CinemaPrimo Piano8½ mi ha cambiato la vita: intervista al filmaker Antonio D’Aquila

Avatar Alessandro Amato8 Settembre 2019
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«Nel cinema, come nella vita, mi piace scavare nello sporco alla ricerca della verità», afferma Antonio D’Aquila. Classe ’95, originario di Campobasso, regista e sceneggiatore laureato in Ingegneria del Cinema al Politecnico di Torino, Antonio ha alle spalle già un bel numero di cortometraggi realizzati e co-dirige una scuola di recitazione denominata CineLab sempre a Torino. Con gli allievi di questa scuola, l’anno scorso, ha girato Un fiore dalla polvere, che proprio in questi giorni ha cominciato il suo percorso festivaliero aggiudicandosi una prima selezione internazionale.

Quando hai capito che volevi fare cinema? E come ti sei formato?

Ho sempre avuto un’attrazione nei confronti dei film. Ad esempio, mi ricordo quando ero piccolo e a volte mio padre rimaneva sul divano fino a tardi e io di nascosto andavo a vedere. Però allora non pensavo “Da grande voglio fare quello!”, anzi, io da bambino volevo fare il chitarrista. Cinque anni fa sono salito a Torino perché volevo entrare a biologia ma mentre aspettavo i risultati del test d’ingresso feci anche quello di Ingegneria del Cinema e mi presero prima al Politecnico. Lo scelsi non con l’idea di fare regia, per il momento, ma semplicemente affascinato da quel mondo. Dopo il primo anno, per quanto si trattasse più di un’infarinatura generale di ingegneria, mi sono appassionato sempre di più al cinema e ho deciso di fare regia nel momento in cui si doveva consegnare il primo lavoro didattico. Mi sono venute subito delle idee e provavo piacere nel pensare di esprimermi in quel modo. E così cominciai a leggere, studiare, incuriosirmi un po’ di tutto fino ad arrivare al punto di divertirmi proprio. Per cui ho deciso di intraprendere quel cammino. Dopo un altro po’ di tempo, quando ebbi modo di vedere di Fellini ho cominciato a scoprire grandi classici che hanno segnato il mio percorso. Quel film mi piacque tantissimo e la cosa che feci a fine visione, verso le 2 di notte, fu scrivere con un pennarello indelebile su un foglio di carta la frase “Sii sincero e parla lentamente”, come se fosse la lezione che avevo imparato da quella esperienza e che non volevo dimenticare più. Lo attaccai con lo scotch sul soffitto sopra il letto, in corrispondenza del cuscino, sperando molto romanticamente che svegliandomi lo avrei sempre riletto. Poi in realtà mi sveglio stortissimo tutte le mattine e quando ho cambiato casa quel foglio è pure andato perso.

Anche se non eri un cinefilo, prima degli studi avevi dei registi di riferimento?

Mi è sempre piaciuto Hitchcock, moltissimo, e anche Scorsese. Ma preferisco andare sempre oltre ciò che conosco, alla scoperta, buttarmi nell’ignoto e costruirmi una visione d’insieme col tempo.

Di recente hai visto qualcosa che ti ha colpito particolarmente?

Parlando di cinema italiano, mi è piaciuto tantissimo Dogman. L’ho sentito molto forte e l’ho rivisto più volte. Poi vorrei citare La casa di Jack. Altrimenti ho recuperato Brutti, sporchi e cattivi di Scola, che non avevo mai visto e che mi ha fatto impazzire! Sto approfondendo gli autori italiani perché ho fatto domanda per entrare al Centro Sperimentale e c’è una serie di registi che uno deve conoscere, anche se non è richiesto, e quindi li sto un po’ scoprendo con mio grande piacere.

Qual è il primo lavoro che hai realizzato?

Quello per il Politecnico di cui accennavo prima, un’esperienza disastrosa. Un cortometraggio che ho fatto molta fatica a sviluppare perché non mi era ancora chiaro l’iter da seguire. Ripeto, disastroso. Volevo quasi lasciare il Politecnico perché non ero per niente soddisfatto. Poi, dopo alcuni mesi, quella rabbia per aver fatto qualcosa di così distante da ciò che volevo mi ha spinto a volerci riprovare cercando di avere quanto più potere possibile sull’opera, perché era quello che mi era mancato nel primo prodotto. Penso che senza quell’esperienza drammatica non avrei proseguito in questo percorso perché mi ha lasciato tanta rabbia e quindi tanta forza.

Dopo di che è venuto Cova, che è l’unico disponibile su Youtube…

Cova è il mio primo corto pubblicato ma è in realtà il secondo in ordine di produzione, nel senso che prima ho fatto Le porte che è stato un lavoro lungo in quanto ho cercato di fare un percorso quasi documentaristico per quanto riguarda la ricerca e la preproduzione. Circa un anno e mezzo di preparazione, che per un cortometraggio è un tempo indecente [ride]. Poi ci sono state le riprese e la postproduzione che è durata quasi un anno. Nell’ultima fase ero stanco ma mi venne questa idea piccolina che poi sarebbe diventata Cova e così la realizzai in pochi giorni, praticamente da solo e rinunciando a una sessione di esami. Mi ci impegnai perché, dopo una fatica di mesi, creare qualcosa pensata e fatta in poco tempo così come ce l’avevo in testa fu una soddisfazione pazzesca.

Una specie di defaticamento?

Sì, un disimpegno. Direi persino una fuga. Avevo invidia del pittore che fa il quadro e questo, nel bene e nel male, è solamente suo. Mentre al cinema è una squadra che lavora al prodotto. Volevo provare quella sensazione e vedere alla fine esattamente ciò che avevo in testa. Dal punto di vista drammaturgico penso di essere riuscito a ottenerlo proprio per la sua brevità e semplicità. Sempre per questo motivo ho fatto anche l’attore, perché pur non essendolo sapevo quel che volevo ottenere dal punto di vista visivo. L’ho girato a casa mia, con pochi collaboratori e con zero budget. E quindi questo fu il mio primo lavoro a uscire. Subito dopo, appena un paio di mesi, è arrivato Le porte.

E parliamo di un’altra dimensione: più persone, attori, un set. Come ci sei arrivato?

Le porte l’ho realizzato con alcuni compagni di corso ed è stato prodotto dal Politecnico. Ci rendemmo conto di essere un gruppo di studenti (circa una ventina) molto diversi ma con la volontà di affinare le nostre competenze attraverso un progetto comune, e così abbiamo chiesto aiuto all’università che è stata molto disponibile. La troupe quindi era sperimentale, composta da gente che non si sentiva assolutamente arrivata. In quella occasione incontrai Fabio Carbotta di Kuromori Studio, che collaborò alle musiche del corto. C’è stata questa sinergia per cui adesso continuiamo a collaborare e ormai mi affido sempre a Fabio per quanto riguarda la composizione perché trovo che la sua musica si sposi molto bene che ciò che voglio dire e con le immagini che proietto.

Gli elementi circensi del corto ti sono stati ispirati da Fellini?

Molti mi hanno fatto notare questo riferimento, ma in realtà avevo solo l’esigenza di ricreare un’atmosfera particolare e soprattutto una struttura narrativa che non fosse quella classica in tre atti ma che si basasse invece sull’andamento psicologico del protagonista. In quel momento mi serviva comunicare visivamente i pensieri del personaggio ed ero indeciso fra un gruppo di persone che cucina una carbonara intorno a lui e dei circensi. Alla fine ho optato per questi ultimi perché la trovavo una scelta più consona, più naturale. Insomma, una decisione ragionata ma non troppo.

Mi sembra che per questo genere di soggetti, un po’ onirici, Torino si presti molto sul piano scenografico. Come hai trovato le location?

Le porte è stato pensato come un road movie e girando la città alla ricerca di una strada principale in cui ambientarlo mi imbattei in Corso Stati Uniti, specificatamente nella pista ciclabile, e all’impatto mi parve adatto allo scopo. A dirla tutta, l’idea per il soggetto mi venne proprio camminando in Corso Stati Uniti, dove poi tornai durante le ricerche perché mi ero affezionato. Le altre location, come il locale Casa Mad, le ho cercate girando Torino e frequentando posti che mi sembravano già pronti per essere ripresi, non avendo noi possibilità di fare una scenografia.

Invece, come ti è venuta l’idea per Una giornata di lavoro?

È sempre un progetto per la scuola, anche se all’inizio avevo in mente una cosa diversa. Poi con i miei compagni mi resi conti che le tre settimane che mancavano alla consegna non potevano bastare per realizzarla. Abbiamo anche pensato di fare solo un teaser ma alla fine si capiva che volevamo tutti trovare qualcosa di narrativo da girare subito. Ci siamo detti che serviva una storia e ci abbiamo pensato a lungo finché un giorno Michele Grosso e io stavamo discutendo d’altro e siamo finiti non so come a parlare dei venditori porta a porta. Mi stimolò molto la fantasia la realtà di questa figura oggi quasi superata a causa della tecnologia e da lì sono partito a scrivere. Dopo una settimana avevo la sceneggiatura. Mentre gli attori li ho presi direttamente dal corso CineLab. Da quando è stato pensato a quando è stato terminato sono passate appena tre settimane. Un corto fatto anche questo con zero budget. E soprattutto, un esperimento con la suspense, un meccanismo in cui non mi ero ancora cimentato e che mi interessava molto esplorare.

C’è un genere che ti piacerebbe fare e per il quale magari non hai ancora i mezzi o col quale comunque non ti sei ancora provato?

Non mi pongo mai troppo il problema dei mezzi, perché comunque se uno vuole comunicare qualcosa può sempre trovare un compromesso per esprimersi. Piuttosto, mi piacerebbe continuare come nei miei primi lavori a sperimentare, a lavorare sulla minitrama e sul surrealismo. Comunque i lavori che si allontanano dal racconto surreale, per quanto io ami questa modalità espressiva, ti permettono di averne una maggiore consapevolezza perché per conoscere a fondo una cosa è necessario conoscere anche il suo contrario. È bene sapere le basi del cinema per poterle tradire.

Come ti muovi quando scrivi? Hai un metodo specifico?

Dipende molto dal progetto. In genere, comincio a scrivere la sceneggiatura solo quando sono convinto al 100% del soggetto. Quest’ultimo a volte non è nemmeno scritto, come nel caso di Cova, altre volte batto a macchina la stesura in una sera e altre ancora mi ci vogliono settimane. Dipende molto dalla tematica e da cosa sono partito per quel progetto: non sempre c’è un’idea, un conflitto, ma a volte prendo spunto da una location, da una situazione o da una singola parola. Poi cerco di allargare quel concetto rimanendo ricettivo rispetto al filo conduttore che si sta creando, che alle volte si discosta dai pregiudizi che magari potevo avere in partenza.

Parlando di attori, è evidente l’importanza di CineLab nella tua produzione…

Io tengo moltissimo al lavoro con gli attori perché penso che loro siano il fondamento del cinema. Secondo me una scena che possiamo vedere su un telefono, girata male, da un passante, in verticale, la si segue perché emotivamente e drammaticamente ci prende. Allora non è che conta più tanto la regia. Oltre lo script, l’attore è il fondamento forte del film. La regia la considero molto importante perché ovviamente permette di comporre l’opera, però le basi sono la scrittura e la recitazione. CineLab è un corso giunto alla sua terza edizione e siamo in due a gestirlo, Luca Busnengo e io. Luca si occupa di interpretazione nello specifico mentre io del rapporto con la macchina da presa e del lavoro di fine anno. Finora abbiamo sempre fatto un mediometraggio singolo. Forse quest’anno opteremo per la realizzazione di due cortometraggi, per dare maggior spazio ai partecipanti. Cerchiamo di dare ciò che più serve agli aspiranti attori, in base alle nostre competenze, e cerchiamo di farli crescere insieme attraverso un confronto costante. Ci sono diversi tipi di allievi: quelli che partono da zero, quelli che hanno già qualche esperienza e quelli che invece magari vengono da altri ambiti creativi o tecnici e vogliono mettersi per una volta davanti alla macchina da presa. È una realtà a cui tengo molto e che voglio far crescere perché trovo abbia molto potenziale.

Guardando Un fiore dalla polvere, che rispetto ai tuoi precedenti corti ha più personaggi, più minutaggio e una storia più sofisticata, si ha comunque l’impressione che tu abbia scelto un cinema più classico proprio per metterti al servizio degli attori. Mi sbaglio?

È vero. La differenza sostanziale fra i corti che faccio con CineLab e quelli che faccio fuori dalla scuola è ovviamente il fatto che nei primi non ho quasi mai a disposizione attori esperti e quindi la storia non è preesistente ma viene scritta per quei volti. A tale scopo, durante il corso cerco di capire subito a quali ruoli potrebbero essere più adatti i singoli. Un fiore dalla polvere si potrebbe quasi definire neorealista, per questo concetto dell’attore non professionista. Inoltre, questo tipo di lavoro l’ho trovato adatto a ciò che volevo comunicare e assai conciliabile con la mia idea visiva. Volevo raccontare alcuni quartieri periferici di Torino. Anche a livello documentaristico, è stato molto interessante andare alla ricerca delle location. Eravamo decisi a vedere Falchera Vecchia ma poi alla fine siamo andati in via Arquata, zona Crocetta, e al Villaggio Leumann di Collegno per presentare due realtà popolari che in qualche modo confliggono fra loro visivamente.

Questa estate hai girato un nuovo corto e ora stai lavorando a un documentario, vero?

Il corto è molto diverso da Un fiore dalla polvere perché è un thriller. Anche l’ambientazione è diversa perché siamo fuori da Torino. S’intitola Mantis Religiosa ed è un po’ più sperimentale. Cerca di costruire una cosa nuova e particolare con gli allievi chiedendo a ciascuno di portare il proprio contribuito e in generale l’approccio è stato diverso. Adesso è in fase di postproduzione e non vedo l’ora di presentarlo soprattutto a coloro che lo hanno realizzato. La cosa che amo di più di questa esperienza è dare la possibilità poi, a cose fatte, di vedersi sullo schermo organizzando proiezioni. Il documentario, invece, mi ha permesso di sviluppare la mia propensione per la ricerca. Mi piace approfondire e sviscerare gli argomenti che più mi prendono emotivamente e in questo caso sto cercando di farlo con una storia che ha a che fare in parte con Torino. Sono nel pieno della scrittura ma posso dire con sicurezza che il film tratterà di emarginazione, della Certosa di Collegno e dello stigma che aleggia intorno al tema dei disturbi mentali ancora nel nostro presente.

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Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con A.I.A.C.E. e il magazine Sentieri Selvaggi. Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente Ordinary Frames, di cui è co-fondatore.