Il sito di Lugo di Grezzana, situato ai piedi dei Monti Lessini (in provincia di Verona), ha restituito un importante abitato attribuibile alla cultura di Fiorano, interpretato come luogo di lavorazione e distribuzione della selce. Il deposito archeologico si situa a quota 280-305 metri sul livello del mare, su di un terrazzo fluviale del torrente Progno. L’area è caratterizzata dal rinvenimento di strutture stabili e articolate con funzioni abitative e artigianali. La fase più antica è datata 5296-5065 cal BC, mentre i più recenti piani di calpestio, in fase con un focolare a terra, sono datati al 4961-4721 cal BC.
Per quanto riguarda l’economia animale, su un totale di 6.503 reperti ossei, sono stati identificati 73 frammenti, in pessimo stato di conservazione causato anche dall’acidità del terreno limo-argilloso. La maggior parte dei reperti presentava evidenze di bruciatura, mentre solo su un reperto sono state notate tracce di macellazione, consistenti in diversi tagli ben incisi che potrebbero indicare l’utilizzo di una lama in materiale litico. Le specie più rappresentate sono il bue, i caprovini e infine il maiale. Per quanto riguarda i selvatici sono presenti il cervo, il cinghiale e la lepre. Gli animali particolarmente giovani venivano utilizzati soprattutto per la carne, ancora molto tenera, mentre quelli adulti potevano essere mantenuti in vita per la riproduzione ed eventualmente per la produzione del latte. I dati archeozoologici confermano che i gruppi stanziati a Lugo di Grezzana erano in possesso di un consolidato sistema di allevamento diffuso in numerosi siti del primo neolitico dove la caccia rappresenta un’attività svolta solo in modo saltuario; inoltre di notevole importanza nel sito è la presenza di maiale già domestico, una delle più antiche testimonianze in Italia.

Gran parte del materiale botanico ritrovato si presenta scoppiato e frantumato a causa della combustione a fuoco vivo, rendendo assai difficoltosa la determinazione a livello di specie. Nelle due unità più profonde della buca ES 235, ad esempio, sono dominanti i cereali ed è notevole il numero di specie infestanti: il dato indica che l’unità si è formata in rapporto a una prevalente attività di mondatura dei cereali. Nell’US 251, posta al di sopra, sono invece prevalenti i frutti, e in particolare i frammenti di gusci di ghiande: forse la predominanza di frutta ha una relazione con l’abbondanza di concotto ritrovato in questo livello, ma è certo che la concentrazione di resti di ghiande può essere collegata sia a lavorazioni per scopi alimentari sia a lavorazioni diverse, come l’estrazione di tannini per la lavorazione della pelle.
I cereali attestati nel sito sono l’orzo, il farro, il farricello e i frumenti nudi. Le leguminose sono assenti: infatti, un unico resto particolarmente incompleto presenta il tessuto tipico delle leguminose e ha una vaga somiglianza con la cicerchia/cicerchiella. Sono stati rinvenuti resti di nocciole, mele, pere, forse l’alchechengi e l’ebbio/sambuco (a volte anche solo i resti delle parti molli o della buccia).
Il confronto tra i dati di questo sito con altri abitati friulani, in particolare Sammardenchia, evidenzia grandi differenze che indicherebbero una diversificata organizzazione della produzione. Negli altri siti friulani il rinvenimento dei frumenti nudi è del tutto eccezionale e l’abbinamento farricello con il “nuovo frumento vestito” sembra fondamentale nella cerealicoltura di Piancada, probabilmente anche in rapporto ai suoli sabbiosi presenti in prossimità di questo insediamento. A Sammardenchia sono anche presenti tutte le leguminose (a eccezione del cece) conosciute nel Neolitico antico europeo: lenticchia, pisello, ervo, cicerchia/cicerchiella, veccia e forse favino. Le differenze riscontrate possono essere variabili locali o la traccia di come in Italia le varie culture sviluppassero l’agricoltura in rapporto alla diversa origine dei gruppi neolitici.
Alcuni elementi suggerirebbero un rapporto più stretto dell’agricoltura dei Gruppi Friulani con l’area orientale, per la netta prevalenza dei frumenti vestiti su quelli nudi, l’accesso a tute le leguminose e la presenza del “nuovo frumento vestito”, diffuso nei Balcani e nell’Europa centro-orientale. In seguito, il farinello acquista importanza colturale, a partire dal nord Europa, soprattutto in aree ambientali poco fertili o in momenti di carestia. Nonostante la posizione geografica, il sito di Lugo di Grezzana sembrerebbe avere un’agricoltura a carattere più mediterraneo, con una cerealicoltura fondata sulla triade orzo-farro-frumenti nudi e con farricello del tutto secondario, dato che rafforza l’ipotesi di ampi contatti con l’ambiente mediterraneo emersa dall’analisi dei materiali ceramici.

Alice Massarenti
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.