Possiamo vantare di un lessico – quello italiano – incredibilmente ricco, significativo e corposo a tal punto da risultare quasi terroso (non a caso “umano” e “humus” possiedono la stessa radice). Le parole di cui la lingua italiana si compone non sono metafisiche; sono opulente, massicce e legate tra loro da una serie di rimandi semantici, concettuali e spesso emozionali. Parliamo, per esempio, di riconoscimento: lo illustra Aristotele all’interno della Poetica. Come suggerisce l’origine greca del termine, “anagnorisis” è il volgere dall’ignoranza alla conoscenza, un espediente narrativo stupefacente utilizzato fin dall’antichità. Aristotele infatti, nel descrivere i diversi tipi di riconoscimento, tesse le lodi di Omero per averne fatto un sorprendente utilizzo nell’Odissea (si pensi alla nutrice che riconosce Ulisse grazie alla cicatrice, per citarne solamente uno; l’Odissea è il racconto che nella letteratura occidentale contiene il numero maggiore di scene di riconoscimento).
Ma la definizione non basta a descrivere pienamente il passaggio dall’ignoto al conosciuto. Cerchiamo di entrare pienamente nella questione. L’Elena di Euripide è una meravigliosa invenzione con cui l’Autore riscrive il mito (Elena non è mai fuggita a Troia con Paride; furiosa per non aver ricevuto la mela d’oro, la dea Era diede a Paride un’Elena-fantasma, tenendo nascosta e prigioniera la vera Elena che, a distanza di diciassette anni, riesce a ricongiungersi al marito). Riunificando dunque la coppia Elena-Menelao e costruendo un dramma romanzesco a lieto fine in cui il riconoscimento sigilla il ritrovarsi inaspettato e traumatico, Euripide fa dire a Elena una frase emblematica: «Riconoscere quelli che amiamo è un dio». Nel riconoscimento di coloro che amiamo agisce qualcosa di divino. Allora non è un semplice passaggio dall’ignoranza alla conoscenza: è una riattivazione emotiva della conoscenza e della coscienza. È ciò che succede ad Argo, tornando all’Odissea: il cane affonda lo sguardo al di sotto del travestimento riconoscendo il proprio padrone dopo vent’anni e arrivando alla verità prima di tutti (prima degli uomini). Questo particolare tipo di “anagnorisis” non viene affrontato da Aristotele: il filosofo snocciola e analizza le varie tipologie di riconoscimento, ma non questa. Per quale motivo? Perché è un riconoscimento che avviene per mezzo dell’istinto e del sentimento. Non segue nessuna regola logica, non si può spiegare tecnicamente. Ecco perché riconoscere è divino. Al di là dei segni, degli indizi, di qualsiasi traccia o suggerimento, qualcosa di molto simile a una magia ci permettere di riconoscere.
C’è però una stonatura nel termine: effettivamente non si conosce di nuovo, più che altro si ritrova. È quello che avviene durante la proiezione di un film che ci commuove o durante la lettura di un libro che ci coinvolge. Qualcosa di noi si riconosce/ritrova nella situazione narrata o nello stesso scrittore; amiamo le storie in cui ci riconosciamo e nel vederle o nel leggere ci sentiamo grati proprio per questa riattivazione di conoscenza/coscienza, per questo riconoscimento, per il ricordo emotivo richiamato. Un senso di stupore e di grazia ci pervade l’anima. Ecco cos’è la riconoscenza: sentimento di gratitudine sincero e appassionato.
Ma non basta: in tutto questo si muove sinuosa una buona dose di empatia. E questo Omero lo sapeva bene: nell’episodio dell’Odissea in cui si svolge il banchetto con i Feaci, l’aedo Demodoco inizia a cantare la lite tra Ulisse e Achille; Ulisse allora, per non farsi vedere, solleva il mantello fino alla testa e si asciuga le lacrime in maniera discreta. Il re Alcinoo se ne accorge – è l’unico – e chiede all’aedo di riposarsi un momento (non vuole che l’ospite si senta turbato). Ulisse invece lo esorta a continuare la narrazione raccontando del cavallo di Troia e di chi lo progettò; l’aedo ricomincia a cantare e Ulisse non può più trattenere le lacrime: si riconosce. Scoppia in un pianto che è disperato e appassionato. Le lacrime adesso minimizzano qualsiasi differenza – e lontananza – tra il vincitore e i vinti, portandoli sullo stesso piano esistenziale e psicologico. Ulisse piange perché è diventato come una donna Troiana. Lontano dalla patria e dalla famiglia, privato dei compagni di viaggio, solo e sperduto in mezzo al mondo, riconosce finalmente il dolore da lui inferto perché è lo stesso dolore che adesso lo avvolge. Ora può riconoscere ed essere riconoscente: per essere vivo e per aver compreso. E questa è la bellezza dell’universo letterario fatto di umanità e di parole. In principio era il Logos; e Logos racchiude una serie di significati: parola, discorso, pensiero, essere.

Giorgia Pellorca
Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazioni di libri.