Architettura, Design e ModaArtePrimo Piano4 Novembre 1737: l’inaugurazione del Teatro di San Carlo

Anna D’Agostino4 Novembre 2020
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Con Carlo di Borbone (1716-1788) la città di Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, conobbe una vera e propria rinascita che si manifestò in particolare nella costruzione di importanti opere dal punto di vista culturale e artistico; fra queste si annovera la realizzazione del Teatro di San Carlo, un edificio destinato a diventare modello per i teatri di tutta Europa.

Il Teatro di San Carlo

La città, in realtà, era già dotata di un teatro pubblico: il Teatro di San Bartolomeo – di proprietà della Casa degli Incurabili, situato nella Napoli spagnola – che fu distrutto a causa di un incendio nell’ultimo ventennio del Seicento per poi essere ricostruito pochi anni dopo. In sostituzione, re Carlo decise di dotare la sua capitale di un teatro che meglio potesse rappresentare il potere regio. Pertanto assegnò all’istituzione benefica degli Incurabili una rendita di indennizzo e ordinò l’abbattimento e il recupero del legname del vecchio teatro per la costruzione del nuovo. Nel frattempo commissionò alle Fabbriche Reali di progettare il nuovo teatro in un luogo più centrale e agibile. Il progetto fu affidato all’architetto Giovanni Antonio Medrano, Colonnello del Reale Esercito, e all’imprenditore Angelo Carasale, già direttore del San Bartolomeo. Il 4 marzo del 1737 fu firmato un contratto per una spesa di 75.000 ducati (circa 1,5 milioni di euro di oggi) con l’impegno della realizzazione dell’opera entro la fine dello stesso anno.

Medrano pensò un teatro addossato al lato nord del Palazzo Reale – che prevedeva una sala lunga 28,6 metri e larga 22,5 metri – con 184 palchi, compresi quelli di proscenio, disposti in sei ordini, più un palco reale capace di ospitare dieci persone, per un totale di 1379 posti. Il progetto introdusse la pianta a ferro di cavallo, la più antica del mondo, modello per il teatro all’italiana. L’architetto rese comunicante il teatro al Palazzo Reale mediante una porta situata proprio alle spalle del palco reale, in modo che il re potesse recarsi agli spettacoli senza dover scendere in strada. Solamente otto mesi dopo l’inizio dei lavori (il 4 novembre, proprio nel giorno dell’onomastico del re), il Teatro – che non a caso prese il suo nome – fu inaugurato con l’opera Achille in Sciro con libretto di Pietro Metastasio e la musica di Domenico Sarro, direttore d’orchestra.

Il Teatro di San Carlo: il palco

Durante il Settecento, il teatro fu ammodernato a causa dalle mutate esigenze del gusto o dalla necessità di migliorarne l’acustica. Questa attività fu svolta nel 1742 da Giovanni Maria Galli Bibiena il Giovane. Alcuni interventi più significativi furono effettuati nella seconda metà del secolo dall’architetto toscano Ferdinando Fuga, il quale realizzò delle ristrutturazioni permanenti in occasione del matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (1768): fu rinnovata la decorazione dell’auditorio e vennero inserite nei palchetti grandi specchiere provviste di torciere con candele che ampliavano la grandezza dell’edificio e producevano dei riflessi luminosi. Un altro rilevante intervento, dal 1777 al 1778, riguardò la ricostruzione del boccascena con il raddoppio delle colonne e l’inserimento dei palchetti di proscenio.

Nel 1797 la sala fu sottoposta ad un nuovo restauro delle decorazioni sotto la direzione dello scenografo del teatro Domenico Chelli. Il suo intervento non fu apprezzato dalla critica, in particolare per la soluzione adottata di un velario nel soffitto su cui era dipinto un pubblico finto. Durante il breve periodo della Repubblica Partenopea del 1799 non vi furono modifiche particolari a eccezione della riparazione di alcuni danni provocati dall’uso improprio della sala quando il teatro fu rinominato Teatro Nazionale e la sala fu destinata anche a spettacoli equestri.

L’ascesa al trono di Gioacchino Murat nel 1808 e la gestione dell’impresario Domenico Barbaja, dal 1809 al 1840, diedero nuove prospettive alla storia del Teatro di San Carlo. Domenico Barbaja fu interessato ad avviare una ristrutturazione del teatro volta all’inserimento di nuovi ambienti da utilizzare per la sua attività di appaltatore di giochi d’azzardo, come fece in precedenza alla Scala di Milano. Le trasformazioni furono concepite da Antonio Niccolini, che inizialmente operò per la facciata del teatro e successivamente per l’aggiunta degli ambienti di ricreazione e ristoro. I lavori, iniziati nel dicembre 1809, si conclusero due anni dopo.

Nella notte del 13 febbraio del 1816 un incendio devastò il San Carlo. Rimasero in piedi soltanto i muri perimetrali e il corpo aggiunto. Niccolini dunque, a seguito del disastroso evento, fu incaricato dal Re Ferdinando I di Borbone della ricostruzione del teatro così come era prima dell’incendio. Fu riaperto il 12 gennaio 1817, con un palcoscenico ingrandito e la sala ridecorata e riarredata. Camillo Guerra e Gennaro Maldarelli rinnovarono le decorazioni, fra cui il bassorilievo e l’orologio nel sottarco del proscenio in cui vi è Crono (dio del Tempo) raffigurato come un vecchio nudo e con le ali, munito dei suoi attributi iconografici quali la clessidra e la falce, mentre tenta di rincorrere le arti accanto ad esso rappresentate, una delle quali – in basso a sinistra – cerca di difenderle come a dire che “l’arte non ha tempo”.

Orologio nel sottarco del proscenio

Giuseppe Cammarano dipinse il sipario, poi sostituito nel 1854 con un altro di Giuseppe Mancinelli raffigurante Il Parnaso, attualmente in uso; inoltre Cammarano realizzò la tela per il soffitto, con Apollo che presenta i poeti più grandi del mondo alla dea Minerva: tra i vari personaggi si riconoscono Dante, Virgilio, Beatrice e Omero. La tela di Cammarano possiede un’interessante particolarità: non è solamente una decorazione ma anche un ingegnoso distributore del suono. Niccolini e Cammarano, pertanto, sistemarono la tela in posizione sottoelevata rispetto al soffitto, creando in tal modo una sorta di camera acustica, come se ci fosse un enorme tamburo che assorbisse il suono e lo distribuisse perfettamente senza alterazioni sugli spettatori in platea.

La tela di Giuseppe Cammarano raffigurante Apollo che presenta i poeti più grandi del mondo alla dea Minerva

Dopo la ricostruzione a seguito dell’incendio del 1816, il San Carlo subì ulteriori modifiche strutturali – in particolare estetiche – che interessarono i dettagli decorativi: nel 1844, sotto il regno di Ferdinando II di Borbone, le parti in argento brunito e oro vennero sostituite con altre interamente in oro. L’argento non venne però scrostato, ma al di sopra vi fu applicato l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a mecca (una vernice dorata). I palchi, il velario e il sipario – che generalmente vengono associati al colore rosso – un tempo erano azzurri (colore della Casa Borbonica): divennero rosso fuoco solo in tale periodo. Perciò, in precedenza, mentre tutto era azzurro e argento, solamente il palco reale era rosso, prima che diventasse rosso fuoco come tutto il resto della tappezzeria del teatro. In tal modo rosso e oro divennero i colori tipici dei teatri europei.

A causa degli eventi della Seconda Guerra Mondiale il San Carlo fu chiuso. Un bombardamento sulla città di Napoli – avvenuto il 4 agosto 1943 – distrusse il foyer, un corpo aggiunto all’esterno durante una ristrutturazione del 1937. Fortunatamente, il teatro vero e proprio rimase quasi illeso. Dopo la ricostruzione del foyer e poche modifiche esterne alla sala per migliorare degli accessi, il 15 maggio 1944 il San Carlo fu riaperto con la rappresentazione dell’Aida per le truppe alleate. Il sisma del 23 novembre 1980 causò alcuni danni, i cui rimedi non richiesero la chiusura del teatro. Un ultimo rinnovamento e restauro, che durò due anni, fu completato con la riapertura del San Carlo il 27 Gennaio 2010 alla presenza del Presidente della Repubblica e altre autorità.

Questo edificio fu ammirato da tutti coloro che si recarono a Napoli in ogni epoca, ma in particolare fu apprezzato da coloro che intrapresero il “Grand Tour”, tanto che Stendhal nel 1817 – in Roma, Napoli e Firenze – scrisse: «Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea».

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".