Quando si parla di restauro è impossibile non citare Cesare Brandi, il padre del concetto contemporaneo di questa disciplina. La Teoria del restauro è stato pubblicato nel 1963 e rappresenta un vademecum per chiunque voglia approcciarsi alla materia. Poiché nel libro vengono affrontate tutte le criticità che si prospettano a chiunque voglia realizzare un restauro, esso rappresenta un diktat affinché l’opera d’arte venga rimessa in una condizione ottimale senza alterarne la storicità e l’estetica. In poche parole che non venga privata, a causa di interventi sconsiderati, del suo valore storico e artistico. La pratica del restauro è un’attività molto antica – esercitata già nell’antica Grecia – ma, come vedremo, ogni epoca ha avuto il suo personale approccio riguardo ad essa per quanto concerne le modalità e finalità.
Iniziamo il nostro percorso proprio dalla Grecia. La principale motivazione che spingeva i Greci a restaurare era l’esigenza di perpetuare le immagini e i monumenti legati alla ritualità e al culto. Grazie alle fonti dell’epoca, in questo caso Pausania, sappiamo che l’Heraion di Olimpia (inizi VI a.c.) aveva le colonne in legno poiché disse di averne vista una in quercia in funzione dell’opistodomo. Col passare del tempo erano state sostituite ma fu lasciata proprio quella a testimonianza dell’aspetto primitivo e sacrale del tempio.
Un altro esempio di restauro nella Grecia antica è quello che riguarda una delle 7 meraviglie del mondo antico, la statua crisoelefantina (composta da oro e avorio) di Zeus a Olimpia. Le parti in avorio venivano regolarmente irrorate di olio per impedirne il deterioramento a causa dell’umidità dell’Altis.
Sempre di Fidia (celeberrimo scultore e architetto ateniese del V sec. a. c.), è l’Athena Parthenos, che veniva irrorata di acqua per impedirne l’essicazione.
Anche a Roma – come in Grecia – si provvedeva a curare periodicamente gli idoli ma, a differenza della Grecia, Roma era serrata in un clima statocentrico, caratteristica che ha reso il restauro una pratica con scopi prettamente politici. Con la conquista della Magna Grecia e successivamente con la resa della Grecia stessa, a Roma giunsero moltissime opere, fatto che – tra l’altro – fece accrescere gli affari di restauratori e falsari. Il restauratore più famoso fu Gaius Avianus Evander, al quale Vespasiano commissionò il restauro del colosso di Nerone e la prassitelica Venere di Cos.
Nel corso del Medioevo l’antico veniva visto come materiale potenzialmente riutilizzabile. Ogni prodotto dell’attività umana che lo consentiva, veniva riadattato in chiave religiosa, inoltre si ruppe ogni continuità diacronica con il passato e alla conoscenza della storia si sostituirono fantasia, superstizione e magia. Vennero formulate teorie del tutto infondate circa i monumenti e le opere, ignorandone la reale attribuzione. Uno dei rari esempi di restauro avvenuti nel Medioevo lo offre il Regisole di Pavia, gruppo equestre bronzeo dorato la cui realizzazione è stata ispirata dal Marco Aurelio.
Per il recupero della dimensione storica del passato bisogna attendere il Quattrocento, secolo connotato da un nuovo approccio nei confronti delle opere e dalla nascita dell’antiquariato. Il restauro veniva fatto alla maniera antica, mantenendo le opere nella loro forma originale, denotando un rispetto dell’artisticità delle stesse. In un primo periodo le integrazioni venivano fatte sulle immagini grafiche e pittoriche. È un secolo davvero marcato dallo studio dell’antico: Donatello e Filippo Brunelleschi, per esempio, aprirono la stagione degli scavi di antichità e disegnarono quasi tutti gli edifici di Roma e dintorni. In questo periodo vennero anche gettate le basi dell’antiquariato e del gusto per il collezionismo che prenderanno maggiormente piede nel secolo successivo.
Nel Cinquecento proseguì la formazione e l’allargamento delle collezioni delle grandi famiglie e con essa subì un’evoluzione anche la concezione di esposizione delle opere che iniziarono a essere posizionate nei cortili. Secondo Giorgio Vasari, il primo a far restaurare la collezione che aveva composto fu Andrea della Valle, il quale affidò l’incarico a Lorenzo Lotti, o Lorenzetto, allievo di Raffaello. Il giardino pensile era il nome del luogo deputato a contenere le opere della collezione, nome che gli venne affidato per la peculiarità dell’edificio composto da nicchie che dovevano accogliere le statue. L’aspetto di questo luogo caratteristico ci è stato tramandato dal disegno di Francisco de Hollanda ed è conservato presso l’Escorial.
Il Seicento fu diviso da due correnti di pensiero: c’era chi considerava lecito sostituire parti danneggiate o addirittura intervenire con adattamenti di gusto più moderno e quelli che invece misero in evidenza quanto potesse essere offensivo lavorare sulle opere di un collega e modificarle. Nasce la professione del restauratore, che pian piano si distacca da quella del pittore. Non va dimenticato il fatto che, con la nascita del collezionismo, molti interventi erano subordinati a esigenze espositive: per esempio le opere da esporre potevano essere ridimensionate per collocarle nello spazio desiderato.
A partire dalla prima metà del Settecento si affermò la scienza della collezione legata soprattutto alla cultura archeologica. Ciò fu possibile a seguito di due scoperte epocali: Ercolano nel 1738 e Pompei nel 1748. Personaggio di spicco di questo secolo è sicuramente Johann Joachim Winckelmann, il quale curò la prestigiosa collezione di sculture antiche del cardinale Alessandro Albani e, dal 1764, divenne prefetto alle antichità di Roma. La cultura illuminista stava gettando le basi per le future considerazioni storico-critiche che ruotano attorno alla teoria del restauro e i numerosi studi archeologici saranno premessa di importanti editti nel corso dell’Ottocento. Tra questi va menzionato l’Editto del cardinale Pacca, promulgato nel 1820, che rappresenta il primo esempio di una volontà legislativa in materia di oggetti di arte, per i quali si richiedeva una catalogazione e un programma di vigilanza. Tra i restauri che vengono fatti, di impostazione tipicamente scientifica è il restauro dell’Arco di Tito effettuato da Raffaele Stern (1818-21) e successivamente da Giuseppe Valadier (1822-24). Sugli stessi principi Stern era intervenuto, nel 1806, anche sul Colosseo con materiali differenti rispetto all’originale per rendere il restauro più leggibile.
Attraverso secoli di studi, pratici e non, si giunge alle considerazioni moderne, di cui si è parlato nell’apertura dell’articolo. Grazie a questo percorso, lungo e non privo di difficoltà, oggi è possibile intervenire sulle opere in maniera rispettosa e coscienziosa, tramandando ai posteri degli oggetti d’arte non deturpati da tentativi brutali di restauro.

Valentina Bortolotti
Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.