Durante gli anni Venti del Novecento, due principali filoni stilistici governavano il gusto estetico del mondo progettuale dell’epoca: lo stravagante stile dell’Art Déco e l’intransigente avanguardia del Modernismo. Il primo emerse intorno al 1910, ma non raggiunse il suo apice e la maturità stilistica fino agli inizi del 1920. Il secondo mosse i primi passi al termine della Prima Guerra Mondiale, con il lavoro del movimento del De Stijl in Olanda e l’apertura della Bauhaus a Weimar nel 1919, ma non divenne un vero e proprio fenomeno internazionale fino alla fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta. Le condizioni economiche dell’epoca furono una delle principali influenze alla base dello sviluppo del design e l’Art Déco, con la sua connotazione di lusso, divenne a livello internazionale lo stile per eccellenza durante il boom economico che caratterizzò il primo ventennio del Novecento. Però, dopo il crollo di Wall Street, il Modernismo – con la sua enfasi sull’efficienza produttiva e sull’utilitarismo – guadagnò considerevolmente terreno. In particolare, la Germania, che non godette del boom e che dovette lottare economicamente per tutto il decennio, divenne il crogiolo del Modernismo. Durante questo periodo, l’ossessione della Germania per il nuovo divenne piuttosto attraente, diffondendosi rapidamente, prima in Francia e poi nel resto d’Europa. Sebbene lo stile dell’Art Déco divenne un vero e proprio fenomeno internazionale, il suo epicentro fu sempre Parigi, dove numerosi architetti e progettisti di talento furono in grado di fare appello alle abilità di piccoli laboratori specializzati per eseguire i loro progetti sfacciatamente lussuosi che includevano mobili, oggettistica in metallo, lampade, tessuti e carta da parati – il tutto ispirato da un’eclettica gamma di fonti storiche che andavano dall’arte tribale africana a quella dell’antico Egitto, compresa la sensazionale scoperta, ad opera di Howard Carter, della tomba di Tutankhamen nel 1922.

L’evento che segnò una sorta di passaggio dallo stile elaborato dell’Art Déco a quello più sobrio e minimale del Modernismo, fu l’ Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne che si tenne a Parigi nel 1925 e che ebbe una grandissima influenza sul mondo della progettazione, esponendo interni e padiglioni realizzati con entrambi gli stili. Le due installazioni più rilevanti create in occasione di questo evento furono gli interni di Jacques-Émile Ruhlmann per il Padiglione du Collectionneur, a sua volta progettato dall’architetto Pierre Patout, e il Padiglione dell’Esprit Nouveau ad opera dell’architetto, di origine svizzera, Charles-Édouard Jeanneret-Gris, meglio conosciuto con lo pseudonimo Le Corbusier.

La “casa per un collezionista” di Ruhlmann era la personificazione dell’amore dell’Art Déco per l’opulenza e le decorazioni. Con il suo ampio salotto, la spaziosa sala da pranzo e l’ariosa camera da letto, l’installazione riuniva abilmente le creazioni di quasi quaranta artisti e artigiani che lavorarono sotto la direzione artistica di Ruhlmann per realizzare questo armonioso progetto di interni. Trasudando uno spirito di spudorata lussuosa decadenza, che era inventivo, ma allo stesso tempo rispettoso della tradizione decorativa francese, la serie teatrale di sale create da Ruhlmann sembrava contrastare deliberatamente le correnti Moderniste che avevano iniziato ad emergere già verso la metà del 1920. Infatti, in pieno contrasto con il ridondante stile Art Déco di Ruhlmann, il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier risultava estremamente sobrio e in possesso di un utilitarismo alla moda.

Con la sua ariosa qualità spaziale e l’arredamento scarno e funzionale, che comprendeva le ormai iconiche sedie in legno curvato prodotte in serie da Thonet, questo spazio all’avanguardia rifletteva l’ossessione del Movimento Moderno per la salute e l’igiene, nonché l’incessante progresso dell’era industriale moderna. L’intenzione principale di Le Corbusier era quella di dimostrare che la produzione industriale standardizzata creava, per necessità, forme pure e che questa purezza della forma aveva anche un valore intrinseco. Il Padiglione era essenzialmente un’unità rettangolare per la vita moderna e l’arredamento al suo interno doveva funzionare più come un equipaggiamento piuttosto che come un mobilio tradizionale. Infatti, lo spazio rifletteva l’idea dell’architetto che «una casa è una macchina per vivere» e segnò una svolta nell’evoluzione del Modernismo dimostrando come l’approccio “scientifico” al design promosso dal Bauhaus di Dessau potesse essere usato per creare interni modernisti estremamente chic in un modo minimalista e rigoroso.

Sebbene fu la struttura dell’architetto costruttivista Konstantin Melnikov ad aggiudicarsi il premio durante l’Esposizione, il padiglione di Le Corbusier ha senz’altro lasciato l’eredità più rilevante, fungendo da potente catalizzatore per la diffusione dell’accettazione del Modernismo, almeno tra architetti e designer. L’estetica pionieristica dell’Esprit Nouveau catturò l’immaginazione di molti suoi colleghi in visita all’Esposizione, divenendo così l’impulso per la creazione di quello che sarebbe diventato noto come lo Stile Internazionale.

Greta Aldeghi
Laureata in design, lettrice incallita e viaggiatrice creativa. Adora design, arte, architettura, scrittura e la ricerca senza fine di nuove esperienze da affrontare.