Ogni anno in Germania, dal 1919, nel periodo immediatamente precedente l’Avvento (viene scelta la domenica più vicina al 16 novembre) si celebra il “Volkstrauertag” (Giorno della Memoria), per ricordare le vittime di guerra.
Durante la cosiddetta “Gedenkstunde” (Ora del ricordo), ha luogo un discorso del Presidente federale e viene eseguita, oltre all’inno nazionale, anche la canzone Der gute Kamerad (Il buon camerata). Il brano viene spesso erroneamente correlato al periodo nazionalsocialista del Paese, soprattutto per via dell’utilizzo del termine “camerata”. In realtà, “Kamerad” indica il “commilitone” e si riferisce a quel soldato col quale si condivide l’amore per la patria e l’esperienza della guerra. L’errata correlazione è provata anche dal fatto che il testo venne composto nel 1809, più di un secolo prima dell’avvento del nazismo. Il suo autore è il poeta Ludwig Uhland.
Di certo non tra i poeti più celebri del Romanticismo tedesco, Uhland mantiene però questa speciale collocazione nel panorama letterario e storico grazie alla lamentazione da lui scritta. Nato a Tubinga nel 1787, studiò diritto e nel 1820 entrò nel parlamento di Württemberg, dove rimase in carica fino al 1830, quando venne nominato professore di letteratura tedesca antica presso l’università di Tubinga. Fu infatti esperto dell’epoca medievale della letteratura tedesca, alla quale diede un importante apporto con uno studio su Walther von der Vogelweide, il più celebre poeta in medio-alto tedesco. Scrisse anche drammi storici, ma la sua fama è legata maggiormente alla produzione lirica giovanile, molto rinomata nell’Ottocento.
Queste poesie vennero pubblicate nel 1815 con il titolo Gedichte (Poesie) e tra di esse ci sono anche numerose ballate (molti dei suoi canti vennero persino musicati). Una di queste, la più celebre, è stata messa in musica da Robert Schumann nel 1852 ed è intitolata Des Sängers Fluch (La maledizione del cantore).
La ballata fu ispirata da una visita di Uhland presso le cosiddette “Drei Säulen des Donnernden Jupiter” (Tre colonne di Giove Tonante), una costruzione risalente alla fine del Settecento (1778-1785) ubicata nel giardino esotico dell’Università di Hohenheim, a Stoccarda. Le tre colonne sono ciò che rimane di una struttura che originariamente rappresentava una replica dei resti del Tempio di Vespasiano e Tito di Roma (il tempio era infatti un tempo conosciuto come il Tempio di Giove Tonante). Delle tre colonne, oggi solo una è rimasta ancora in piedi. Proprio la precarietà di questa costruzione ha ispirato i versi del poeta, il quale nel 1810 aveva lì accompagnato un suo amico, l’avvocato Albert Schott. Nella ballata, il verso «un alto pilastro testimonia ancora lo splendore scomparso» lascia credere che già all’epoca di Uhland solo una colonna fosse ancora in piedi.
Ma di cosa parla questa ballata ispirata a un luogo così decadente e, al contempo, affascinante? Un reame descritto come «alto e nobile» è regnato da un re superbo e sinistro. Al castello giungono due cantori – uno giovane e dai riccioli d’oro, l’altro anziano e dai capelli bianchi – che desiderano ammorbidire il cuore del vecchio re con la loro musica: cantano di primavera, d’amore, di libertà e di tutte quelle cose che solitamente vanno dritte al petto degli uomini.
La regina, commossa dalle melodie, regala loro una rosa e il re, geloso dal fatto che i due abbiano affascinato la moglie, indirizza la spada verso il cantore più giovane e lo trafigge, uccidendolo. L’altro cantore lancia allora una maledizione al re e al suo regno: mai più la musica echeggerà tra le sale di quel castello, i giardini rigogliosi andranno in rovina e il nome di quel re sarà per sempre dimenticato.
L’anatema ha il suo effetto e tutto decade nella dissoluzione. Il nome del re, soprattutto, non avrà più spazio nei tempi futuri: se la musica cade nell’oblio, se i cantori vengono zittiti, anche le gesta dei sovrani non faranno parte della memoria dei posteri. Solo una colonna testimonia ancora quell’antico splendore e, anche questa, è già incrinata e potrebbe cadere da un momento all’altro.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.