricchendo la storia, con grandi successi come Perfect Day di Lou Reed, Born Slippy degli Underworld e Lust For Life di Iggy Pop.
Secondo elemento che rende il film ancora oggi attuale è la rappresentazione dei personaggi. Va ricordato che la pellicola è tratta dal romanzo di Irvine Welsh, scrittore e drammaturgo scozzese che – sfruttando il suo passato da tossicodipendente – scrisse Trainspotting improntando la sua opera al massimo realismo, descrivendo minuziosamente le sensazioni che si provano assumendo droga e partecipando ai rave party. Welsh, e Boyle successivamente, ci mostrano personaggi ambigui, distrutti, annichiliti, completamente incuranti del valore della vita. C’è Mark Renton, il protagonista, un ragazzo che ha scelto di non curarsi dei problemi della quotidianità, affogando tutto nell’eroina. Poi c’è Sick Boy, un fan sfegatato di Sean Connery che, al contrario degli altri, crede di aver capito tutto della vita e di non avere nient’altro da imparare. O ancora Spud, forse il più ingenuo del gruppo, incapace di decidere per sé. Completamente diverso è Begbie, più maturo dei compagni, che ha scelto di non rovinarsi la vita con la droga, ma che invece ha problemi con l’alcol e con il controllo della rabbia. A chiudere il cerchio il povero Tommy, un ragazzo che inizialmente trascorre un’esistenza normale, tra amici, fidanzata e spensieratezza, ma che poi cadrà nel vortice della droga, venendone assorbito in maniera catastrofica. Tommy sarà il personaggio che pagherà il prezzo più alto.

E infine, terzo elemento che rende Trainspotting – ancora oggi – un manifesto generazionale è la scelta di raccontare la dipendenza da eroina in modo duro e crudo, utilizzando forme originali, diverse dall’esasperato realismo del film Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in cui si denunciano in modo estremamente diretto la piaga della tossicodipendenza e della prostituzione giovanile. Danny Boyle ha il merito di essere riuscito a rappresentare la tossicodipendenza con immagini surreali, molto grafiche e fortemente esplicative, anche per chi la droga non l’ha mai provata. È il caso di Renton che, per recuperare due supposte di oppio, si immerge nel «cesso peggiore della Scozia», o di quando viene inghiottito dal tappeto soffice del pavimento della casa del suo spacciatore. Nel film sono presenti numerose immagini forti, come la morte della neonata Dawn, la cui unica colpa è quella di avere genitori tossici, o le allucinazioni di Renton quando, segregato nella sua camera da letto, cerca di disintossicarsi.

La fortuna, o il merito, di Trainspotting è stato anche quello di essere uscito nelle sale nel momento giusto. Il film fece irruzione tra il pubblico come uno schiaffo in faccia o un pugno nello stomaco, raccontando una generazione completamente “bruciata”, incapace di pensare e di reagire. E lo fa con monologhi intensi e un linguaggio coerente con le tematiche affrontate. Basti pensare ai due monologhi di Renton, che aprono e chiudono la storia, racchiudendo il film in una cornice. Nel primo Mark afferma con veemenza di non voler vivere la vita monotona e noiosa che molti, ai suoi occhi, interpretano, tra lavoro, famiglia, casa, mutui e il videoregistratore: «Scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?». Quella di Renton appare come una parabola, ma dai toni posticci. Lui è l’unico personaggio che, con l’evolversi dei fatti, capisce che la vita non può andare avanti in quel modo: l’eroina, lo spaccio e i furti non possono che portare all’inevitabile rovina di un uomo. A un certo punto, dunque, capisce che deve andare via dal sobborgo di Edimburgo, dove è nato e vissuto, e deve costruirsi una nuova vita, forse proprio quella che all’inizio aveva tanto disprezzato. Ecco perché alla fine sceglierà di tradire i suoi amici, quelli con cui ha condiviso mille avventure, e di scappare con i soldi ricavati da una maxi vendita di droga. E sarà lui stesso a spiegare le ragioni del suo gesto: «Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai». Un cambiamento le cui motivazioni appaiono davvero poco credibili.
Sappiamo poi che, a vent’anni di distanza, Renton dovrà fare i conti con il suo passato, con quella sua fuga scorretta e tornerà in Scozia per affrontare i suoi amici, cosa che forse lo spaventa ancora di più del ricadere nel tunnel della droga. Nel 2017 è infatti uscito T2 Trainspotting, con lo stesso cast e lo stesso regista, che mostra come sono andate le vite di Renton, Spud, Sick Boy e Begbie in questi venti anni. Ma questa è tutta un’altra storia.

Bianca Damato
Giornalista, è nata a Benevento ma ha sempre vissuto a Roma. Ama viaggiare ma più di ogni altra cosa adora il cinema. Nel tempo libero va a teatro e non si perde mai un gran premio di MotoGP.